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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Religioni di pace o ideologie della dominanza: l’Occidente verso l’islamizzazione

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Argomentare sull’Islam in maniera approfondita e in poche righe di giornale è quanto meno presuntuoso. Però, con una sintesi, si può evidenziare la confusione che alberga nei paladini dell’Islam a tutti i costi, i quali dimostrano scarsa padronanza dei termini e delle parole che usano e, superficiale conoscenza della storia e della religione.

Nel libro del Corano le Sura specifiche contro l’unica vera Fede, quella cattolica, sono 17. L’islam per questo, oltre essere una religione per certi versi barbara, è anche discriminatoria, soprattutto verso le donne: sia d’esempio l’impostazione familiare. La famiglia musulmana è assolutamente differente da quella cristiana.

In arabo viene infatti definita harem.

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L’harem, come tutti sanno, presuppone la poligamia (solo dal punto di vista maschile) in cui il concetto di sposa non è nettamente distinto da quello di domestica.

Il tipo classico di poligamia dove un uomo può possedere più mogli e concubine. E’ normale che il personale femminile dell’ harem si rinnovi per divorzio annuale, perfino mensile o settimanale. Per il diritto musulmano, il matrimonio è un mero contratto che ha per oggetto l’unione fisica e il godimento della donna da parte dell’ uomo.

Scrisse al riguardo un autorevole dottore coranico:”In un mercato si acquista una merce, nel matrimonio si acquista la zona genitale della donna (Trattato elementare del Diritto musulmano algerino, riportato sul quotidiano Il Tempo 10.02.1992”.

Il matrimonio può venir sciolto per volontà del marito (ripudio), per mutuo consenso (divorzio), per riscatto della moglie dal proprio marito con il pagamento di una certa somma (hul).

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Essendo considerata come un essere inferiore la donna non viene ritenuta pienamente attendibile come testimone.

La donna è inferiore all’uomo o, per essere più precisi, ne vale la metà. Per ciò, in tribunale, due testimoni di sesso femminile ne valgono uno di sesso maschile”(Corriere della Sera , n. 101, marzo 1993, pag. 6).

La donna colpevole di adulterio va condannata ad una sorta di ergastolo domestico, viene cioè rinchiusa in casa finchè la morte la colga, secondo legge coranica. E che dire della macabra pratica che mutila l’organo genitale femminile, meglio conosciuta come infibulazione.

L’Islam è dunque, per i suoi presupposti culturali, praticamente incompatibile con la nostra cultura, perché una religione barbara. Senza voler scomodare la Storia, testimone della nocività dell’Islam per l’occidente, mi soffermo a ricordare le numerose Sura del Corano, che istruiscono i seguaci di Maometto ad ammazzare i cristiani e gli infedeli.

Gli islamici, sempre da insegnamento coranico possono avere rapporti sessuali con bestie, l’importante che dopo il rapporto sessuale non ne vengano mangiate le carni. La scrittrice somala Ayaan Hirsi Ali, citando le hadit che riferiscono del matrimonio celebrato tra il cinquantaduenne Maometto con Aisha di soli sei anni, consumato dal principale profeta islamico 3 anni dopo, dichiarò che “Maometto è, per gli standard occidentali, un pervertito”.

Per il momento in occidente è impensabile oltre che fuorilegge un matrimonio con una bambina, perché considerata pedofilia.

A tal proposito Random House, la più grossa casa editrice di lingua inglese, qualche anno fa non pubblicò il libro della scrittrice americana Sherry Jones, autrice di un libro che racconta della terza moglie di Maometto, Aisha, nel timore di rappresaglie da parte di islamici.

Con queste premesse, che sono la consuetudine per gli islamici, non si può che essere d’accordo con l’ex deputata al parlamento olandese Ayaan Hirsi Ali quando afferma: “il mondo degli ‘infedeli’ è lontano dalla perfezione, ma è comunque di gran lunga superiore al mondo offerto dall’Islam, se come dottrina l’Islam riduce l’uomo in uno stato di schiavitù”.

Sono convinto, più dei nostrani giannizzeri difensori dell’islam, che non bastino le Sura del Corano a dimostrare l’aggressività della religione maomettana, ma occorrano anche testimonianze dirette come quella maturata da Padre Charles de Foucauld missionario in nord africa.

Attraverso il suo biografo, René Bazin, possiamo apprendere come si esprimeva: “La storia di quattordici secoli, unita all’esperienza quotidiana di tutti i coloni che vivono in mezzo a popolazioni musulmane, ci insegna che l’animosità contro il cristiano è di fatto portata avanti attraverso l’insegnamento della legge coranica. (..).

Da tutto ciò possiamo dedurre che ogni atto del potere pubblico che tenda a sviluppare l’insegnamento del Corano viene compiuto contro di noi. Dobbiamo perciò evitare di prendere iniziative sulla libertà religiosa dei musulmani, lasciandoli liberi di professare il loro culto e di praticare i loro costumi e comportandoci in modo perfettamente giusto e buono verso di loro: se andiamo oltre, siamo deboli e anche un po’ di più che deboli”.

È vero inoltre che i problemi di convivenza con l’Islam sorgono con la nascita stessa dell’Islam, poiché quando Maometto era ancora vivo già le sue schiere di “fedeli” avevano iniziato la guerra santa per la conquista di popoli e territori alla nuova religione.

In breve i nuovi maomettani s’impadronirono delle coste del Nord Africa, fagocitando fiorenti cristianità e il Medio Oriente, poi penetrarono in Spagna costringendo l’Europa ad una guerra difensiva durata circa mille anni.

Potiers nel 732, Lepanto nel 1571, l’assedio di Vienna nel 1683, sono date della storia che ci ricordano questo attacco alla fortezza Europa.

Le Crociate furono spedizioni militari promosse dalla Santa Sede non per imporre la fede cattolica ai musulmani, ma solo per difendere le comunità cristiane perseguitate nel vicino Oriente e per liberare i luoghi santi ingiustamente invasi dalle armate maomettane.

Con buona pace delle vittime della scolastica giacobina-comunista anti clericale, le crociate (la prima crociata si ebbe nel 1099) furono una tardiva quanto necessaria risposta all’aggressività e ferocia degli islamici. Altresì, dobbiamo essere coscienti che l’attacco all’Europa da parte dei discepoli di Maometto continua anche oggi, anche se con armi diverse, non meno pericolose però, così come continuano da parte dell’Islam le persecuzioni contro i cristiani in varie parti del mondo.

La pianificazione di una islamizzazione dell’occidente non è un mistero ma esplicita: basta ricordare le parole del socialista ex presidente dell’Algeria Houari Boumedienne, quando a New York ad una conferenza dell’ONU nel 1974, così si espresse:

Un giorno milioni di uomini abbandoneranno il Sud del mondo per fare irruzione negli spazi relativamente accessibili dell’emisfero Nord alla ricerca della propria sopravvivenza. E questi milioni di esseri umani non verranno da amici. Non ci sarà bisogno di combattere saranno i ventri delle nostre donne che ci daranno la vittoria”.

Diretto e schietto anche lo sceicco Omar Bakri portavoce del Fronte Internazionale Islamico per l’Europa, il quale ha dichiarato: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.

Sempre lo stesso sceicco in una intervista apparsa su “La Repubblica” del 14 settembre 1998 (pag.16), ha testualmente affermato: ”Nessun musulmano dubita che l’Italia sarà islamizzata e che la bandiera dell’Islam sventolerà su Roma”.

Chi ha il coraggio di parlare apertamente e in maniera critica dell’islam è costretto a vivere sotto scorta, quando va male viene ammazzato. Ricordo l’ultima vittima illustre: il regista Theo Van Gogh. Si, l’Islam è una religione affabile di pace, si, quella eterna per chi l’ostacola!

Concludo, consapevole dei livelli di ignoranza, consigliando a chi fa della presunzione uno stile di vita di scrostarsi la patina di demagogia che li ricopre e di studiare la storia, ma non sui manuali del comintern.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, referente per l’associazione Progetto Nazionale (foto sotto).

 

 

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Fiume, Istria e Dalmazia: il prezzo pagato per l’ingiustificata autonomia trentina

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Ricorre il centenario dell’impresa fiumana capeggiata da Gabrielle D’Annunzio.

Le terre al di là dell’Adriatico sono sempre state abitate da genti latine, cuore pulsante durante il periodo della Repubblica Serenissima di Venezia.

I mistificatori di professione, raccontano però un’altra storia, portando come prove il numero superiore di cittadini slavi rispetto alla presenza latina, così volendo dimostrare che l’italianità pretesa è fuori luogo, non giustifica l’azione d’annunziana, che però giustificherebbe foibe ed esodo.

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Di fondo c’è una verità, però viene omesso il motivo per il quale la popolazione slava ha preso forza su quella latina. Il motivo è da cercare in una legge imperiale emanata dall’imperatore asburgico Francesco Giuseppe il 12 novembre 1866. Il verbale della riunione recita testualmente:

Sua maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno” [cfr. Luciano Monzali, “Italiani di Dalmazia”, Firenze 2004, p. 69; Angelo Filipuzzi (a cura di), “La campagna del 1866 nei documenti militari austriaci: operazioni terrestri”, Padova 1966, pp. 396].

Altro capitolo dimenticato, il plebiscito mancato, che avrebbe evitato la mutilazione di Fiume, Istria e Dalmazia dal resto dell’Italia. Quel plebiscito fu impedito da Alcide Degasperi.

Il governo americano avrebbe voluto un referendum plebiscitario per la cessione di Fiume, Istria e Dalmazia alla Iugoslavia. Degasperi si oppose, perché se avesse concesso il plebiscito agli italiani di Pola, Zara e Ragusa, avrebbe dovuto concederlo anche all’Alto Adige.

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Il risultato dei plebisciti avrebbe certamente sentenziato che le terre di Istria, Fiume e Dalmazia sarebbero dovute rimanere con l’Italia, mentre l’Alto Adige molto probabilmente sarebbe passato all’Austria, con la conseguenza che non avrebbe potuto giustificare l’autonomia speciale di cui gode oggi il Trentino, alla faccia del “Los von Trient” (”L’esodo dei 350 000 Giuliani Fiumani e Dalmati” ediz. DIFESA ADRIATICA di Padre Flaminio Rocchi;  professor Gianni Oliva; professor Michael Gehler; professoressa Stadlmayer).

Il prezzo pagato per l’ingiustificata autonomia trentina, furono Fiume, Istria e Dalmazia.

Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, con messaggio netto e chiaro afferma: “Le foibe e l’esodo, gli orrori commessi contro gli italiani del confine orientale, non furono una ritorsione contro i torti del fascismo, come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato a insinuare. Furono, invece, il frutto di un odio che era insieme ideologico etnico, e sociale (secoloditalia.it 10/02/2019)”.

Il sommo poeta Dante le menzionò anche nel canto dell’ (Inferno, IX, 112-116):

Si come ad Arli, ove il Rodano stagna, Si com’ a Pola presso del Quarnaro, Ch’Italia chiude e i suoi termini bagna, Fanno i sepolcri tutto ‘l loco varo; Così facevan quivi d’ogni parte, (Inf. e. IX, 112-116).

 

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana 

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Nel nuovo libro dell’emerito arcivescovo Luigi Bressan la verità sui rapporti fra chiesa e nazismo

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E’ uscito da poco, per Athesia, un nuovo libro dell’arcivescovo emerito di Trento, Luigi Bressan.

Si tratta di un saggio storico, approfondito e documentato, che fa luce sull’operato di monsignor Celestini Endrici, arcivescovo di Trento dal 1904 al 1940 nei riguardi del nazionalsocialismo.

Il titolo ci introduce già nella conclusione: “Celestini Endrici contro il Reich. Gli archivi svelano”.

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Il merito di quest’opera è appunto quello di essere una ricerca di archivio, di basarsi su documenti chiari ed inequivocabili che aiutano in quell’opera di chiarificazione storica cominciata molti anni orsono a proposito della figura di Pio XII.

All’indomani della seconda guerra mondiale, infatti, la propaganda comunista, per vendicarsi della fiera opposizione della Chiesa cattolica al verbo di Marx, Lenin e Stalin, creò la “leggenda nera” sul papa che era stato “alleato dei nazisti”.

Oggi sappiamo dai documenti e da innumerevoli testimonianze che non fu affatto così, e che anzi Pio XII fece il possibile per ostacolare il nazionalsocialismo e, una volta occupata l’Italia da parte dei tedeschi, per difenderli, nasconderli, salvarli.

Abbiamo i documenti di archivio (vedi per esempio i saggi di Pierre Blet, “Pio XII e la seconda guerra mondiale negli archivi vaticani”, del 1999, e di Mark Riebling, “Le spie del Vaticano. La guerra segreta di Pio XII contro Hitler”, del 2016) e le preziose testimonianze di tante personalità, grate alla Chiesa per la difesa degli ebrei perseguitati dal nazismo, tra le quali vorrei citare quantomeno quelle di tre ebrei celebri come Albert Einstein, Sigmund Freud ed Hanna Arendt.

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Tornando al libro di mons. Bressan, il focus è su un vescovo in terra di confine, cioè molto vicino a quell’Austria in cui circolavano con sempre maggior insistenza le idee nazionalsocialiste, ostacolate con coraggio, ma inutilmente, da due cancellieri cattolici: Engelbert Dollfuss, ucciso nel 1934 dai nazisti, e Kurt Alois von Schuschnigg, deportato a Dachau dopo l’annessione nazista dell’Austria.

Endrici fu, come Pio XII, come i due cancellieri citati, un fiero avversario sia del comunismo sia del nazionalsocialismo, e non si fece mai ingannare dall’idea che si potesse contrastare l’uno, abbracciando l’altro (il che non accadde nel mondo protestante tedesco, abituato da centinaia di anni alle chiese di stato e ad un forte nazionalismo luterano, e che quindi, almeno inizialmente, accolse con un certo favore l’ascesa del Führer).

Endrici vedeva in entrambi due figli dell’ideologia hegeliana e della filosofia idealista, che aveva cancellato la dimensione del Trascendente, divinizzando lo Stato, la Nazione, e gli “uomini cosmico storici”.

Notava inoltre che nazionalsocialismo e comunismo calpestavano sotto il tallone dello Stato Onnipotente “i diritti naturali” dell’individuo e della famiglia, cercando di sostituire, talora con la forza, talora con astuzia, la fede in Dio con la “fede” nel Partito, nel Leader, nello Stato, nella Razza o nella Classe.

Conoscendo bene il tedesco, e potendo accedere ai testi nazisti, Endrici si accorse subito che Hitler – seguace di un “neopaganesimo panteista” attentissimo all’ambiente e all’ecologia, ma spietato con gli uomini-, utilizzava talora parole ambigue, proprio come “fede”, per riempierle di un significato nuovo, similmente a come facevano i comunisti, sempre pronti a nascondere sotto parole edificanti (“pace”, “amore per i poveri”…), un’ideologia antiumana e materialista.

Rimando al libro citato per chi volesse approfondire il pensiero e le concrete battaglie del vescovo trentino per strappare il popolo, ma soprattutto la gioventù (la più infiammata dal nuovo “credo”), al “fascino” dell’ideologia di morte nazista.

E concludo con l’auspicio che ora che abbiamo finalmente un lavoro completo su questo grande personaggio, qualcuno prenda la penna per raccontare un altro eroe, dimenticato nonostante fosse nativo della nostra Riva del Garda: il già citato Kurt Alois von Schuschnigg! (foto)

Questo cancelliere austriaco, che oggi verrebbe definito “sovranista” o “identitario”, per il suo attaccamento, per nulla nazionalista, alle radici e all’identità austriaca, lottò a mani nude, come il suo predecessore, contro una Germania potente e arrogante, scontando con il lager il suo coraggio.

Le sue memorie, “Un requiem in rosso-bianco-nero”, edito da Mondadori nel lontano 1947, andrebbero quantomeno ripubblicate perché testimonianza diretta dell’opposizione radicale di un politico laico cristiano, abbandonato dalle altre potenze europee, ai due mostri siamesi del XX secolo.

Sotto un piccolo estratto dalla lettera di mons. Endrici a parroci e collaboratori

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Sudtirolo e Trentino, la storia non contraddice la geografia: i confini dell’Italia iniziano al Brennero

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Da Elena di Troia, alla Troia del tirolo.

L’attuale Trentino Alto Adige fu inserito, nell’organizzazione augustea dell’Italia, nella X Regione “Venetia et Histria” (che comprendeva l’attuale Triveneto dal Brennero al Carnaro) e a livello locale, nel “Districuts” avente a capoluogo Tridentum (Trento).

Tale regione era quindi ritenuto parte dell’Italia già in epoca augustea ed i suoi abitanti erano “cives” romani, ossia si riconosceva la loro compiuta romanizzazione.

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Per vedere un inizio della germanizzazione dell’Alto Adige bisogna chiamare in causa i Baiuvari, antenati dei Bavari. Costoro invasero la regione e riuscirono a controllarla soltanto dopo un’accanita resistenza dei latini, guidati dal loro vescovo Ingenuino.

Quello dei Baiuvari è il primo vero insediamento germanico in Alto Adige, ma consistette sostanzialmente d’una ristretta cerchia di militari che dominavano la popolazione locale asservita. La situazione non mutò sotto il dominio dei Franchi. Sino all’anno Mille circa la presenza germanica in Alto Adige fu quindi molto scarsa.

“Donamus etiam ad prefatum sanctum locum valle illam que vocatur Camonia cum salto Candino vel usque in dalanias cum montibus at alpibus a fine Treentina qui vocatur Thonale usque in finem Brixamcinse seu giro Bergamasci (..) ” – Caroli Magni Diplomata -papia, XVI iulius 774

Un evento di particolare gravità sul piano della germanizzazione fu la decisione dell’imperatore Corrado II (1024-1033) di concedere poteri territoriali ai vescovi di Bressanone e di Trento. Questa decisione infatti spezzò la tradizionale, antichissima unità amministrativa dell’Italia nord-orientale, che poggiava su di un continuum culturale risalente sino alla Preistoria o quantomeno all’epoca romana.

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L’espressione “Triveneto” talora ancora oggi impiegata ricalca infatti approssimativamente tale anteriore unità culturale.

Il governo della regione spettava formalmente al principato vescovile di Trento, che esistette sino al 1802 e fu rappresentato solitamente da vescovi italiani e residenti in una città italiana nel cuore d’una regione italiana.

Tuttavia, di fatto era sopravvenuta una graduale usurpazione dei suoi diritti nell’Alto Adige ad opera dei conti del Tirolo a partire dal secolo XII, il cui Land però era, su di un strettamente piano giuridico, esistente solo ed unicamente a settentrione del Brennero.

Infatti, il conte tedesco del Tirolo rimase per lunghi secoli, sul piano formale, un semplice advocatus del principe legittimo del territorio, ovvero il vescovo di Trento, anche se di fatto la maggior parte delle prerogative di quest’ultimo sull’Alto Adige furono progressivamente usurpate.

La storia del Tirolo ebbe inizio con la contessa Margherita di Tirolo-Gorizia, soprannominata in seguito ” Margherita Maultasch ” detta anche ” Margherita Boccagrande“.

Il soprannome Maultasch che significherebbe in termini letterari ” muso a borsa ” e tradotto con “bocca sfigurata-bocca grande “, tale espressione veniva attribuita come ” prostituta “, ovvero donna di facili costumi.

Margherita nacque in Tirolo nel 1318 dal duca Enrico di Carinzia e Tirolo e dalla contessa del Tirolo Adelaide Di Braunschweig.

Quando aveva appena dodici anni andò in sposa a Giovanni Enrico di Boemia.

Dopo varie lotte per il possesso del Tirolo e dopo che Carlo IV fratello di Giovanni Enrico cercò di intermediare per la conquista con il duca, in merito ai fatti che si susseguivano in quanto era più esperto sulle politiche del tempo, Margherita prese sempre di più padronanza di se e diventò più forte, sicura e con un gesto davvero insolito e sconcertante per una donna di quell’era, ripudiò il marito e lo fece esiliare dal Tirolo nel 1341.

In seguito nel 1342, prese nuovamente marito e si sposò con Ludovico di Brandeburgo.

La loro unione coniugale suscitò sin da subito un grande scandalo in tutta l’Europa. Papa Clemente VI dichiarò nulle le loro nozze, entrambi furono scomunicati (chissà quale fu il giudizio di siffatta donna del fervente cattolico Andreas Hofer).

Margherita, priva di discendenti, cedette i suoi territori (usurpati al principe vescovo) a Rodolfo IV d’Asburgo e  morì a Vienna nel 1369.

Il Trecento è un secolo cruciale nella germanizzazione dell’Alto Adige.

Dante Alighieri (di origine tedesca) ad inizio del secolo, anche per l’influsso della definizione d’Italia nella geografia amministrativa romana, fissava i confini della nazione italiana presso Nizza a ovest, sul Carnaro a est (“Sì com’a Pola, presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”), sul Brennero a nord: “Suso in Italia bella giace un laco, a piè dell’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, ch’ha nome Benaco”.

La Germania iniziava pertanto per il Poeta a settentrione di “Tiralli”, del Tirolo, che era quindi compreso nell’area italiana.

E perché circa le rimanenti città delle estreme regioni italiche nessuno può nutrire dubbi – se qualcuno dubita, non merita nemmeno un chiarimento – poco mi resta da discutere. E dunque io, che desidero deporre il setaccio al più presto, per uno sguardo ai rimasugli dico che le città di Trento, Torino e Alessandria giacciono così vicine ai confini d’Italia che non possono avere lingue incontaminate; si che se pure il loro volgare, che è sozzo (turpissimum), data la mescolanza con volgari stranieri.

Se cerchiamo l’italiano illustre, dunque, quello di cui andiamo in traccia non potrà ritrovarsi in tali luoghi”. (Dante Alighieri: De vulgari Eloquentia, libro I, cap. XV, 1305).

Per quanto riguarda il Trentino, solo il 27 aprile del 1785 l’imperatore Giuseppe II -senza alcun apparente motivo- cambiò il nome del Trentino in Tirolo.

La novella Maultasch, Eva Klotz, ricordi due aspetti: prima di rivendicare patriottismo tirolese, leggesse il libro “La Trediciesima tribù” di Arthur Koestler: potrebbe scoprire che la sua origine etnica la porterebbe molto lontana dall’Europa.

Geograficamente i confini dell’Italia finiscono o iniziano al Brennero, ed anche la storia non contraddice la geografia.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana.

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