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«Cerchiamo l’assoluto e Dio»: al Cern, dove si indaga il mistero dell’origine

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L’anno è il 1989: sta per cadere il muro di Berlino, e con esso, la cortina di ferro.

Interi paesi, tutti quelli sotto il tallone comunista, intravedono la libertà, che si rivelerà più faticosa e difficile del previsto.

In questo stesso anno nasce il Web, il World Wide Web cioè la “rete di grandezza mondiale” che abbatterà molti “muri” costituiti dalla distanza fisica, spaziale.

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Il luogo in cui questo accade è il CERN di Ginevra, in una zona di confine tra Svizzera a Francia.

E’ grazie a questa invenzione che posso permettermi il lusso di intervistare un “mostro” della scienza contemporanea, il professor Lucio Rossi, via Skype: io seduto nel mio studio, lui nel suo, a Ginevra appunto.

Rossi è un fisico italiano già responsabile dei magneti superconduttori del mitico acceleratore di particelle detto Large Hadron Collider (LHC) del Cern: è dunque uno dei protagonisti della scoperta del Bosone di Higgs, noto al grande pubblico con un’espressione impropria, più mediatica che scientifica, cioè “la particella di Dio”.

Ora dirige il progetto LHC ad Alta Luminosità, volto a aumentare considerevolmente le prestazioni di LHC.

Abbiamo voluto chiedergli alcune delucidazioni sul Cern ed alcune opinioni personali.

Professore, come è nato il suo interesse per la fisica?

Mi sono affascinato alla disciplina sin dal liceo, grazie ad una mia insegnante, davvero brava. Mi chiedevo il perchè delle cose, ed ero indeciso tra fisica e filosofia. Ho visto con il tempo che questo è accaduto a tanti: anche i filosofi si fanno delle domande e cercano delle risposte. La mia vocazione è nata dunque ai tempi del liceo ed è maturata all’università, quando ho deciso che avrei voluto fare ricerca…”.

Ci può descrivere in poche parole cosa è il Cern?

Cern sta per European Organization for Nuclear Research. Si tratta di un’organizzazione internazionale, intergovernativa, che quindi, a differenza di quello che si potrebbe credere, non dipende dall’Unione Europea. Il suo fine è la ricerca in fisica nucleare e in fisica delle particelle. L’idea di base è mettere in comune le risorse per poter fare delle infrastrutture significative, con grandi i strumenti scientifici che il singolo stato non può permettersi. Il Cern ha 22 stati membri, di cui 21 europei più Israele. Ci sono poi otto stati associati, come India, Pakistan, Turchia e Ucraina, e tre stati osservatori: gli Stati Uniti, la Federazione Russa e il Giappone. Inoltre sono una cinquantina gli stati che cooperano, come l’Albania, l’Egitto, il Brasile e molti altri. Insomma, la E di Europa rimane fondamentale, ma collaboriamo con gran parte del mondo. Contribuendo così anche alla pace, a mettere insieme i popoli, la gente”.

Il direttore generale è un’italiana, Fabiola Gianotti. Quale in generale il nostro ruolo?

Uno dei padri fondatori è il fisico piacentino Edoardo Amaldi, primo segretario generale del Cern tra il 1952 e il 1954. Gli italiani amano collaborare, hanno una buona preparazione universitaria, che permette loro di avere spesso molto successo… D’altra parte le condizioni per la ricerca in Italia sono difficili e i nostri laboratori sono di taglia media. Veniamo dunque molto volentieri al Cern, portando nel nostro dna l’amore per la scienza, che è anche retaggio della nostra cultura cristiana, quella da cui sono sorte le scuole e le università, e che si fonda sulla convinzione che conoscere sia un’esperienza fondamentale dell’essere umano”.

Qual’è il compito del “suo” acceleratore?

Prendiamo delle particelle molto piccole, le acceleriamo arrivando vicino, molto vicino alla velocità della luce, e le facciamo incrociare, collidere, l’una contro l’altra. Ricreiamo così delle concentrazioni di energia che esistevano nell’universo primordiale: andiamo verso il Big bang, gettiamo luce sull’origine dell’universo, che nel frattempo si è molto raffreddato. Questo ci permette di conoscere bene di quali mattoni e forze è fatto l’edificio dell’universo. Certo, da un lato conosciamo molto bene le cose che possiamo vedere, ma abbiamo capito che c’è qualcosa di molto importante che ci sfugge, per esempio la “materia oscura”, così detta perchè non la vediamo. Ma non basta accelerare e far scontrare le particelle, ci vogliono anche degli occhi che vedono (i“rilevatori di particelle”), una notevole potenza di calcolo e tantissima teoria fisica per interpretare gli eventi”.

Quali devono essere, secondo lei, le virtù dello scienziato?

Ci vogliono doti di natura, occorre certamente masticare la matematica, avere un qualche intuito in fisica. Poi, accanto a queste doti naturali, ci vuole la curiosità dei bambini. La curiosità è un motore molto importante, perchè ci permette di porci delle domande. Metto al centro proprio la parola “domanda”, più che la parola “dubbio”, come si fa spesso sostenendo che lo scienziato mette in dubbio tutto. No, il dubbio sistematico non porta a nulla… al contrario, lo scienziato persegue in modo religiosamente fanatico, mi passi l’espressione, delle intuizioni, delle idee. Il dubbio va bene, ma appunto come domanda che presuppone la volontà di cercare una verità… Domanda è per me sinonimo di apertura al mondo: attirati, catturati dalle bellezze del cosmo, ci domandiamo come e perchè”.

Ascoltandola vengono in mente i pionieri della scienza sperimentale, uomini inclini alla ricerca filosofica e teologica, spesso molto religiosi…

Certamente, perchè la religione dà, o cerca di dar,e delle risposte a delle domande, alle domande ultime (perchè ci siamo? Qual è il nostro destino?)… Chi è religioso veramente, lo è perchè si pone molte domande, perchè ricerca il senso, e vuole comprenderlo in modo sempre più approfondito. Le verità della fede, infatti, non sono statiche: vanno penetrate sempre più, perchè avendo a che fare con l’essenza dell’umano sono inesauribili. L’uomo di fede è certo, ma una certezza mai paga, desidera che la sua comprensione sia via via più piena e convincente – per sé innanzitutto.. Anche nella scienza accade qualcosa di analogo: la teoria sulla gravitazione di Isaac Newton è stata superata da quella di Albert Einstein e un domani avremo una teoria che sopravanzerà quella del fisico tedesco … la spiegazione sarà sempre più profonda e “piu’ vera”. Qui al Cern abbiamo trovato il bosone di Higgs, che poteva sembrare un punto di arrivo. E invece no, abbiamo delle discrepanze che ci spingono ad andare oltre… Certamente fede e scienza hanno metodi diversi, domini diversi; la scienza si pone più il come e la religione il perchè, ma queste domande sono connesse tra loro, anche nel soggetto che se le pone”.

Però oggi gli scienziati non sono più religiosi come un tempo…

E’ vero e non è vero. Anche oggi molti scienziati hanno un senso religioso, un senso del Mistero. Una volta c’erano persone religiose anche solo per moda culturale; oggi l’onda culturale va in un’altra direzione e ci si adegua. Difficile però trovare scienziati che si dichiarano fermamente atei; molti oggi preferiscono non esporsi, magari perchè non è conveniente, mentre altri si definiscono volentieri agnostici o indifferenti. Siamo in un tempo di pensiero debole, e ci siamo dentro tutti. E’ l’aria del nostro tempo”.

Lei usa la parola “mistero”. Il fisico Carlo Rovelli scrive che vi sono ancora molti “misteri” irrisolti: la nascita del cosmo, della vita, la natura del tempo, la mente umana… Ma cosa vuole dire “misteri”?

La parola mistero indica che c’è una domanda che genera altre domande e che evoca una risposta più profonda. Il Mistero è più di qualcosa che non si conosce, e l’intuizione che c’è qualcosa che apre ad un’altra realtà, che c’è una realtà che ne implica un’altra. Ci sono tanti misteri, anche la natura delle leggi fisiche lo è, e la cosa più incredibile è che quando gettiamo luce su uno di essi questo ci apre ad altre e ancora piu profonde questioni… Il Mistero mi sembra quindi strutturale, e per me si identifica con Dio. La via della conoscenza è inesauribile, e conduce –se riconosciuta e accettata – all’Infinito. In questo senso il Mistero è amico dell’intelligenza: la stimola, la nutre e la rilancia di continuo, perchè non va contro la ragione, ma la spinge ad intuire, ad ammettere, qualcosa oltre la limitata ragione umana, come aveva ben chiaro un filosofo scienziato come Blaise Pascal”.

Torniamo all’acceleratore, cioè alle macchine. Qual’è la differenza tra l’acceleratore e il fisico, tra la macchina e l’uomo?

La scintilla della libertà. L’uomo è un essere che ragiona e che ha il libero arbitrio. Alcuni biologi pensano che il cervello sia una macchina punto e basta, ma non siamo macchine pensanti: siamo dotati di un’ autocoscienza unica, siamo, come diceva un teologo, il punto in cui l’universo acquista coscienza di se stesso. Nella parola libertà ci sta l’arte, per esempio: l’opera d’arte è inaspettata, non programmata, libera come la curiosità di cui si diceva. La libertà non piace ai riduzionisti, ai meccanicisti, ed è comprensibile: la libertà fa paura, ci costringe alla responsabilità… E poi dalla libertà viene fuori la gratuità: il desiderio di conoscere per il gusto di conoscere e il fare una cosa “gratis e at amore Dei” sono il vertice cui può giungere solo l’uomo, non la macchina. Sono ciò che ci svela la nostra natura ha una radice in Altro, che nella nostra cultura chiamiamo Dio. Facendo qualcosa gratis, parola che deriva da gratia, imitiamo davvero Dio, che è Carità, Amore. La gratuità è quindi, per il credente, il vertice della razionalità, l’atto più ragionevole”.

Parte di questa intervista è comparsa sul quotidiano La verità del 30 marzo 2019

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Robosense: nascono a Pergine le tecnologie che danno “occhi” ai magazzini intelligenti

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Nata come startup alla fine del 2012, l’azienda cresciuta grazie al supporto di Trentino Sviluppo e ad una costante collaborazione con i laboratori di ricerca dell’Università di Trento, è impegnata a “dare occhi” intelligenti ai sistemi informatici di automazione.

Robosense fornisce tecnologie che permettono di leggere con sicurezza e precisione imballaggi e merci, favorendo l’automazione dei grandi magazzini di logistica.

Vision computing che trova applicazione anche nel settore della mobilità autonoma dei disabili e nelle sezioni di “controllo radiogeno” degli aeroporti di Roma, Milano e Napoli per automatizzare e rendere più veloci le operazioni di controllo ai check-in.

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Robonsense è una startup innovativa supportata con il bando Seed Money-FESR. A breve assumerà altri due ingegneri meccatronici.

Robotica e sensoristica a braccetto, per rendere più facile e più comoda la vita dell’uomo.

Tecnicamente Robosense, fino al prossimo anno, sarà ancora una startup innovativa. Poi il salto tra le aziende mature sarà inevitabile, visti i passi da gigante compiuti finora.

L’azienda, nata nell’ambito dell’Università di Trento ed insediata nel Business Innovation Centre (BIC) di Pergine Valsugana, sta allargando infatti sia il proprio campo d’azione tecnologico che i propri mercati all’estero.

«Il nostro lavoro – spiega Mattia Tavernini, amministratore delegato di Robosense – è quello di dare intelligenza alle macchine attraverso l’automazione e la sensoristica. Usiamo la robotica sia in ambito industriale meccatronico che per sviluppare sistemi innovativi di assistenza per disabili gravi».

Il board aziendale è completato dal professor Mariolino De Cecco, docente di ingegneria all’Università di Trento e responsabile del Laboratorio di misure meccaniche dell’ateneo trentino (MIRo Lab), Alberto Fornaser e Luca Baglivo. Luca, Alberto e Mattia si sono formati presso lo stesso laboratorio MIRo Lab.

«Il nostro principale settore di riferimento – aggiunge Tavernini – è quello della logistica e del packaging. Con i nostri algoritmi basati su elaborazione di dati 3D permettiamo alle grandi aziende di muovere con sicurezza, precisione e massima automazione muletti e veicoli a guida autonoma all’interno dei magazzini.».

«Riusciamo a far sì che queste macchine ricostruiscano la volumetria, individuino pallet da inforcare fino ad altezze superiori ai 15 metri o gruppi di scatoloni da imballare con film plastico senza bisogno dell’operatore».

Il “segreto” sta nella profonda conoscenza della tecnologia che sta alla base della scienza della misurazione, che consente di elaborare con estrema accuratezza e robustezza informazioni di solito molto rumorose a causa delle interferenze tipiche degli ambienti industriali.

«Una nostra applicazione, ad esempio – spiega Tavernini – è presente presso la multinazionale Procter & Gamble, che in Germania utilizza i nostri algoritmi per la logistica dei famosi pannolini Pampers su scaffalature alte anche più di 15 metri». Nel gergo industriale, queste funzioni sono comprese sotto l’ombrello dello “smart finding, identification and picking”.»

Da marzo 2019 la società è insediata nel Business Innovation Centre di Pergine Valsugana:

«Qui abbiamo opportunità di crescita, networking, spazi adeguati, infrastrutturazione telematica e digitale, servizi di business e internazionalizzazione. Abbiamo partecipato ai bandi di Trentino Sviluppo a supporto delle startup».

Fondamentale per la nascita di Robosense è stata infatti l’opportunità del Bando FESR 1-2011 Seed Money, che ha finanziato la startup con un contributo erogato, a fondo perduto, pari a 103 mila euro.

Automazione industriale, logistica ma anche misurazioni e computer vision:

«Le tecnologie video 3D – prosegue Tavernini – ci permettono anche di realizzare prodotti costituiti sia da un hardware che da un software in grado di pesare e misurare la volumetria di pallets, pacchi, imballaggi destinati alla spedizione, e quindi determinarne la tariffa di spedizione».

Sensori e tecnologie video in 3D consentono attività di mapping, riconoscimento e localizzazione di oggetti. Ciò che prima veniva individuato tramite laser scanner (che misurava la distanza utilizzando un raggio di luce in rotazione attorno a un asse), oggi si realizza con telecamere 3D che risultano più economiche e flessibili.

«Il mercato sul quale stiamo trovando i maggiori consensi – conclude Tavernini – è quello delle grandi aziende di logistica francesi che hanno necessità di sistemi di “visione” industriale».

Anche negli aeroporti, per velocizzare e rendere sicure le procedure di check-in, occhi 3D possono aiutare.

E così Robosense di Pergine Valsugana ha fornito la sua tecnologia agli aeroporti di Roma Fiumicino, Milano Malpensa e Napoli Capodichino per rilevare la presenza (persino di un anello o di un biglietto da visita dimenticato) nelle vaschette usate per il passaggio alla macchina radiogena.

Un operazione che permette di non impegnare personale di servizio a questo scopo e favorire, in automatico, tramite un nastro, il ritorno della vaschetta al punto di partenza, a beneficio dei passeggeri successivi.

Ma la tecnologia robotica di Robosense trova applicazione anche nel settore degli ausili alla disabilità.

Sono in via di sperimentazione e perfezionamento delle interfacce a disposizione di disabili in carrozzina per indirizzare il proprio mezzo con un semplice sguardo.

La carrozzina seguirà il punto che l’occhio guarda sullo schermo di un visore montato solidalmente con il mezzo. Un aiuto importante per patologie come la SLA o la tetraplegia, che ha imposto finora a persone che ne sono affette di manovrare la carrozzina con il mento, la lingua, persino il soffio.

Così, invece, la guida avviene con gli occhi. È molto più intuitiva e si sta cercando di ridurre al minimo l’effetto di stanchezza sul campo oculare donando a tali carrozzine capacità robotiche allo scopo di portare automaticamente l’utente da una posizione all’altra della propria abitazione.

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Tecnologia

Number neighbor: il nuovo pericoloso gioco made in U.S.A.

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“Ciao sono il tuo vicino di numero!”

Inizia così la nuova moda che sta spopolando negli Stati Uniti e che prevede di contattare via sms i propri vicini di numero.

L’Estate si sa è il periodo più ambito per i teenager e sembra che, un po’ per noia un po’ per stupidità, si inizino giochi dai risvolti pericolosi.

La procedura è molto semplice si accede all’applicazione di messaggistica, si sottrae o si aggiunge un numero al proprio e si invia il messaggio.

Il gioco non finisce qui, dopo aver conversato un pò e aver preso confidenza con l’interlocutore si procede a condividere gli screenshot delle conversazioni su twitter.

Questo gioco è privo di logica e l’unica motivazione sembra essere quella di combattere l’ozio.

“Number neighbor“ questo è il nome del gioco, un gioco che potrebbe rivelarsi pericoloso se al di la del telefono ci fosse un truffatore o un malintenzionato.

Nel momento in cui si salva in rubrica il “vicino di numero” lo si ha immediatamente tra i contatti WhatsApp.

Iniziando poi  la conversazione con una propria descrizione si mette in pericolo anche la propria privacy.

Le generazioni attuali sembrano sempre meno sensibili ai pericoli che si corrono giocando in maniera leggera con i social o le app di messaggistica.

Una mancanza che espone i meno accorti ai pericoli di malintenzionati o truffatori.

“Ciao sono il tuo vicino di numero!” è un gioco che sembra non essere ancora approdato nel Bel Paese ma siamo certi che non mancherà di fare la sua comparsa tra i confini dello Stivale.

Un appello quindi è doveroso da parte nostra nei confronti di tutti quei genitori che hanno dei figli ancora teenager.  Parlate con loro spiegando a cosa vanno incontro.

“Number neighbor“ per ora sembra circoscritto al territorio Americano ma non vi sentiate tranquilli perché presto potreste ricever un messaggio che recita:

“Ciao sono il tuo vicino di numero!”

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Hi Tech e Ricerca

Questa immagine è in bianco e nero o a colori? La nuova illusione ottica che sta facendo impazzire tutti

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Una nuova illusione ottica sta spopolando in rete, tanto da diventare in poco tempo virale. Si tratta di una immagine in bianco e nero che il nostro cervello reinterpreta vedendola a colori.

L’immagine è stata realizzata da Øyvind Kolås, sviluppatore di software digitali, con una tecnica detta Color Assimilation Grid Illusion.

 L’esperimento consiste nella sovrapposizione di una griglia di linee colorate (i colori sono il blu, il rosso, e l’arancione) su una qualsiasi foto in scala di grigi: l’obiettivo è dimostrare che utilizzando questa tecnica il cervello percepisce come colorata la foto che in realtà è in bianco e nero. Ed in effetti è esattamente ciò che accade. Ma perché?

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A spiegarlo è Lionel Page, della University of Technology di Sydney: “Ciò che vedi è quello che il tuo cervello pensa che sia la realtà, date le informazioni imperfette che riceve”.

Il test è stato fatto anche con dei pallini colorati al posto della griglia e il risultato è evidentemente simile.

Questa tecnica, però non funziona soltanto sulle immagini statiche. E per dimostrarlo è stata applicata anche su un video in bianco e nero.

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