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Mamma & Donna

Endometriosi: quando il ciclo fa male. In Italia ne soffrono tre milioni di donne.

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In Italia ne soffrono tre milioni di donne.

Capita spesso di avere un ciclo mestruale molto abbondante e doloroso.

Se però le mestruazioni sono accompagnate da gonfiore addominale insolito e il male ci impedisce di portare a termine le normali attività quotidiane, è opportuno prenotare una visita dal ginecologo, per escludere che si tratti di endometriosi.

Cos’è l’endometrio?

E’ la mucosa che riveste le pareti interne dell’utero.

Può capitare che questo tessuto si diffonda al di fuori dell’organo formando noduli e cisti che intaccano gli organi vicini, provocando dolore e portando, con il tempo, anche all’infertilità.

L’endometriosi è una malattia cronica e spesso invalidante. Si stima ne soffra una donna su 10.

Tante di noi hanno combattuto e ancora affrontano un male che può compromettere la possibilità di concepire un bambino.

Quali sono i sintomi:

  • Ciclo mestruale doloroso (dismenorrea).
  • Dolore durante i rapporti sessuali.
  • Dolore associato a movimenti intestinali o minzione.
  • Ciclo pesante (menorragia) o sanguinamento in mezzo a cicli (menometrorragia).
  • Altri sintomi: specialmente durante il periodo mestruale, si può avvertire stanchezza, diarrea, stitichezza, gonfiore, nausea.

Esami per una diagnosi corretta. L’endometriosi colpisce le donne in età riproduttiva e la prima diagnosi arriva tra i 15 e i 35 anni.

Un’accurata visita e un’ecografia pelvica o interna, con un esperto, permettono un’alta attendibilità diagnostica. Di solito viene richiesto anche un esame di laboratorio specifico.

La malattia progredisce con gli estrogeni prodotti durante l’ovulazione, perciò la cura si basa sulla terapia ormonale. Quando questa fallisce, si interviene con la chirurgia per le forme complicate o per i casi di sterilità.

Complicazioni dell’endometriosi – La complicazione principale dell’endometriosi è la possibile infertilità e circa un terzo delle donne con l’endometriosi, hanno difficolta a rimanere incinte.  L’endometriosi può ostruire una tuba e non permettere a uovo e spermatozoo di unirsi, oppure può creare danni agli spermatozoi o agli ovuli.

Per questo, molte donne con lieve o moderata endometriosi possono concepire e portare a termine una gravidanza.

I medici consigliano a volte alle donne con endometriosi di non tardare ad avere figli perché la condizione può peggiorare con il tempo

Il primo passo? Non vergognarsi e trovare il coraggio di parlarne.

Anche i Vip hanno deciso di fare outing: Lena Dunham, (nella foto) protagonista della serie tv Girls, ha raccontato le difficoltà nel riconoscere questa malattia, quando ha denunciato i medici che non l’hanno capita e che hanno scambiato la sua endometriosi per colite. Anche Rossella Brescia, ex prima ballerina di Amici, ha raccontato la sua esperienza riguardo.

Se anche voi soffrite di endometriosi e ve la sentite di condividere la vostra storia con altre mamme e donne, fatelo nei commenti.

Il contenuto che hai letto è a carattere informativo e non sostituisce in nessun modo il parere del medico.

Mamma & Donna

Cucinare di più, ma meno spesso. Il nuovo trend è il Batch cooking

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Quando si torna a casa esauste dopo una giornata in ufficio o dopo aver rincorso i figli al parco, l’unica cosa che non si vuole fare la sera, è mettersi dietro ai fornelli.

E così, dopo aver preparato tortellini per due sere di fila, dopo aver consumato la tessera delle pizze d’asporto, kebap e lasagna, ci si rende conto di quanto stiamo esagerando e di quanto il nostro stile di vita è diverso da quello della generazione precedente la nostra.

Per sentirci in pace con noi stessi, dovremmo imparare dagli anglosassoni, iniziando a seguire le regole del “Batch Cooking” (tradotto letteralmente “cucina in serie”), il trend del momento che ci potrebbe portare numerosi vantaggi: mangiare sano e fare la spesa senza ansia, cucinando in anticipo, in un solo momento, tutti i pasti della settimana.

Come funziona il Batch cooking?

Quando cucinare dipende dai nostri impegni: chi lavora può scegliere, ad esempio, di prendersi un giorno nel weekend, il sabato o la domenica, oppure preferire una sera in settimana, o ancora approfittare di una giornata di pioggia.

L’importante è trovare un momento da dedicare interamente ai fornelli, senza distrazioni e senza fretta.

Tutto programmato per tempo: si inizia acquistando dei contenitori di vetro che serviranno per contenere carne e pesce e contenitori di plastica che serviranno per gli alimenti che vanno sistemati nel freezer. Per restare in linea anche con le regole salva ambiente, basta cercare di evitare l’utilizzo di pellicole, privilegiando l’utilizzo di coperchi fatti in casa usando piatti o tessuti.

Seguendo il Batch cooking non ci si deve preoccupare ogni giorno di cosa cucinare e nello stesso tempo, non si corre il rischio di sprecare cibo.

Per una settimana di programmazione, basta acquistare “4-5 contenitori da 300ml, 4-5 contenitori da 750 ml, 4- 5 contenitori da 1,5 l, qualche vasetto o scatola che può essere tranquillamente riciclato, andando a riutilizzare quelli di marmellate e conserve“. Poi con l’ausilio di qualche sacchetto di plastica riutilizzabile di un alimento, il gioco è fatto.

Cosa serve per partire con il Batch cooking?

 – Preparare un menù per tutta la settimana;
– fare la spesa acquistando solo ciò che abbiamo scritto nella lista;
– ritagliarsi almeno due/tre ore di tempo;
– avere a disposizione pentole per grandi quantità di cibo e pentole per monoporzioni;
– avere pronti molti contenitori per la conservazione;
– creare spazio in frigorifero;
– organizzare bene il contenuto del freezer

Dal dolce al salato le ricette sono tutte semplicissime e non serve essere chef professionisti per prepararle e nei prossimi giorni ne pubblicheremo qualcuna.

Un consiglio?

Se il piatto che avete preparato prevede una salsa di accompagnamento congelatela a parte per evitare una contaminazione di sapori e unitela alla ricetta solo al momento del consumo.

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Mamma & Donna

Cinemamme: al cinema ci vado con il neonato

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Non rinunciare al cinema durante l’allattamento.

Per quanto abbiamo desiderato avere un bambino, con il tempo, ci si rende conto di quanto ci mancano le abitudini che avevamo prima di restare incinta. Non solo a causa della mancanza di tempo ma anche perché tutte le priorità sono puntate sulla piccola creatura appena nata.

Tornare ad una vera e propria vita sociale non è semplice ma se si prova a ripensare il tutto con ritmi più calmi e più vicini al momento che si sta vivendo, inserendo i momenti di comunità alla vita da mamma, forse riprendere in mano la nostra vita sociale, potrebbe essere più facile.

Se si è stanche del solito giretto al parco con la carrozzina, andare al cinema con il neonato e l’amica conosciuta al corso preparto, non è più un’utopia.

Passeggini e carrozzine parcheggiati in sala, pannolini, salviette e fasciatoio a portata di mano, volume basso e pianto libero durante la proiezione del film preferito. Un sogno?

No. Questa è la formula vincente dei “Cinemamme”, i cinema a misura di bebè nati a Roma alcuni anni fa che adesso si stanno diffondendo in varie città italiane.

L’iniziativa, prevede un appuntamento al mese rivolto alle mamme, ma anche ai papà e a tutta la famiglia, incluse le babysitter: il biglietto costa 4 euro e comprende non solo pannolini e salviette ma anche la presenza in sala di ostetriche pronte a discutere temi legati all’esperienza della maternità e della genitorialità.

Un’iniziativa interessante che dà alle neomamme la possibilità di godersi un film anche con il proprio bambino. Un luogo di incontro speciale dove potersi confrontare con altre mamme e con un’ostetrica su varie temi come la contraccezione, il post partum, il sonno dei neonati o il rientro al lavoro dopo la maternità.

I Cinemamme sono presenti un tutta Italia.

Al cinema Politeama di Pavia, grazie all’associazione La Casa di PachaMama, ha preso il via la rassegna “Cinemamme”. Sostenuta dalla Fondazione Irccs Policlinico San Matteo.

A Milano questa iniziativa esiste già dal 2013 al cinema Anteo e viene riproposta di anno in anno con grande successo.

A Brescia la proposta è stata lanciata dal Comune e dalla Fondazione Brescia Musei, promotori di “-6+6, al cinema con il bebè”.

A Sesto San Giovanni: il cinema Rondinella fa prime visioni per mamme, papà, nonni con bimbi da 0 a 18 mesi.

Cinemamme è anche a Monza presso lo spazio cinema Teodolinda, a Padova al cinema Porto Astra e a Modena al Cinema Raffaello.

Il format?

Volume più basso rispetto a una normale proiezione in modo da non creare problemi al fragile udito del neonato, luce soffusa in fondo alla sala, per evitare l’effetto “paura del buio”, un fasciatoio e uno scalda-biberon per garantire la possibilità di far partecipare anche i bambini allattati artificialmente o che sono accompagnati dai papà, dai nonni o dalle zie.

Durante la proiezione del film, le mamme possono allattare, passeggiare in sala cullando i bambini per addormentarli, senza che il pianto venga considerato di disturbo al resto del pubblico.

Se si hanno fratellini o bimbi non più neonati?

In sala viene proposto uno “spazio gioco” attrezzato che permette ai bambini più “grandi” di giocare durante la proiezione del film.

L’ingresso è vietato, invece, ai semplici appassionati di cinema. Che, tranne altre disposizioni, i film della rassegna “Cinemamme”, dovranno goderseli in altri orari.

L’obiettivo è quello di portare le neo-mamme a stare insieme, uscire di casa, informarsi, confrontarsi e confidarsi in un clima sereno e gioioso.

Un momento per rilassarsi in un ambiente attrezzato con tutti i confort necessari e poter vivere esperienze di socialità al di fuori dell’ambiente domestico.

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Bimbi ammalati, quando possono tornare al nido?

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Quando il nostro bimbo si ammala e guarisce, è sempre molto difficile capire quando è il momento giusto per la reintroduzione all’asilo o a scuola. Se è molto piccolo poi, spesso la situazione si complica.

In quest’ultimo caso, se il bimbo è malato, quando è dunque ora di farlo tornare al nido?

Meglio tenerlo a casa fino a completa guarigione, per evitare di contagiare gli altri bambini. 

Starnuti, tosse, raffreddore e i virus si espandono a macchia d’olio. In Germania si è deciso addirittura di non utilizzare l’acqua Santa nelle chiese, per evitare il contagio del virus influenzale, che ha colpito il Paese. 

L’Italia non è da meno. Tutti a casa con la febbre tra gennaio e febbraio. Il picco dell’epidemia stagionale è in linea con quello degli anni passati, quindi niente allarmismi. 

I più colpiti, sono i bambini piccoli, sotto l’anno di età, ovviamente più soggetti alle infezioni virali, soprattutto a carico dell’apparato respiratorio e gastrointestinale. 

Quante volte, mentre beviamo il caffè al bar, sentiamo le altre mamme dire: “Mio figlio va al nido ed è sempre ammalato!”

I pediatri spiegano che questo accade per alcuni semplici motivi:

– il sistema immunitario, nei primi anni di vita, non è maturo, deve ancora imparare a difendersi dalle infezioni;
– i virus si propagano più velocemente negli ambienti chiusi e riscaldati:
– scambiarsi i giocattoli, dopo averli messi in bocca, aiuta lo scambio di germi. 

E così, ecco arrivare a casa nostra raffreddore, otiti, gastroenteriti virali, vomito e diarrea.

Solitamente le infezioni non compromettono le condizioni generali del bambino e a volte ci si meraviglia che giochi tranquillamente, pur avendo 38° di temperatura. 

Proprio per questo, molte volte si tende a minimizzare i sintomi e ridurre i giorni di convalescenza.

Qual è quindi, la pausa giusta per non rischiare una ricaduta ed evitare di contagiare i compagni?

I tempi variano secondo il virus che ha colpito il nostro piccolo. Ecco tre esempi tipici:

DIARREA  –Se l’infezione è virale, si risolve da sola, in circa settantadue ore, mentre se è batterica, ci vuole un po’ più tempo. In ogni caso, meglio tenere il bambino a casa per almeno cinque giorni.

Importante, per farlo riprendere al meglio, è fargli bere molti liquidi e fargli mangiare cibi calorici. Questo per reintegrare la perdita di sali e recuperare peso ed energie. 

FARINGOTONSILLITE – Molti mal di gola sono virali e non c’è bisogno di assumere l’antibiotico. Se però, il malessere non passa, dopo tre giorni è bene andare dal pediatra che, in pochissimi minuti, può determinare la presenza del batterio colpevole, con un semplice tampone fatto in ambulatorio.
Già così, dal momento dei primi sintomi, passano cinque giorni. In caso di tampone positivo, si somministra l’antibiotico e si tiene il piccolo a casa almeno altre 24 ore dopo che è passata la febbre. 

VARICELLA – La malattia esordisce con un esantema cutaneo, febbre non elevata (non sempre presente) e sintomi lievi come mal di testa e malessere generale.

Appena ci si accorge delle vescicole, bisogna evitare il contatto con altri bambini, per almeno una settimana. La riammissione al nido deve avvenire dopo che le vescicole sono diventate secche e asciutte. 

Per aiutarlo a sopportare il fastidio causato del prurito, sono consigliate creme ad hoc e antistaminici. C’è anche chi usa talco liquido mentolato tamponato sopra ogni pustoletta. 

Comunque mamme, niente panico. Con la crescita tutto migliora. Vale sempre la regola della prudenza: seguite i consigli del pediatra e non abbiate fretta.

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