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«Prima di sbocciare»: la storia di un minore in difficoltà lasciato solo da giudici e assistenti sociali

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Prima di sbocciare è la storia vera dell’infanzia difficile di Andrea Tore edita, nella sua seconda edizione del 2017, per i tipi di Bertelli editori – Trento.

Andrea Tore è nato ad Iglesias (Sardegna) nel 1970 ma risiede a Trento da anni.

Dietro alle storie difficili dei minori in difficoltà ci sono sempre le istituzioni: tribunali, case-famiglia, giudici, psicologi, insegnanti ed assistenti sociali che cercano solamente di «fare il bene» del minore in stato di necessità, così come ci ricorda più volte l’autore nel suo racconto; ma quante volte le istituzioni riescono realmente nel loro intento? Quante volte questi professionisti sono veramente in grado di comprendere fino in fondo le reali necessità e, soprattutto, i veri stati d’animo ed i sentimenti che albergano nei cuori dei bambini? Quante volte, infine, le istituzioni riescono a dare una risposta che sia effettivamente nell’interesse dei minori?

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Questi sono gli interrogativi a cui l’autore cerca di dare una risposta raccontando la storia della sua infanzia difficile, segnata da violenze e soprusi, e dei suoi continui spostamenti da una famiglia all’altra, dovuti ai diversi affidi, «alla ricerca di un posto da poter chiamare casa».

Mettendo a nudo la propria storia Andrea Tore spera che nessun altro bambino debba mai più patire per le incomprensioni con le famiglie adottive e per la leggerezza nel prendere decisioni da parte di giudici, psicologi ed assistenti sociali.

Solo dopo molti anni, attraverso questo libro che potremmo definire il Bildungsroman (romanzo di formazione) di Andrea Tore, l’autore riesce a far pace con se stesso e con il mondo. Solo rielaborando le proprie esperienze da bambino e da adolescente, una volta raggiunta la maturazione dell’età adulta ed il necessario distacco dal proprio passato, Andrea riesce a guardare sotto un’altra angolazione il proprio vissuto ed a spiegarci cosa significhi «essere nelle mani delle istituzioni» quando si è bambini e non si hanno le cognizioni di causa per comprendere il mondo che ci circonda e le pesanti conseguenze di determinate scelte ed azioni.

L’opera di Tore si rivolge a coloro che si apprestano ad intraprendere, in qualità di genitori, la tortuosa strada di un’adozione per invitarli a riflettere sui tanti comportamenti dei minori in difficoltà che possono apparire spesso incomprensibili ma che, invece, hanno un senso fortemente legato ai trascorsi dei bambini e che nessun tribunale o servizio sociale ci suggerirà mai di prendere in considerazione.

Così Andrea che spesso scappava dalle case dei propri affidatari, perché non riusciva a capire gli insegnamenti «sempre utili e onesti» delle proprie famiglie adottive (perché Andrea di famiglie ne ha cambiate tante), consiglia proprio a chi si accinge a adottare un bambino: «di avere tanta pazienza e perseveranza, di andare avanti senza mai arrendersi e […] provare ad immedesimarsi nei propri figli, tentando di capire il loro stato d’animo».

Andrea suggerisce: «Bisogna avere molta pazienza con i bambini che vivono situazioni difficili, sono molto impauriti e non hanno fiducia nel prossimo perché si aspettano solo urla, rimproveri e botte».

Andrea da piccolo ogni volta che aveva un problema trovava più facile scappare anziché affrontarlo per risolverlo, pertanto, approfittava anche dell’aiuto dei giudici e degli assistenti sociali per cambiare famiglia ed ambiente, salvo poi pentirsene in seguito «Ogni qualvolta andavamo in tribunale mi sentivo sicuro perché sapevo che il giudice e l’assistente sociale non mi avrebbero mai contraddetto. Mi sentivo spalleggiato».

Ma Andrea non veniva affidato solamente a famiglie, in alcuni periodi, quando non c’erano famiglie disponibili andava in comunità. Il rapporto con gli ospiti e gli operatori delle comunità posero ad Andrea altri dubbi esistenziali «Come mi avrebbero aiutato in quel luogo? Se in una comunità, dove si doveva condividere la giornata con altre persone, anche parlare semplicemente dei nostri problemi era “tabù”, che avrei dovuto fare? Di chi potevo fidarmi? Soprattutto, a cosa serviva stare in comunità se poi, in base al discorso fatto dall’operatore, avrei dovuto dubitare di tutto e di tutti?».

La permanenza di Andrea in comunità non fece altro che continuare ad isolarlo dal resto del gruppo ed a fargli costruire quel muro che lo separava dagli altri, a nulla valsero gli incontri con psichiatri e psicologi.

Andrea rimprovera, inoltre, ai giudici ed agli assistenti sociali un errore fondamentale che sempre compivano quando lo inviavano in una nuova famiglia «non diedero alla mia nuova famiglia la necessaria preparazione che è data generalmente prima di prendere un ragazzo in affidamento […] non gli fu mai dato (alla famiglia, ndr) né l’appoggio morale né tanto meno la consulenza “tecnica” che gli promisero». Fino al punto di chiedersi «Ma hanno un cuore questi giudici? Sin dove arrivano i loro poteri decisionali? È possibile che niente e nessuno possa metterli in discussione?».

Infine, Andrea si rende conto che mentre da minore era iper-controllato dalle istituzioni, non appena raggiunge la maggiore età, viene lasciato completamente solo ed abbandonato al proprio destino «Continuavo a chiedermi dov’erano il giudice, l’assistente sociale e tutte le istituzioni che sino a qualche mese prima mi avevano “assillato” con i loro controlli e con i loro divieti, solo perché ero minorenne».

La testimonianza di Andrea che ha vissuto, in prima persona, il rapporto con le istituzioni da minore in difficoltà non fa altro, purtroppo, che confermare quanto da noi esposto nelle nostre precedenti inchieste sul tema: minori ed istituzioni.

Consigliamo vivamente agli aspiranti genitori adottivi ed anche ai professionisti del settore la lettura di «Prima di sbocciare», la vera storia di un minore in difficoltà, per meglio comprendere le criticità di adozioni ed affidi dal punto di vista dei minori. Per averne una copia è possibile scrivere a: redazione@lavocedeltrentino.it

A cura di Mario Amendola

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In 10 anni i divorzi sono raddoppiati. il 54% si pente e vorrebbe tornare insieme al proprio partner

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Dopo le statistiche che abbiamo pubblicato ieri relative ad un sondaggio che indicava come il 62% degli intervistati considerasse come famiglia unicamente quella composta da persone di sessi diversi, prendiamo in esame i dati del Censis sui divorzi: nel 2016 sono stati 99.071, dieci anni prima 49 mila.

Dei divorziati il 19,1% si sposa una seconda volta: il 68%uomini e il 60% donne.

Ma a pentirsi di aver divorziato è il 54% di cui il 19% dopo appena una settimana e 1 su 5 in tempo reale.

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E non mancano nemmeno i casi di chi dopo aver divorziato, si sia risposato con lo stesso partner.

In tutta questa confusione ci sono alcuni aspetti pratici che possono a contribuire a spiegare dei dati anche in contrasto tra loro.

In certi casi nozze troppo rapide che spesso nascondono la voglia di risolvere in maniera radicale dei problemi di convivenza nell’ambito della famiglia d’origine.

Ma anche contratte troppo tardi, spesso per problemi economici che non permettono di creare un nuovo nucleo famigliare.

Ci si sposa cioè a rapporto già logoro e la convivenza di certo non aiuta.

Sui ritorni di fiamma incidono invece la nostalgia per i figli; relazioni extraconiugali che funzionavano da sposati, ma che crollano quando cambia la situazione e non per ultime le condizioni economiche del tutto diverse da single.

Una domanda lecita è anche se la velocità del ripensamento è direttamente proporzionale alla facilità di chiudere la relazione?

Ma quanti sono i separati che sono tornati a convivere senza comunicarlo agli uffici anagrafe che di fatto dovrebbero annullare la separazione in quanto in attesa del divorzio, non sono esauriti gli effetti legali del matrimonio?

Senza contare le false separazioni chieste solo per motivi di interesse.

Il Censis conferma come l’impennata di separazioni e quindi di divorzi cresciute del 100% negli ultimi dieci anni stiano portando ad una trasformazione antropologica dell’Italia.

In più la così detta “pausa di riflessione” passata da 5 a 3 anni e poi 6 mesi, potrebbe cambiare ulteriormente la situazione.

La Chiesa non vede favorevolmente questo cambiamento di un sacramento per la vita ad una sorta di contratto temporaneo che di fatto andrà ad indebolire la famiglia.

Secondo uno studio inglese il 54% dei divorziati vive di rimpianti.

Fra chi si è accorto di amare ancora il partner, il 42% prova a ricostruire il rapporto, ma a riuscirci è solo il 21%.

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Sondaggio: vince la famiglia tradizionale

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Il concetto di famiglia è da anni causa di discussione tra destra, cattolici e sinistra.

Secondo un sondaggio campione promosso dalla società “ Noto Sondaggi” il 62% degli intervistati ha dichiarato che la famiglia è unicamente quella composta da due persone di sesso diverso sposate o conviventi.

Mentre solo il 31% la riconosce anche se formata da due persone dello stesso sesso.

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Il 60% è favorevole all’adozione da parte di una coppia etero anche non sposata e solo il 22% è favorevole alla richiesta da parte di coppie dello stesso sesso.

Differenza in linea anche sulla maternità surrogata col 55% favorevole in caso di coppie etero, percentuale che scende al 18% in caso di coppie omosex.

Mentre è del 18% la percentuale delle coppie non sposate delle quali il 64% ha figli.

Generalizzata la richiesta – 58% – di incentivi economici in aiuto alla famiglia, indipendentemente dall’essere o meno sposati.

In questi anni è cambiato il concetto di famiglia, ma non la centralità che questo nucleo deve avere che resta una parte fondamentale della società italiana.

Negli anni la famiglia è stata al centro di dibattiti politici a partire dal referendum per il divorzio che spaccò l’Italia in due parti.

Oppure come le convivenze alla pari dei figli avuti al di fuori del matrimonio, sono state oggetto di critiche, ma anche scelte trasgressive, prima di diventare socialmente legittimate.

Ma ancor oggi in assenza di divorzio, non è possibile risposarsi ed il matrimonio religioso è interdetto anche dopo il divorzio.

Quello che è certo è che la mappa valoriale degli italiani è cambiata ed in un certo qualmodo ci si è occidentalizzati molto di più rispetto a qualche anno fa.

In conclusione la legge sull’aborto per il 58% non dev’essere cambiata, per il 32% lo dev’essere ed il 10% non ha un’opinione .

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Quando la malattia uccide l’amore. Il 25% delle donne ammalate lascia il proprio partner

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Quando una malattia grave irrompe in una coppia cosa succede?

E’ più facile che distrugga o cementifichi l’amore? In questi giorni fa discutere il post “ torno a ballare da sola” col quale la Iena Nadia Toffa su Instagram, ha annunciato di aver lasciato il suo fidanzato che si sarebbe dimenticato di starle vicino nei controlli e nelle sedute di chemioterapia lasciandola quindi da sola.

Una ricerca su Cancer ha evidenziato come il rischio di separazione o divorzio sia 7 volte più alto se la ammalata è la donna (21%), rispetto a quando viene diagnosticato un tumore a uomo ( 2%).

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Il 25 %delle donne ammalate ha lasciato il proprio partner perché inadeguato alla nuova situazione.

85% gli uomini che non si tirano indietro e supportano la propria compagna.

Il 12% dei divorzi è riferito a coppie che si separano dopo che a uno dei due è stata diagnosticata una malattia grave.

Il 20% degli ammalati gravi ha una maggiore aspettativa di vita se la coppia resta unita.

Ovviamente le statistiche escludono quelle coppie che apparentemente restano unite, ma uno dei due partner allaccia relazioni extraconiugali che alle volte compensano le carenze affettive del rapporto con una persona ammalata.

Paura, rabbia, timore di non essere compresi sono situazioni spesso alla base dell’inizio della crisi del rapporto.

Di certo per affrontare la sofferenza, serve maturità ed il rischio della rottura è più alto nelle coppie giovani.

Nella gestione della malattia i social hanno un ruolo delicato.

Sarebbe opportuno non utilizzarli per cercare di saperne di più sulla propria patologia e sulle possibili cure perché il rischio di incappare in fake news è elevato.

Come essere intercettati da persone senza scrupoli che provano a sfruttare lo stato di debolezza a proprio favore.

Come sarebbe meglio limitare l’esternazione dei propri sentimenti che possono essere male interpretati.

Nei casi in cui sono le donne a lasciare è diffusa la trasformazione della malattia come pretesto per chiudere una relazione che non sopportavano più da tempo.

Di certo è una situazione emotiva esplosiva, nella quale si può solo farsi guidare dai propri sentimenti.

Accanto ai casi d’abbandono, ci sono le situazioni nelle quali il rapporto si è rafforzato.

Cesare Prandelli nel 2004 smise di allenare la Roma compromettendo la propria carriera, per poter stare vicino alla moglie ammalata.

L’attrice Laura Chiatti ha raccontato il calvario del marito Marco Bocci quando un herpes gli è arrivato al cervello.

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