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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Andreas Hofer non trova pace: lo spirito cattolico e il tradimento dell’Impero che gli voltò le spalle

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Andreas Hofer non trova ancora pace.

Crescendo ho imparato che non vi sono nemici da combattere, ma verità da difendere.

Dovuta premessa per fugare ogni dubbio dall’idea che il mio approccio ad Hofer “diverso” dagli Schutzen sia pretestuoso, campanilistico, da tifoseria o addirittura anti Asburgico.

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Il casato degli Asburgo, fino alla rinuncia dell’imperatore Francesco II d’Asburgo del titolo di imperatore del sacro romano impero, scegliendo di mantenere solo il più modesto titolo di imperatore di Austria e Ungheria, trasmetteva il titolo di imperatori del Sacro Romano Impero, titolo che ha avuto origine dall’incoronazione di Carlo Magno, avvenuta la notte di natale dell’anno 800.

Dunque chi ha a cuore e trova nella classicità romana il proprio modello e riferimento valoriale, non può che abbracciare benevolmente il casato degli Asburgo. Certamente, come accadde nel periodo dell’impero romano, anche durante le reggenze degli Asburgo, non tutti gl’Imperatori furono all’altezza e degni dell’incarico ad essi affidato.

Ad esempio l’imperatrice Maria Teresa, con mano più energica rispetto ad imperatori che secoli prima l’avevano preceduta – vedi Corrado II e Massimiliano I – mise in atto una germanizzazione dei territori di lingua d’origine latina senza precedenti: Costa divenne Kostner, Ciampac divenne Kompatscher e così via.

Il figlio Giuseppe II nell’anno 1785 di propria iniziativa rinominò il Trentino in Tirolo meridionale. Il suo successore al trono, il fratello Leopoldo, fu illuminista massone come Giuseppe II, entrambi anti cattolici. Francesco Giuseppe (del quale si racconta che sia stato figlio di Napoleone) volle e firmò la legge anti italiana.

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Così si espresse il Consiglio della Corona il 12 novembre 1866, «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua maestà richiama gli uffici centrali al forte dovere di procedere in questo modo a quanto stabilito».

Con questi precedenti, le accuse volte al governo Giolitti, conseguentemente alla legge del governo italiano volta all’italianizzazione dei territori del Trentino e dell’Alto Adige – nome cambiato da Napoleone – sono ingiustificate, in quanto rientrano nella spietata legge del contra e patior, “soffrire il contrario”.

Per tornare ad Hofer, la storia ineluttabilmente testimonia che fu un patriota, difensore della sua terra e dei principi religiosi cattolici, non fu mai anti italiano, perché l’Italia politicamente esiste dal 1861. Fu italiano geograficamente, in quanto la natura ha stabilito che le alpi segnassero il confine settentrionale della penisola italica, così come anche ricordato nella divina commedia dal sommo poeta Dante.

Hofer fu un eroe e martire cristiano, tradito da un suo compaesano Franz Raffl, e dal suo imperatore Francesco II d’Asburgo.

Quest’ultimo – mentre Andreas si accingeva ad esalare l’ultimo respiro – nel contempo a Vienna festeggiava il matrimonio tra Napoleone e Maria Luisa d’Asburgo. Hofer aveva dunque combattuto contro Napoleone, lo stesso che lo condannò a morte!

Sul patibolo furono queste le ultime sprezzanti parole di Hofer: “Franz, Franz, questo lo devo a te!“, con ciò riferendosi a Francesco I (rinunciando al titolo di imperatore del sacro romano impero il nome da Francesco II, cambiò in I), che era passato dalla parte di Napoleone.

Andreas Hofer era fervente cattolico sempre immerso nella preghiera, con una condotta di vita esemplare.

Riporto il seguente dettaglio di una sua ordinanza: ”Molti de’ miei buoni fratelli d’armi e difensori della Patria si sono scandalizzati che le donne d’ogni condizione coprano il loro petto e i loro bracci troppo poco ovvero con pezze trasparenti, ed in conseguenza danno occasione a stimoli peccaminosi, ciò che non può che sommamente dispiacere a Dio, ed a chiunque pensa cristianamente. Si spera che al fine di tener lontano il castigo di Dio, esse miglioreranno; in caso contrario dovranno ascrivere a sé stesse se in un modo loro sgradevole verranno lordate”.

Lo spirito cattolico che animava la battaglia di Hofer, contro lo spirito anticattolico della rivoluzione francese esportato da Napoleone, oggi alberga tra gli Schutzen?

Immagino che siano tutti cattolici praticanti, nessuno di essi è divorziato, risposato, nessuno utilizza contraccettivi, nessuno ha mai abortito o quant’altro. Sarà, ma Christian Kolmann delfino di Eva Klotz gay dichiarato (Alto Adige 17 aprile 2016), Claudio Tessaro de Weth, capitano onorario ed emerito della prima compagnia schutzen di Trento, intervistato in merito al Dolomiti pride di Trento, asseriva che i gay non erano un loro problema (Trentino 8 giugno 2018), fanno pensare che agli Schutzen di Andreas Hofer interessa una strumentale quanto inesistente rivendicazione di anti italianità, che nel martire ed eroe cattolico non è mai esistita.

Furono italiani coloro che cercarono di riscattare la vita di Andreas Hofer con 5000 scudi, frutto di una colletta popolare. Fu il vice Re d’Italia a chiedere a Napoleone la grazia per l’oste della Val Passiria.

Non vogliamo il rafforzamento della regione Trentino- Suedtirol, ma le distinzioni di questo matrimonio forzato. Con il Trentino ci hanno portato una sposa che non abbiamo scelto, con l’Italia come una suocera cattiva che viene coinvolta in questioni che non li riguardano” (Sven Knoll, Sud – Tiroler Freiheit).

Ps. A Mantova nei pressi del parco dedicato ad Andreas Hofer, adiacente a Porta Giulio Romano vi è un cartello informativo, che definisce Andreas Hofer indipendentista Tirolese.

Chissà, forse nel grossolano errore – che nessuno tra gli eruditi Schutzen mai deve aver notato -, si cela una verità: se Hofer fosse rimasto vivo, considerato il tradimento dell’imperatore Francesco I, avrebbe nuovamente impugnato le armi per chiedere l’indipendenza del suo Tirolo da quell’impero che gli voltò le spalle.

 

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, referente per l’associazione Progetto Nazionale (foto sotto).

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Fiume, Istria e Dalmazia: il prezzo pagato per l’ingiustificata autonomia trentina

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Ricorre il centenario dell’impresa fiumana capeggiata da Gabrielle D’Annunzio.

Le terre al di là dell’Adriatico sono sempre state abitate da genti latine, cuore pulsante durante il periodo della Repubblica Serenissima di Venezia.

I mistificatori di professione, raccontano però un’altra storia, portando come prove il numero superiore di cittadini slavi rispetto alla presenza latina, così volendo dimostrare che l’italianità pretesa è fuori luogo, non giustifica l’azione d’annunziana, che però giustificherebbe foibe ed esodo.

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Di fondo c’è una verità, però viene omesso il motivo per il quale la popolazione slava ha preso forza su quella latina. Il motivo è da cercare in una legge imperiale emanata dall’imperatore asburgico Francesco Giuseppe il 12 novembre 1866. Il verbale della riunione recita testualmente:

Sua maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno” [cfr. Luciano Monzali, “Italiani di Dalmazia”, Firenze 2004, p. 69; Angelo Filipuzzi (a cura di), “La campagna del 1866 nei documenti militari austriaci: operazioni terrestri”, Padova 1966, pp. 396].

Altro capitolo dimenticato, il plebiscito mancato, che avrebbe evitato la mutilazione di Fiume, Istria e Dalmazia dal resto dell’Italia. Quel plebiscito fu impedito da Alcide Degasperi.

Il governo americano avrebbe voluto un referendum plebiscitario per la cessione di Fiume, Istria e Dalmazia alla Iugoslavia. Degasperi si oppose, perché se avesse concesso il plebiscito agli italiani di Pola, Zara e Ragusa, avrebbe dovuto concederlo anche all’Alto Adige.

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Il risultato dei plebisciti avrebbe certamente sentenziato che le terre di Istria, Fiume e Dalmazia sarebbero dovute rimanere con l’Italia, mentre l’Alto Adige molto probabilmente sarebbe passato all’Austria, con la conseguenza che non avrebbe potuto giustificare l’autonomia speciale di cui gode oggi il Trentino, alla faccia del “Los von Trient” (”L’esodo dei 350 000 Giuliani Fiumani e Dalmati” ediz. DIFESA ADRIATICA di Padre Flaminio Rocchi;  professor Gianni Oliva; professor Michael Gehler; professoressa Stadlmayer).

Il prezzo pagato per l’ingiustificata autonomia trentina, furono Fiume, Istria e Dalmazia.

Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, con messaggio netto e chiaro afferma: “Le foibe e l’esodo, gli orrori commessi contro gli italiani del confine orientale, non furono una ritorsione contro i torti del fascismo, come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato a insinuare. Furono, invece, il frutto di un odio che era insieme ideologico etnico, e sociale (secoloditalia.it 10/02/2019)”.

Il sommo poeta Dante le menzionò anche nel canto dell’ (Inferno, IX, 112-116):

Si come ad Arli, ove il Rodano stagna, Si com’ a Pola presso del Quarnaro, Ch’Italia chiude e i suoi termini bagna, Fanno i sepolcri tutto ‘l loco varo; Così facevan quivi d’ogni parte, (Inf. e. IX, 112-116).

 

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana 

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Nel nuovo libro dell’emerito arcivescovo Luigi Bressan la verità sui rapporti fra chiesa e nazismo

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E’ uscito da poco, per Athesia, un nuovo libro dell’arcivescovo emerito di Trento, Luigi Bressan.

Si tratta di un saggio storico, approfondito e documentato, che fa luce sull’operato di monsignor Celestini Endrici, arcivescovo di Trento dal 1904 al 1940 nei riguardi del nazionalsocialismo.

Il titolo ci introduce già nella conclusione: “Celestini Endrici contro il Reich. Gli archivi svelano”.

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Il merito di quest’opera è appunto quello di essere una ricerca di archivio, di basarsi su documenti chiari ed inequivocabili che aiutano in quell’opera di chiarificazione storica cominciata molti anni orsono a proposito della figura di Pio XII.

All’indomani della seconda guerra mondiale, infatti, la propaganda comunista, per vendicarsi della fiera opposizione della Chiesa cattolica al verbo di Marx, Lenin e Stalin, creò la “leggenda nera” sul papa che era stato “alleato dei nazisti”.

Oggi sappiamo dai documenti e da innumerevoli testimonianze che non fu affatto così, e che anzi Pio XII fece il possibile per ostacolare il nazionalsocialismo e, una volta occupata l’Italia da parte dei tedeschi, per difenderli, nasconderli, salvarli.

Abbiamo i documenti di archivio (vedi per esempio i saggi di Pierre Blet, “Pio XII e la seconda guerra mondiale negli archivi vaticani”, del 1999, e di Mark Riebling, “Le spie del Vaticano. La guerra segreta di Pio XII contro Hitler”, del 2016) e le preziose testimonianze di tante personalità, grate alla Chiesa per la difesa degli ebrei perseguitati dal nazismo, tra le quali vorrei citare quantomeno quelle di tre ebrei celebri come Albert Einstein, Sigmund Freud ed Hanna Arendt.

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Tornando al libro di mons. Bressan, il focus è su un vescovo in terra di confine, cioè molto vicino a quell’Austria in cui circolavano con sempre maggior insistenza le idee nazionalsocialiste, ostacolate con coraggio, ma inutilmente, da due cancellieri cattolici: Engelbert Dollfuss, ucciso nel 1934 dai nazisti, e Kurt Alois von Schuschnigg, deportato a Dachau dopo l’annessione nazista dell’Austria.

Endrici fu, come Pio XII, come i due cancellieri citati, un fiero avversario sia del comunismo sia del nazionalsocialismo, e non si fece mai ingannare dall’idea che si potesse contrastare l’uno, abbracciando l’altro (il che non accadde nel mondo protestante tedesco, abituato da centinaia di anni alle chiese di stato e ad un forte nazionalismo luterano, e che quindi, almeno inizialmente, accolse con un certo favore l’ascesa del Führer).

Endrici vedeva in entrambi due figli dell’ideologia hegeliana e della filosofia idealista, che aveva cancellato la dimensione del Trascendente, divinizzando lo Stato, la Nazione, e gli “uomini cosmico storici”.

Notava inoltre che nazionalsocialismo e comunismo calpestavano sotto il tallone dello Stato Onnipotente “i diritti naturali” dell’individuo e della famiglia, cercando di sostituire, talora con la forza, talora con astuzia, la fede in Dio con la “fede” nel Partito, nel Leader, nello Stato, nella Razza o nella Classe.

Conoscendo bene il tedesco, e potendo accedere ai testi nazisti, Endrici si accorse subito che Hitler – seguace di un “neopaganesimo panteista” attentissimo all’ambiente e all’ecologia, ma spietato con gli uomini-, utilizzava talora parole ambigue, proprio come “fede”, per riempierle di un significato nuovo, similmente a come facevano i comunisti, sempre pronti a nascondere sotto parole edificanti (“pace”, “amore per i poveri”…), un’ideologia antiumana e materialista.

Rimando al libro citato per chi volesse approfondire il pensiero e le concrete battaglie del vescovo trentino per strappare il popolo, ma soprattutto la gioventù (la più infiammata dal nuovo “credo”), al “fascino” dell’ideologia di morte nazista.

E concludo con l’auspicio che ora che abbiamo finalmente un lavoro completo su questo grande personaggio, qualcuno prenda la penna per raccontare un altro eroe, dimenticato nonostante fosse nativo della nostra Riva del Garda: il già citato Kurt Alois von Schuschnigg! (foto)

Questo cancelliere austriaco, che oggi verrebbe definito “sovranista” o “identitario”, per il suo attaccamento, per nulla nazionalista, alle radici e all’identità austriaca, lottò a mani nude, come il suo predecessore, contro una Germania potente e arrogante, scontando con il lager il suo coraggio.

Le sue memorie, “Un requiem in rosso-bianco-nero”, edito da Mondadori nel lontano 1947, andrebbero quantomeno ripubblicate perché testimonianza diretta dell’opposizione radicale di un politico laico cristiano, abbandonato dalle altre potenze europee, ai due mostri siamesi del XX secolo.

Sotto un piccolo estratto dalla lettera di mons. Endrici a parroci e collaboratori

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Sudtirolo e Trentino, la storia non contraddice la geografia: i confini dell’Italia iniziano al Brennero

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Da Elena di Troia, alla Troia del tirolo.

L’attuale Trentino Alto Adige fu inserito, nell’organizzazione augustea dell’Italia, nella X Regione “Venetia et Histria” (che comprendeva l’attuale Triveneto dal Brennero al Carnaro) e a livello locale, nel “Districuts” avente a capoluogo Tridentum (Trento).

Tale regione era quindi ritenuto parte dell’Italia già in epoca augustea ed i suoi abitanti erano “cives” romani, ossia si riconosceva la loro compiuta romanizzazione.

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Per vedere un inizio della germanizzazione dell’Alto Adige bisogna chiamare in causa i Baiuvari, antenati dei Bavari. Costoro invasero la regione e riuscirono a controllarla soltanto dopo un’accanita resistenza dei latini, guidati dal loro vescovo Ingenuino.

Quello dei Baiuvari è il primo vero insediamento germanico in Alto Adige, ma consistette sostanzialmente d’una ristretta cerchia di militari che dominavano la popolazione locale asservita. La situazione non mutò sotto il dominio dei Franchi. Sino all’anno Mille circa la presenza germanica in Alto Adige fu quindi molto scarsa.

“Donamus etiam ad prefatum sanctum locum valle illam que vocatur Camonia cum salto Candino vel usque in dalanias cum montibus at alpibus a fine Treentina qui vocatur Thonale usque in finem Brixamcinse seu giro Bergamasci (..) ” – Caroli Magni Diplomata -papia, XVI iulius 774

Un evento di particolare gravità sul piano della germanizzazione fu la decisione dell’imperatore Corrado II (1024-1033) di concedere poteri territoriali ai vescovi di Bressanone e di Trento. Questa decisione infatti spezzò la tradizionale, antichissima unità amministrativa dell’Italia nord-orientale, che poggiava su di un continuum culturale risalente sino alla Preistoria o quantomeno all’epoca romana.

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L’espressione “Triveneto” talora ancora oggi impiegata ricalca infatti approssimativamente tale anteriore unità culturale.

Il governo della regione spettava formalmente al principato vescovile di Trento, che esistette sino al 1802 e fu rappresentato solitamente da vescovi italiani e residenti in una città italiana nel cuore d’una regione italiana.

Tuttavia, di fatto era sopravvenuta una graduale usurpazione dei suoi diritti nell’Alto Adige ad opera dei conti del Tirolo a partire dal secolo XII, il cui Land però era, su di un strettamente piano giuridico, esistente solo ed unicamente a settentrione del Brennero.

Infatti, il conte tedesco del Tirolo rimase per lunghi secoli, sul piano formale, un semplice advocatus del principe legittimo del territorio, ovvero il vescovo di Trento, anche se di fatto la maggior parte delle prerogative di quest’ultimo sull’Alto Adige furono progressivamente usurpate.

La storia del Tirolo ebbe inizio con la contessa Margherita di Tirolo-Gorizia, soprannominata in seguito ” Margherita Maultasch ” detta anche ” Margherita Boccagrande“.

Il soprannome Maultasch che significherebbe in termini letterari ” muso a borsa ” e tradotto con “bocca sfigurata-bocca grande “, tale espressione veniva attribuita come ” prostituta “, ovvero donna di facili costumi.

Margherita nacque in Tirolo nel 1318 dal duca Enrico di Carinzia e Tirolo e dalla contessa del Tirolo Adelaide Di Braunschweig.

Quando aveva appena dodici anni andò in sposa a Giovanni Enrico di Boemia.

Dopo varie lotte per il possesso del Tirolo e dopo che Carlo IV fratello di Giovanni Enrico cercò di intermediare per la conquista con il duca, in merito ai fatti che si susseguivano in quanto era più esperto sulle politiche del tempo, Margherita prese sempre di più padronanza di se e diventò più forte, sicura e con un gesto davvero insolito e sconcertante per una donna di quell’era, ripudiò il marito e lo fece esiliare dal Tirolo nel 1341.

In seguito nel 1342, prese nuovamente marito e si sposò con Ludovico di Brandeburgo.

La loro unione coniugale suscitò sin da subito un grande scandalo in tutta l’Europa. Papa Clemente VI dichiarò nulle le loro nozze, entrambi furono scomunicati (chissà quale fu il giudizio di siffatta donna del fervente cattolico Andreas Hofer).

Margherita, priva di discendenti, cedette i suoi territori (usurpati al principe vescovo) a Rodolfo IV d’Asburgo e  morì a Vienna nel 1369.

Il Trecento è un secolo cruciale nella germanizzazione dell’Alto Adige.

Dante Alighieri (di origine tedesca) ad inizio del secolo, anche per l’influsso della definizione d’Italia nella geografia amministrativa romana, fissava i confini della nazione italiana presso Nizza a ovest, sul Carnaro a est (“Sì com’a Pola, presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”), sul Brennero a nord: “Suso in Italia bella giace un laco, a piè dell’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, ch’ha nome Benaco”.

La Germania iniziava pertanto per il Poeta a settentrione di “Tiralli”, del Tirolo, che era quindi compreso nell’area italiana.

E perché circa le rimanenti città delle estreme regioni italiche nessuno può nutrire dubbi – se qualcuno dubita, non merita nemmeno un chiarimento – poco mi resta da discutere. E dunque io, che desidero deporre il setaccio al più presto, per uno sguardo ai rimasugli dico che le città di Trento, Torino e Alessandria giacciono così vicine ai confini d’Italia che non possono avere lingue incontaminate; si che se pure il loro volgare, che è sozzo (turpissimum), data la mescolanza con volgari stranieri.

Se cerchiamo l’italiano illustre, dunque, quello di cui andiamo in traccia non potrà ritrovarsi in tali luoghi”. (Dante Alighieri: De vulgari Eloquentia, libro I, cap. XV, 1305).

Per quanto riguarda il Trentino, solo il 27 aprile del 1785 l’imperatore Giuseppe II -senza alcun apparente motivo- cambiò il nome del Trentino in Tirolo.

La novella Maultasch, Eva Klotz, ricordi due aspetti: prima di rivendicare patriottismo tirolese, leggesse il libro “La Trediciesima tribù” di Arthur Koestler: potrebbe scoprire che la sua origine etnica la porterebbe molto lontana dall’Europa.

Geograficamente i confini dell’Italia finiscono o iniziano al Brennero, ed anche la storia non contraddice la geografia.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana.

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