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Spettacolo

«Vincent Van Gogh – L’odore assordante del bianco» al teatro Sociale con Alessandro Preziosi

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Fino a domenica al teatro Sociale di Trento va in scena Vincent Van Gogh – l’odore assordante del bianco di Stefano Massini, opera vincitrice del premio Tondelli per il migliore artista sotto i trent’anni nel 2005.

Si tratta di un atto unico, suddiviso in tre parti dall’avvicendarsi dei comprimari attorno all’artista.

È una produzione di Khora Teatro e del Teatro stabile d’Abruzzo per la regia di Alessandro Maggi.

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Nella sua stanza al manicomio di Saint-Rémy Van Gogh (un magnetico Alessandro Preziosi) riceve la visita del fratello Theo, il quale tiene a precisare di aver preso ben quattro treni e un carretto per poterlo raggiungere in Provenza.

Vincent, tuttavia, si dimostra scettico: sofferente di allucinazioni visive e uditive, esige dal fratello giuramenti e dimostrazioni della sua effettiva realtà, acconsentendo infine a riconoscerne la presenza.

All’amato fratello egli confida le sue pene correnti: lui, un artista, confinato in una stanza bianca, spoglia, con una finestra non trasparente, senza poter dipingere; persino la pianta nella sua stanza ha fiori bianchi.

Non son migliori le cure che riceve: bagni forzati in mezzo a pazzi urlanti ed un medico che disprezza e per il quale sente viva e reciproca avversione riempiono la sua giornata.

Ma Theo, sì, Theo potrebbe portarlo via: Vincent, come quei carcerati che passano il tempo studiando i codici cercando il cavillo che possa restituire loro la libertà, conosce il regolamento, e sa di un articolo che prevede la possibilità che un malato sia preso in carico da un familiare – chi meglio di un fratello?

Arriva il momento degli infermieri, e poco dopo del capo reparto tanto odiato dall’olandese (Roberto Manzi, untuoso, azzimato e stillante condiscendenza). Quest’ultimo si fa beffe dell’irrequieto paziente, anche come artista: il dottore si diletta infatti di pittura, e propone alcune sue opere appese nei corridoi come esempio da seguire.

Per Vincent è troppo: estrae un carboncino del medico da lui creato con materiale di contrabbando e lo lancia alla sua volta, scatenando una crisi.

L’idea di Van Gogh era di realizzare un ritratto che immortalasse l’essenza intima del suo soggetto, che potesse rivelare al mondo intero la sua pochezza: ciò non sfugge al capo reparto, che procede a distruggerlo con una forbice.

Con quella stessa forbice l’artista minaccia di trafiggere il medico, trattenuto dagli infermieri e dall’ingresso del direttore del manicomio.

Il direttore congeda i sottoposti, promettendo a Vincent un approccio diverso alla gestione dei suoi problemi: una stanza con tende colorate, la possibilità di dipingere ancora, la possibilità di esprimersi.

Perché questo è ciò che rende l’internamento insopportabile ad un uomo istintivo e appassionato come l’olandese: privazioni sensoriali, sì, ma anche intellettuali ed emotive.

Questo direttore (Francesco Biscione, che illumina l’autorità ma anche l’apertura al nuovo del personaggio) ammira gli artisti, capaci di fissare su tela pensieri ed emozioni e di ricreare la realtà filtrata dalla loro visione.

Sarà il confronto tra lui e Vincent a concludere lo spettacolo – di cui non rivelerò il finale.

È difficile riassumere L’odore assordante del bianco senza svelarne i punti chiave, e pertanto s’impone di lasciare nel vago alcune transizioni. La struttura tuttavia aiuta ad analizzarne gli intenti.

I temi sul tavolo sono la creatività artistica, il rapporto dell’artista con la società, e sopra tutto il valore della libertà; il tutto sotto la presenza costante della follia.

Tre parti, si diceva. La prima, la visita di Theo, è il passato: con il parente più prossimo Vincent sfoga la sua frustrazione, l’amarezza per il trattamento che riceve. La famiglia certamente potrebbe costituire per lui il porto sicuro cui anela nel suo isolamento?

Dopodiché, medico e infermieri: la psichiatria del tempo. Tristemente inadeguata alle esigenze di troppi malati, quandanche fosse stata in mani più pietose rispetto al capo reparto del testo. Gli storici ancor oggi lanciano ipotesi sull’effettiva condizione mentale dell’olandese.

Infine il direttore del manicomio: l’idea avveniristica di una terapia basata sull’interazione con chi soffre, sulla conoscenza e fiducia reciproca, sulla costatazione che anche il più malato tra gli uomini ha dei bisogni e che giova venire loro incontro. E il potere salvifico dell’arte.

Tre ipotesi, tre strade possibili, tre potenzialità in attesa di avverarsi. Sul fondo della scena, alla fine della serata, le luci (di Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta) mettono in risalto il fondo della stanza: in rilievo, in bianco, appare Campo di grano con volo di corvi, forse l’ultima opera ultimata da Vincent Van Gogh prima di togliersi la vita.

La scena e i costumi di Marta Crisolini Malatesta, combinate con le luci e le musiche di Giacomo Vezzani, espandono la scena in vari modi: luci diffuse, laterali (con le relative ombre allungate) o fioche evidenziano gli stati d’animo del protagonista, come gli scoppi di musica o rumore.

Chiaramente la scena è dominata da Alessandro Preziosi, in scena dal primo all’ultimo secondo. Sardonico, sofferente, prima piegato dalle avversità ma poi altero e sprezzante della società borghese. Persino sdraiato su un letto della clinica si contorce sottilmente, in preda ai demoni di un artista. Nelle sue parole: “Uso Van Gogh per diventare adulto. Ad un certo punto l’artista deve smettere di giocare. Il filo si spezza. Per lui era giunto il momento di leggere non più solo lettere ma parole. Artisticamente però era proprio questo che non accettava di fare…”

Vincent Van Gogh – l’odore assordante del bianco è uno spettacolo denso e compatto, incentrato su uno dei pazienti psichiatrici più famosi della storia. Nella sua ora e mezza inanella temi e suggestioni prendendo spunto dalla complicata vita del suo soggetto, riuscendo nel piccolo miracolo di non fare scempio di nulla.

Si badi però a non aspettarsi puntualità storica: l’autore ha inteso parlare di Van Gogh attraverso la di lui visione: i dettagli storici sono spesso (intenzionalmente?) deformati ed esagerati, come da attendersi da chi soffra di allucinazioni.

Nel complesso, uno spettacolo che rapisce l’attenzione e stimola la riflessione. Il pubblico numeroso ha apprezzato molto.

Alessandro Preziosi incontrerà il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 8 e sabato 9 febbraio alle 20 e 30 e ancora domenica 10 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 10.

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Spettacolo

Pergine: domenica il teatro dei ragazzi presenta «La fabbrica dei cuori. Una piccola storia d’amore»

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Il teatro ragazzi – domenica 24 febbraio 2019 alle ore 16.00 al Teatro Comunale di Pergine – si aprirà al linguaggio della danza con lo spettacolo “La fabbrica dei cuori. Una piccola storia d’amore”, una produzione della Compagnia Era Acquario che mette in scena un racconto dove un lui e una lei ragionano e danzano sui possibili ingredienti che servono a costruire cuori.

Si tratta di una narrazione danzata, ispirata al testo “L’Aggiustacuori” di A. Abad e G. Pacheco.

La Compagnia Era Acquario nasce dall’unione artistica di Lucia Nicolussi Perego e Thierry Parmentier, danzatore di Maurice Bejart.

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Sono due sono le parole chiavi di questa compagnia: “sperimentazione e curiosità; queste le permettono di avere un sano rapporto col passato proiettato in un presente dinamico e di portare l’esperienza del movimento creativo e della danza contemporanea su più settori, dai laboratori nelle scuole istituzionali di ogni ordine e grado, al lavoro con attori, adolescenti, persone diversamente abili “.

Con lo spettacolo La fabbrica dei cuori. Una piccola storia d’amore viene messa in scena una storia dove un lui e una lei ragionano e danzano sui possibili ingredienti che servono a costruire cuori.

Lui è Mattia, un “fabbricante” di cuori, lei è Beatrice, una ragazza “senza cuore” che di sentimenti avrebbe tanto bisogno.

Mattia ogni anno la cerca regalandole un cuore con dentro un pezzetto del suo.

Il rischio di perdere completamente il proprio cuore e quindi tutta la propria vitalità è sempre più concreto per Mattia, sino a che stanco e senza forze verrà salvato proprio da Beatrice.

Nel dettaglio: ideazione e regia Lucia Nicolussi Perego. Danza e recitazione: Giancarlo D’Antonio e Francesca Grisenti. Scenografie: Donatello Galloni. Produzione: Compagnia Era Acquario in collaborazione con l’Associazione Culturale MP. Ideograms.

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Spettacolo

Morto l’imitatore Franco Rosi: era la voce del Telegattone

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Franco Rosi, attore e imitatore conosciuto soprattutto per avere dato la voce al “supertelegattone” Oscar, è morto oggi a 75 anni nell’ospedale di Magenta, vicino a Milano.

La notizia è stata confermata dalla figlia Selina Rosi all’Ansa.

Rosi si chiamava in realtà Emilio Eros De Rosa ed era nato a Roma il 28 gennaio 1944, aveva scelto il nome d’arte Franco Rosi su consiglio di Cino Tortorella all’inizio della sua carriera.

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Poi aveva lavorato con Mike Bongiorno nel 1964 nella trasmissione La fiera dei sogni.

Nel 1969-70 prende parte a “La domenica è un’altra cosa”, spettacolo televisivo della domenica del pomeriggio, presentato da Raffaele Pisu con tra gli altri, anche Ric e Gian. Nel 1974 è a fianco di Raimondo Vianello in Tante scuse dove interpreta il ruolo di commentatore sportivo nello sketch del ciclista Birocci, rappresentando una divertente parodia del celebre Adriano De Zan.[2]

La sua voce era diventata molto conosciuta tra gli anni ’80 e ’90, grazie al suo doppiaggio del gatto a cartone animati Oscar e del DJ Super X, che altro non era che una palla stroboscopica da discoteca cui era data la forma di un volto, all’interno del programma Superclassifica Show, e per la sua collaborazione con Mike Bongiorno nelle trasmissioni Flash e Giromike.

Sono particolarmente ricordate le sue imitazioni di Luciano Salce, Enrico Montesano, Fred Bongusto, Franco Franchi, Mike Bongiorno e del cantante Pupo.

Rosi ha collaborato poi con Carmen Chiaro, vincitrice del premio “Alighiero Noschese”, ed ha fondato a Milano il “Laboratorio voci”.

 

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Spettacolo

Alessandro Serra a Rovereto con Frame, ispirato da Edward Hopper

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Sabato 16 febbraio alle 21 va in scena a Rovereto, all’auditorium Melotti, Frame (2017), di Alessandro Serra (anche regista, scenografo, costumista, responsabile delle luci).

“Frame” è uno spettacolo che si ispira all’universo pittorico di Edward Hopper, pittore statunitense che ben rappresentò l’America interiore, quella più solitaria e desolata degli anni ’50.

Serra ha voluto rendere omaggio ad un artista e alla sua capacità di ricreare un’esperienza e renderla visibile a tutti, anche solo per un istante. Immagini con cui il regista sardo riempie il palcoscenico in questo suo ultimo lavoro.

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Due grandi pareti grigie che convergono verso il fondale, al cui interno si apre una cornice rettangolare cava (frame, cornice in inglese). Sul palco cinque attori si muovono in questa scatola scenica, riempiendo lo spazio in rituale silenzio.

Serra stesso presenta così il suo lavoro: “Frame si ispira all’universo pittorico di Edward Hopper.

Ogni sua opera è stata trattata come un piccolo frammento di racconto dal quale distillare figure, situazioni, parole.

Una novella visiva, senza trama e senza finale, direbbe Cechov, una porta semiaperta per un istante su una casa sconosciuta e subito richiusa.

Di Hopper non mi interessano le indubbie qualità pittoriche quanto piuttosto la capacità di imprimere sulla tela l’esperienza interiore. Ricrearla in scena. Farla vedere, anche solo per un istante.

Nei suoi quadri non vi è alcuna intenzione morale o psicologica, egli semplicemente coglie il quotidiano dei giorni. Opere straordinarie compiute attraverso l’ordinario.

Quanto più consuete sono le ambientazioni, abitate da figure semplici, tanto più si rivela la magia del reale.

Non c’è tempo per descrivere, tutto accade in un soffio. In un soffio si rappresenta la verità interiore.

C’è un dentro e c’è un fuori che osserva ma non vi è alcun intento voyeuristico, nessuna perversione.

Una castità e un pudore che si sprigionano quando si è riconciliati, calmi, scaldati dal sole”.

Frame

Di Alessandro Serra

Con Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone, Maria Rosaria Ponzetta, Emanuela Pisicchio, Giuseppe Semeraro

Prodotto da Cantieri Teatrali Koreja con Compagnia Teatropersona

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