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La Sfera e lo Spillo

L’Atalanta schiaffeggia la Juve

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Tre giorni dopo la vittoria in rimonta dell’Olimpico contro la Lazio, la Juventus si presenta a Bergamo per i quarti di finale della Coppa Italia.

Campioni d’Italia cadono rovinosamente davanti alla Dea di Gian Piero Gasperini.

Gli orobici ben messi in campo dal maestro di Grugliasco annientano senza alibi l’armata di Massimiliano Allegri.

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Papu Gomez e compagni sfoderano la prestazione di qualità e orgoglio. La squadra è corta e raccolta, ben cucita nei reparti, abile nell’allungarsi negli spazi concessi dai Sabaudi.

I nerazzurri fraseggiano da manuale del calcio, sostenuti da impeto, temperamento e forza fisica. Il pressing è asfissiante, calibrato per intensità e ritmo.

Il pacchetto arretrato concede poco a CR7 e Dybala, mentre in mezzo al campo il quartetto con Hateboer, de Roon, Freuler e Castagne detta tempi e geometrie.

Davanti, infine, Duvan Zapata è onnipresente, spina nel fianco del precario bunker bianconero.

Il merito dei padroni di casa è indiscutibile, capaci di mettere all’angolo per larghi tratti della contesa, senza timori reverenziali, gli avversari più titolati.

I piemontesi scesi allo stadio Atleti Azzurri d’Italia sono apparsi indecorosi sul piano fisico e tattico. Gli ospiti deconcentrati e disorientati hanno sofferto il brio, la freschezza e la supremazia atalantina.

La ragnatela dei passaggi è imprecisa, le trame abuliche e farraginose.

Il settore d’assalto è poco rifornito dalla mediana e nelle retrovie (in particolare dopo l’uscita di Chiellini) si sbanda vistosamente. La truppa del conte Max è allungata e sfilacciata sul green, distante nelle divisioni.

Le assenze di Mandzukic, Cuadrado, Pjanic (subentrato solo nel finale) e Bonucci, non possono essere invocate come attenuanti poiché non giustificano la disfatta nella notte bergamasca. Le Zebre faticano nella corsa e il gioco latita, difficoltà già emerse nell’ultimo turno di campionato.

E’ una partita da incorniciare per il club di Antonio Percassi, mentre per la Vecchia Signora è un salutare bagno di umiltà in vista degli impegni europei.

-TABELLINO: Atalanta-Juventus (3-0)

Marcatori: 37’ Castagne (A), 39’ Zapata (A), 86’ Zapata (A)

ATALANTA (3-4-1-2): Berisha; Toloi, Djimsiti, Palomino (89’ Masiello); Hateboer, de Roon (91’ Gosens), Freuler, Castagne; Gomez; Ilicic (26’ Pasalic), Zapata. Allenatore Gasperini.

JUVENTUS (4-3-3): Szczesny; De Sciglio, Rugani, Chiellini (27’ Cancelo), Alex Sandro; Bentancur, Khedira (71’ Pjanic), Matuidi; Bernardeschi, Cristiano Ronaldo, Dybala (61’ Douglas Costa). Allenatore Allegri

Arbitro Pasqua di Tivoli (Tonolini, Tegoni; La Penna), Var: Doveri.
-POST: Milan, Fiorentina, Atalanta e la vincente tra Inter e Lazio giocheranno le semifinali di Coppa Italia.

Emanuele Perego            www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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La Sfera e lo Spillo

Juventus: le vittorie in Italia e le sconfitte europee

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I bianconeri vincono l’ottavo tricolore consecutivo. La Vecchia Signora è leggenda: otto anni di trionfi in campo nazionale.

La Juventus nella 33esima giornata, a 5 gare prima dell’epilogo, supera la Fiorentina allo Stadium e si conferma Campione d’Italia.

Cinque scudetti vinti con Massimiliano Allegri alla cloche, che si aggiungono ai tre successi di Antonio Conte.

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Le vittorie del tecnico leccese sono il frutto della rabbia e del furore, quelle del coach livornese rappresentano la forza, il potere fisico e mentale.

In dettaglio, il conte Max, in panca dall’estate 2014, colleziona oltre ai 5 scudetti, 4 Coppe nazionali e 2 Super Coppe italiane.

La rinascita dei Sabaudi, dopo la discesa all’inferno della serie B, è frutto della programmazione societaria e dalle intuizioni di Andrea Agnelli.

Il progetto dello stadio di proprietà, la ricostruzione del management, le strategie e la rinnovata gestione riportano i bianconeri sul tetto del belpaese e nel club esclusivo e ristretto dell’aristocrazia europea.

Affidare la ciurma ad Antonio Conte dopo le deludenti stagioni, confermare la BBC (Barzagli, Bonucci e Chiellini) e Gigi Buffon, ingaggiare Andrea Pirlo sono il susseguirsi di scelte primordiali e vincenti.

L’entourage della Continassa dimostra negli anni competenza e abilità attraverso campagne di rafforzamento mirate e in crescendo. Giuseppe Marotta e Fabio Paratici acquistano con parsimonia i “parametri zero”, sviluppando una struttura di scouting senza precedenti.

Il coronamento del disegno societario si compie nell’estate del 2018 con l’acquisto di Cristiano Ronaldo. La scommessa finanziaria e sportiva operata da Andrea Agnelli è il tentativo di colmare il gap con le grandi società d’oltreconfine.

Oggi il sogno proibito è di trionfare in Europa. La maledizione della Champions League, la sfortuna e l’incapacità di vincere le finali simboleggiano  il “tallone d’Achille” dei piemontesi.

Ai piedi della Mole vi è la consapevolezza del fatto che, per competere in ambito internazionale, è necessario un salto qualitativo, nella mentalità societaria e sul green.

La dimensione europea richiede una rosa di giocatori ampia e profonda. Gli infortuni e le assenze sono una variabile che può spostare gli equilibri negli scontri diretti.

Nel match contro i giovani dell’Ajax sono emerse lacune sul piano psicofisico, di tenuta atletica e di personalità.

L’impianto, l’impalcatura tattica e l’intensità sono condizioni essenziali nel panorama calcistico contemporaneo. Le squadre che primeggiano mostrano la velocità di pensiero, il possesso palla, il ritmo e l’organizzazione di gioco.

Le Zebre sul palcoscenico privilegiato smarriscono l’identità, il carattere distintivo che narrano le grandi squadre.

Nelle serate complicate, le qualità dei singoli, l’assetto della truppa e il vigore illustrano la “cartina di tornasole” dei trionfi e delle disfatte.

L’approccio passivo è passato di moda, l’esuberanza mentale e fisica dominano senza calcoli. Nel torneo nazionale i Campioni d’Italia dettano la loro legge, i competitors arrancano, distanti sul campo e nei bilanci finanziari.

Il divario e lo scarto del calcio nostrano con la ribalta internazionale è evidente. Dovrebbero cambiare la filosofia, il pensiero tattico e la preparazione fisica. Non si tratterebbe di una “tabula rasa”, ma di ripensare l’atteggiamento e l’ordine delle priorità.

Noi siamo la tradizione, i maestri datati del “catenaccio”, precursori del contropiede e delle ripartenze, amanti degli equilibri stabili.

Il modello innovativo dell’Atalanta del maestro Gian Piero Gasperini è un’eccezione nel panorama italico, un approccio organizzato contraddistinto da vigore, rapidità e giusto tatticismo.

Riportare a Torino il trofeo più prestigioso è la sfida dei prossimi anni. Parafrasando come un mantra le parole di Giampiero Boniperti: “ Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta.”

Juventus: le vittorie in Italia e le sconfitte europee.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

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La Sfera e lo Spillo

Vecchie glorie: a cena con Ivano Bordon e Alessandro Scanziani

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“Di lui piacciono le grandi risorse acrobatiche, la classicità dello stile, la compostezza che ne governa gli atteggiamenti fuori dal campo.”

Citiamo con pudore il leggendario Sandro Ciotti, quando descriveva sul Guerin Sportivo, nell’aprile del 1978, le qualità umane e sportive di Ivano Bordon.

Sono passati ben 41 anni dal “racconto poetico” del giornalista romano, scritto con soave maestria; pagine di storie di calcio sontuose, che tutti gli appassionati dovrebbero rileggere.

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Una sera di marzo, frizzante e briosa, incontriamo in un ristorante a due passi dal Regio Parco di Monza l’ex portiere Ivano Bordon e l’amico Alessandro Scanziani.

Un meeting organizzato con il contributo indispensabile dell’ex capitano doriano. Vi è una amicizia profonda, una stima reciproca che lega Bordon con Scanziani, germogliata ai tempi dell’esperienze interiste.

Narrare la vita dello spogliatoio significa tornare indietro nel tempo, ricordando con affetto i legami, i successi, le sconfitte e le incomprensioni.

La saracinesca di Appiano Gentile è solitamente timida e introversa con i cronisti, ma alquanto cortese nella circostanza e nella vita quotidiana.

Insieme, il veneziano e il brianzolo vincono, con la casacca dei “Bauscia”, la Coppa Italia (stagione 1977-1978) targata Eugenio Bersellini.

Il rapporto schietto e sincero si è poi fortificato nel triennio doriano, tra il 1983-1986, ai piedi della Lanterna.

Sono compagni di squadra a Genova e vincono la prima storica Coppa Italia con l’ambiziosa Sampdoria (1984-1985) del compianto Paolo Mantovani.

Con la maglia nerazzurra il portiere veneto vince 2 Scudetti e 3 Coppe Nazionali. Nelle giovanili della Beneamata trionfa nel Torneo di Viareggio del 1971. Rimane imbattuto per 686 minuti nella stagione 1979-1980, l’anno del tredicesimo Tricolore.

Ivano Bordon nasce a Venezia, il 13 aprile del 1951 (domani spegne 68 candeline). Scoperto da Elio Borsetto quando militava nella Juventina Marghera, a quindici anni lascia la sua Marghera per trasferirsi nel capoluogo lombardo.

I due interlocutori rammentano con un complice sorriso quando Sandro Mazzola conferisce l’appellativo di “Pallottola” a Bordon per i suoi riflessi tra i pali, eccezionali e fuori dal comune. Nella squadra del Biscione, Ivano raccoglie la pesante eredità di Lido Vieri, il portiere di Piombino.

Debutta nella Nazionale italiana nel 1978 sotto la guida di Enzo Bearzot. Colleziona 22 presenze con la giubba azzurra, subendo 20 reti.

In Nazionale partecipa alla spedizione del Mondiale del 1978 (terzo portiere alle spalle di Dino Zoff e Paolo Conti) e all’Europeo del 1980.

Ivano Bordon è Campione del Mondo nel 1982, secondo portiere all’ombra di Zoff.

Dopo aver appeso i guantoni al chiodo diventa preparatore dei portieri per Udinese, Juventus, Inter e della Nazionale italiana. Segue Marcello Lippi nel suo periodo d’oro con la Vecchia Signora, facendo incetta di titoli nazionali e d’oltreconfine.

Nel 2006, in veste di allenatore dei portieri degli Azzurri, vince il suo secondo Mondiale. E’ l’unico calciatore vivente ad aver vinto 2 Campionati del Mondo: uno da giocatore, l’altro da allenatore.

Nell’almanacco del calcio, Bordon è stato senza dubbio un simbolo, un’icona dell’Inter, un portiere che ha lasciato un segno indelebile nei cuori nerazzurri.

Entra con pieno merito nell’élite ristretta dei più grandi portieri della storia del calcio nostrano, uomo sensibile e discreto. “Bordon, il portiere schivo.”

Si chiude il libro dei ricordi, si conclude la serata, è il tempo del saluto cordiale. Un addio o meglio un arrivederci. Un sorriso spensierato, uno sguardo e la consapevolezza di aver incontrato 2 campioni, veri, autentici e leali.

Vecchie glorie: a cena con Ivano Bordon e Alessandro Scanziani.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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Moise Kean il predestinato. Più forte delle avversità

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Moise Bioty Kean: “Ho iniziato a giocare quando ero piccolo, per una squadra chiamata Don Bosco, ma poi avevo smesso per un po’ perché ero solito arrivare in ritardo agli allenamenti, poiché mia madre non poteva accompagnarmi. Di solito mi presentavo alla fine dell’allenamento e così potevo giocare solo un paio di minuti prima che finisse tutto.”

Nella stagione 2016-2017, al minuto 84 del match Juventus-Pescara (3-0), si celebra il debutto in serie A. Il 19 novembre, nel posticipo della 13esima giornata, entra al posto di Mario Mandzukic.

E’ il primo giocatore nato negli anni Duemila a esordire nella massima serie; il più giovane di sempre a vestire la giubba della Vecchia Signora, superando il record di Renato Buso (1985-1989).

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Poco più che sedicenne, è talmente emozionato che fatica a togliere la tuta prima del suo ingresso sul green dello Stadium.

Moise è piemontese, nato a Vercelli l’8 febbraio del 2000 e cresciuto ad Asti da genitori ivoriani.

Nella città celebre per lo spumante, dove si organizza lo storico Palio ai piedi della Torre Troyana, il giovanotto muove i primi passi all’oratorio Don Bosco.

Nelle mura familiari e nella terra bagnata dal fiume Tanaro lo chiamano “Mosè” Si forma seguendo la dottrina della religione cattolica.

La sua gioventù è complicata. I genitori si separano e Moise, con il fratello maggiore Giovanni (classe 1993), cresce con la madre Isabelle.

Giovanni, anche lui calciatore attualmente svincolato, gioca sino alla serie D. I due fratelli sono molto uniti, forgiati dalle difficoltà impervie della loro crescita.

Il “cucciolo”, come lo chiama affettuosamente il superman Gigi Buffon, ha collezionato una settantina di presenze (club e Nazionali), segnando 34 reti. La media è di 0,46 goal a match.

Il puntello di rango è alto 183 centimetri e il suo peso di 72 chilogrammi. Dal punto di vista fisico è potente, veloce e tecnico. Possiede una muscolatura sviluppata, che gli consente le repentine ripartenze.

Per questioni anagrafiche e fisiche ha la capacità di “fare reparto”, abile negli spazi aperti e negli strappi in velocità.

L’attaccante italiano è una prima punta, ma può giostrare con estro come esterno alto.

Kean possiede il doppio passaporto italiano e ivoriano. Ha scelto di giocare per la Nazionale italiana cominciando con l’Under 15 sino alla Nazionale maggiore, passando per l’Under 21.

A Renato Biasi (ex portiere e responsabile del settore giovanile dell’Asti), Remo Turello e Corrado Grabbi (ex giocatore e allenatore delle giovanili bianconere) si deve il merito di aver scoperto, formato e lanciato un giovane talento.

L’umiltà e la dedizione sono prerogative fondamentali per la crescita umana e professionale. La carriera è all’inizio, le doti sono eccelse. Al quartier generale della Continassa cullano il ragazzo prodigio; all’entourage del giocatore l’onere di gestire le pressioni, i riflettori e il solerte successo.

Moise Kean il predestinato. Più forte delle avversità.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

 

 

 

 

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