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Trento

Commissione maltempo: iniziata bene la vendita del legname, 4 milioni di danni all’agricoltura della Valsugana

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Si è riunita ieri mattina nella Sala Lenzi di Palazzo Trentini, la Commissione speciale di studio sui danni provocati dal maltempo dell’ottobre scorso.

La seduta ha previsto l’audizione dei responsabili delle strutture provinciali per approfondire gli aspetti tecnici e gli interventi organizzati per il ripristino, di cui diamo conto qui di seguito.

L’ing. Stefano De Vigili, responsabile del Dipartimento infrastrutture e trasporti della Provincia, ha comunicato che l’impatto dell’evento sul sistema stradale è stato molto importante.

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Per dare qualche cifra che possa inquadrare il fenomeno da un punto di vista dei danni, sono stati già spesi circa 15 milioni di euro (8,6 milioni dal Servizio viabilità ed altrettanti dal Servizio opere stradali) e ne sono in previsione altrettanti per interventi finalizzati al ripristino della sicurezza delle strade.

In una seconda fase si prevede l’asporto circa 1,5 milioni di piante e la costruzione di paramassi e paravalange, con un impegno complessivo ipotizzato di circa 50 milioni di euro sull’intero territorio provinciale.

Il dott. Romano Masè, responsabile del Dipartimento agricoltura, foreste e difesa del suolo e il dott. Maurizio Zanin, che ha l’incarico di coordinamento operativo del settore, hanno risposto alle domande dei commissari.

Masè ha chiarito che allo stato attuale è stata fatta una ricognizione preliminare che si andrà ad affinare nei tempi, ma che risulta essere altamente attendibile.

Si tratta di 3,3 milioni di metri cubi di materiale legnoso schiantato, che hanno interessato circa 18-19 mila ettari di superficie, per un totale di 7 milioni di danni per il settore agricolo, che per il settore forestale riguardano per la maggior parte il territorio orientale della Provincia, mentre per l’agricoltura sono concentrati in Valsugana (che da sola registra circa 4 milioni di danni).

Un’emergenza, ha osservato, che ci accompagnerà nella gestione amministrativa per i prossimi decenni. Sui criteri per gli indennizzi al settore agricolo Masè ha chiarito che c’è piena consapevolezza delle esigenze, ma non è possibile riconoscere in questa fase i costi “familiari”.

Tuttavia si valuterà di poter almeno riconoscere i lavori condotti dagli operai dell’azienda attraverso lo strumento dell’autodichiarazione del titolare. In ogni caso, per pensare ad un’ipotesi di contributo occorre attendere decisioni di natura politica. Il tema della viabilità, invece, sarà affrontato all’interno di una visione complessiva. La questione delle mancate produzioni riferite al 2018 è di difficile valutazione allo stato attuale, ma sarà fornito riscontro appena possibile.

Il ruolo dei professionisti, ha aggiunto Masè, è centrale: accanto al lavoro diretto delle strutture provinciali è decisivo l’apporto dei forestali con i quali c’è un confronto continuo e anche negli incontri con le amministrazioni si sta caldeggiando l’appoggio a professionisti forestali per un supporto specialistico, anche se al momento non c’è un incentivo collegato. Sul fronte della viabilità forestale l’intenzione è quella di mettere in campo un’azione straordinaria diretta senza però escludere che qualche proprietario forte realizzi direttamente determinati interventi. Rispetto alla questione dei piani, i proprietari più colpiti ne chiedono una revisione e si sta pensando a strumenti agili di aggiornamento dei tagli, anche in collaborazione con liberi professionisti.

Il dott. Zanin, coordinatore per il fronte forestale, ha aggiunto alcune considerazioni, con una zoomata specifica sul fronte delle aste e degli affidamenti.

I costi sono di carattere diretto e indiretto, ha chiarito. I costi diretti, quelli quantificati per il settore forestale dal piano degli interventi, nell’ordine dei 21 milioni di euro, abbracciano l’orizzonte temporale di tre anni del piano e riguardano le sole infrastrutture a servizio del bosco.

La voce forse più grossa, in una fase temporale immediatamente successiva, riguarderà i ripristini. Si tratta di una partita molto consistente che coinvolge il recupero del territorio schiantato a bosco o pascolo. I costi indiretti sono quantificabili in una riduzione del reddito che i proprietari avrebbero avuto in condizioni ordinarie.

Il valore del legname prima dell’evento era superiore ai 100 euro, a metro cubo mentre attualmente arriva ad 80.

L’azione provinciale attraverso il piano e sopratutto attraverso i contatti e l’assistenza capillare sul territorio è naturalmente un’azione di indirizzo, non può essere coercitiva. Nella fase di monitoraggio, nell’assistenza tecnica ai proprietari con l’individuazione dello sgombero delle aree e quindi la progettazione dei tagli, la suddivisione in lotti e l’assistenza alla stima e vendita del legname è fondamentale il ruolo dei professionisti forestali.

Professionisti che si pagano da soli nel senso che le spese rientrano nell’utile che l’azienda potrebbe avere in una corretta gestione dello smaltimento del materiale. Il piano dedica ai liberi professionisti un paragrafo ad hoc che individua la prestazione professionale che andrebbe loro richiesta.

Un dato ulteriore: sono 370.000 i metri cubi di materiali messi in vendita “in piedi” di cui 250.000 sono stati già venduti: un risultato non disprezzabile, se i ritmi fossero questi il dato sarebbe confortante. Come si diceva prima, i prezzi attualmente variano tra i 25-30 euro al metro cubo (con costi di utilizzazione di 40-45 euro al metro cubo), per arrivare al totale di circa 80 euro al metro cubo. Un 20% in meno rispetto al valore ordinario.

Su sollecitazione di Marini, Zanin ha chiarito che i vivai in provincia di Trento sono 3, uno a Casteler (Trento), uno a Borgo (San Giorgio) e uno a Masi di Cavalese. I tre vivai resteranno in attività e nel piano degli interventi c’è una parte di definizione dei fabbisogni all’interno della quale si terrà conto anche di questi. Su richiesta del consigliere Michele Dallapiccola (Patt), Zanin ha spiegato che percentualmente lo scarto del materiale schiantato rispetto ad una normale attività boschiva può avere lo stesso ordine di grandezza.

L’ing. Gianfranco Cesarini Sforza, responsabile del Dipartimento di protezione civile ha riassunto gli interventi messi in campo per affrontare il fenomeno calamitoso, distinguibili secondo diverse linee di azione: il primo soccorso (fase durante l’evento, che ha permesso l’evacuazione di circa 500 persone e ha coinvolto circa 500 professionisti provinciali oltre a 4000 volontari della protezione civile con circa 2 milioni di costi complessivi); il ripristino delle infrastrutture e reti (lavori alla rete stradale e viaria e interventi di ripristino); gli interventi di somma urgenza fatti assieme a 120 comuni interessati, con circa 250 situazioni di lavoro per un costo complessivo stimato attorno ai 23 milioni di euro (interventi in parte in corso e in parte che saranno avviati entro la primavera, quando la situazione meteo lo consentirà); sostegno al tessuto economico sociale con contributi alla popolazione a sostegno delle economiche e produttive interessate dall’evento.

Le domande di indennizzo per queste tipologie si possono presentare dal 10 gennaio all’1 marzo, secondo modalità e modulistica disponibile sul sito della Provincia, ove è chiarita anche la percentuale di indennizzo, rispetto a veicoli per nuovo acquisto o danneggiamento, rispetto a danni a beni immobili adibiti ad abitazione e proprietà fondiarie, arredi, attrezzature, impiantistiche, lavori di sgombero della proprietà che circonda l’edifico, danni per attività agricole e acquacoltura ecc. Sono previsti indennizzi anche per i danni ad imprese ed attività produttive e per la perdita di reddito calcolata sulla media dei 5 anni precedenti, secondo uno schema articolato che definisce le spese ammissibili e i contributi concedibili.

La Commissione speciale si riunirà nuovamente il primo febbraio per effettuare il secondo sopralluogo alle zone colpite dal maltempo. La meta questa volta sarà la valle di Rabbi e di Sole, con una tappa, sulla via del rientro, anche nelle valli Rendena e del Chiese.

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Trento

La Giunta a Levico per visitare il camping più grande della regione

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A Levico è presente il più grande camping dell’intera regione, in grado di accogliere oltre 2.000 turisti.

Si tratta del Camping Village Lago di Levico, una realtà imprenditoriale importante per l’economia della Valsugana, tanto che al suo interno operano in maniera diretta e indiretta circa 350 persone.

“E’ compito della politica sostenere le imprese che con impegno valorizzano il territorio nel quale si inseriscono e fanno crescere l’economia locale anche attraverso l’indotto.” Ha evidenziato il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, al termine della visita compiuta con l’assessore all’agricoltura, foreste, caccia e pesca Giulia Zanotelli, la collega di Giunta con delega alla salute, politiche sociali, disabilità e famiglia Stefania Segnana e il consigliere provinciale della Valsugana, nonché presidente del Consiglio regionale Roberto Paccher.

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Trento

Vita Trentina contro Matteo Salvini: la faziosità del settimanale cattolico che non rappresenta i valori della chiesa

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Il direttore di Vita Trentina, Diego Andreatta, dovrebbe essere molto molto prudente quando parla di politica.

Per almeno due motivi.

Il primo e più importante è che dirige un settimanale cattolico, che, come tale, dovrebbe entrare nella faziosità della politica il meno possibile; o meglio, dovrebbe farlo solo quando sono in gioco valori fondamentali, che precedono la politica stessa.

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Il secondo, meno importante, è che Andreatta è pur sempre il fratello dell’attuale sindaco della città, Alessandro, con tessera PD: mostrare pubblicamente una smaccata predilezione per il partito in cui milita il fratello non è segno di quell’imparzialità che sarebbe richiesta da un certo ruolo.

Ebbene, anche l’ultimo editoriale di Diego Andreatta, “Non è solo crisi di governo”, entra a gamba tesa nell’attualità politica, lasciando ancora una volta l’amaro in bocca al lettore cattolico meno politicizzato, o a quello che vorrebbe trovare, sul settimanale diocesano, altro rispetto a Repubblica o ai media evidentemente schierati.

Infatti il direttore di Vita Trentina approfitta della crisi di governo per una intemerata contro Matteo Salvini e la Lega: nessuna lucidità, nessuna concessione all’ “avversario”, solo una denigrazione sistematica verso le leggi sull’immigrazione, il sovranismo, l’uso del rosario ecc…

Un solo colpevole da additare come male assoluto dell’Italia: Matteo Salvini.

Ora verrebbe da chiedere a Diego Andretta, evidentemente fan di un nuovo governo giallo rosso: e le posizioni morali dei 5S e del Pd?

Per la Chiesa cattolica il sostegno all’aborto, all’utero in affitto, all’eutanasia, alla droga libera, ai cosiddetti “matrimoni” gay (propri di gran parte di questi due partiti e non della Lega!), sono peccati davvero gravi! E non solo peccati personali, ma anche sociali!

Infatti mentre le leggi sulla sicurezza possono essere opinabili (ma quelle leghiste non sono più dure di quelle tedesche o francesi), e non esiste alcun divieto morale a difendere i propri confini, la propria casa, la propria famiglia, le leggi che permettono l’uccisione di una vita innocente o la disgregazione della famiglia sono, per un credente, sempre e soltanto inique.

Come mai Vita Trentina appare tanto perentoria quando deve attaccare Salvini, ma tanto afona quando in gioco sono questi principi non negoziabili?

Perchè Andreatta condanna il rosario di Salvini, ma non ricorda i gesti blasfemi di Beppe Grillo, che arrivò a dare ai suoi adepti, in pasto, il “corpo di Grillo”?

Come mai dimentica l’uso strumentale dei segni religiosi fatto da molti deputati eletti come “cattolici”, ma non certo esemplari, come Pierferdinando Casini?

Come mai dimentica i continui riferimenti strumentali al Vangelo fatti da Maria Elena Boschi e da Matteo Renzi, in un recente passato?

Perchè tace quando il rosario, il crocifisso o statue della Vergine vengono trattati in modo sacrilego, con offse indicibili, in quei Gay pride così spesso promossi e sostenuti da PD e 5S?

Inevitabile notare che il direttore Andreatta ricorda e nota solo ciò che serve a giustificare la sua visione partitica.

Lui vota Pd, e vuole l’alleanza con 5 stelle: buon per lui, ma il settimanale di una diocesi non è il luogo più opportuno per dirlo, cercando pseudo giustificazioni religiose. Forse anche il suo vescovo dovrebbe accorgersene

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Trento

Nei «Lea» aggiunti i dispositivi flash per il controllo del diabete

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Entra a regime come prestazione aggiuntiva l’erogazione dei dispositivi flash per la registrazione e il monitoraggio del glucosio.

Con una deliberazione proposta dall’assessore alla salute, politiche sociali, disabilità e famiglia, Stefania Segnana, la Giunta provinciale ha infatti inserito nei Lea aggiuntivi – Livelli essenziali di assistenza aggiuntivi – l’erogazione di questi dispositivi che consentono, ai pazienti diabetici impegnati nell’autogestione della propria patologia, di controllare il diabete non più solo con il pungidito, ma anche tramite contatto dermico.

“Il nostro obiettivo è sicuramente quello di migliorare la qualità di vita per i pazienti – commenta l’assessore Segnana – durante la fase di sperimentazione, durata due anni, si è potuto notare un buon livello di soddisfazione da parte delle oltre 450 persone coinvolte, soprattutto abbiamo riscontrato benefici nella fascia pediatrica”.

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E proprio martedì 27 agosto, presso il Dipartimento salute, l’assessore Segnana incontrerà la Commissione provinciale per le attività diabetologiche, formata dalle Associazioni più rappresentative dei pazienti diabetici, alle quali lo scorso luglio erano stati presentati i primi risultati positivi del progetto sperimentale.

In base alle nuove disposizione, le persone iscritte all’anagrafe sanitaria provinciale, residenti in Trentino e affetti da diabete mellito di tipo 1 e 2 in trattamento insulinico intensivo (ovvero definito come almeno 3 iniezioni al giorno e che necessiti di almeno 4 controlli al giorno) hanno diritto gratuitamente ai nuovi dispositivi medici per la misurazione del glucosio tramite sensore e lettore, previa verifica della presenza dei requisiti di appropriatezza.

Per riceverlo non è necessaria alcune domanda, poiché la prescrizione è effettuata a cura del Centro di diabetologia pediatrica e dai Centri/Ambulatori diabetologici dell’Azienda Provinciale per i servizi sanitari che si occupano anche di erogare il dispositivo e di illustrare al paziente l’utilizzo al momento della prima applicazione.

La sperimentazione era iniziata nel 2017, con l’autorizzazione all’Azienda sanitaria da parte della Giunta provinciale: nel corso del tempo sono stati coinvolti pazienti diabetici, a partire dai 4 anni di età, in trattamento insulinico intensivo.

La sperimentazione è proseguita per quasi due anni su 455 persone con diabete mellito di tipo 1 e 2 (294 adulti e 161 bambini e ragazzi).

L’età media dei pazienti arruolati dai Centri diabetologici di riferimento è stata di 46,8 anni per gli adulti e di 16 anni per i minori.

Lo strumento utilizzato per la sperimentazione è costituito da un sensore che misura glucosio e glicemia; non si tratta di un tecnologia sostitutiva della metodologia tradizionale, ma integrativa che consente di ridurre la frequenza dei controlli quotidiani.

Nei pazienti, adulti e minori, seguiti dai Centri diabetologici di riferimento, il numero medio dei prelievi capillari è passato da un 4,9 a 1,7 al giorno.

Tra i benefici riscontrati in particolare nella fascia di età pediatrica, sicuramente vi sono il controllo glicemico effettuato durante l’orario scolastico e la permanenza a scuola dei bambini e dei ragazzi: l’utilizzo del sensore abbassa infatti il livello di ansia nei bambini, aumenta il senso di responsabilità e di autonomia richiedendo minor coinvolgimento da parte dell’insegnante. Strategica risulta anche la possibilità di trasmissione dei dati rilevati ai genitori attraverso l’apposita App che consente loro di modificare l’eventuale dosaggio corretto dell’insulina da somministrare.

Lo studio condotto ha evidenziato una buona accettabilità del dispositivo, tanto che solo il 4,4% dei pazienti coinvolti (pari a 20 unità) ha interrotto l’utilizzo del sensore.

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