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Arte e Cultura

Romanticismo popolare post-globale nella Street Art di Banksy

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Il grande lavoro di cucitura semiologica attuato dal non meglio identificato Banksy, uno o multiplo che sia, e dai suoi seguaci writer di strada, come da noi in Italia i non meno intriganti Blu ed Ericailcane, è ancora abbondantemente frainteso e malinterpretato da critici, criticucci e critichelli.

Nessuna colpa, se la loro interpretazione, in chiave di estetica e storia dell’arte, non arriva al nocciolo della questione: per capire Bansky e la street art, da Basquiat agli ignoti emuli senza pedigree che scrivono ovunque con colori e forme flamboyant, non si deve avere la mente sui protocolli stilistici, vieppiù ardui dopo la Pop Art (anche se essa è ancora vagamente riconducibile a criteri artistici classici).

Infatti, il luogo dell’ispirazione critica per l’arte di strada non può che essere dentro il cuore di una società umana esplosa di meccanica, biologia e conseguente demografia, che hanno travolto e continuano a travolgere ideologie e filosofie.

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Regge la filosofia di Adorno (con la sua dialettica negativa e l’aconcettuale), regge il grande volo della proiezione fantastica delle religioni, regge il capitalismo globale, importantissimo elemento di regolazione (vedendo il bicchiere mezzo pieno…) della moltiplicata complessità umana e di affermazione delle sue sempre più eteree aristocrazie economiche.

Resistono, all’inverso della scala sociale, le regole della semplice sopravvivenza e della comunicazione più elementare e le tradizioni orali a memoria d’uomo, trasformate sempre più in puri riti, vivi soprattutto come disperato messaggio di appartenenza e di riconoscimento.

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Banksy, e con lui gli altri street artist, sparano colori e forme, simboli orecchiati in superficie che provengono dai miti moderni, da Warhol o dal gossip, da Majakovskj o dal Sessantotto, dal fumetto alla Roy Lichtensein o dalle simbologie della purezza infantile, per dire qualcosa in quel teatro d’umanità che è e sempre sarà… la strada.

Teatro d’umanità, agorà disperata, ove oggi cerchiamo visi per riconoscerci e troviamo visi che cercano di riconoscersi, in mezzo a tante altre facce, ma tutte della stessa medaglia.

“C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza,
c’è solo la voglia e il bisogno di uscire
di esporsi nella strada e nella piazza:
perché il giudizio universale
non passa per le case
le case dove noi ci nascondiamo
bisogna ritornare nella strada,
nella strada per conoscere chi siamo”.

Voglio accedere alla poesia di Giorgio Gaber (non alla sua declamata ideologia, misto di retorica e di protesta, ma al suo esser stato vero poeta…) che nel 1974 parlava della crisi delle strutture fondamentali della nostra società.

Una crisi tardivamente esplosa in Italia, che Gaber fraintende politicamente, ma che coglie quasi sempre bene dal punto di vista fenomenologico, descrittivo.

La famiglia, la casa, già allora soffre terribilmente: non c’è ritratto possibile del padre impiegato in un’azienda da poter appendere alle pareti, non busto del nonno in polistirolo che possa troneggiare in ingresso; ma, soprattutto, si vive in scatole di muratura, che anche gli italiani adottano, per transitarvi a svolgere soltanto alcune precise funzioni.

La casa non è più il centro della nostra vita sociale, e non la sarà più per molto tempo ancora. Non c’è altro che la sostituisce, né l’ufficio, né la fabbrica: no, lì siamo governati, nell’uso del nostro tempo… Cosa resta, se non la strada?

E l’arte lo sa, lo sente.

Banksy lo sente, lo sente Blu, e per primo quel migrante integrale, politically uncorrect, emblema dello sradicamento, di Jean-Michel Basquiat. Disperatamente, Basquiat è il prototipo del senza casa: nero, accolto quasi per benevolenza (e perversione…) nel più folle e originale circolo artistico della società opulenta, l’entourage di Andy Warhol, tra Studio 54 da fare invidia a quel poveretto di Corona, feste psicotrope da fare invidia a Thomas De Quincey e Allen Ginsberg, genialità manhattaniana da fare invidia alla Parigi fin-de-siecle (XIX, naturalmente).

Mentre, nelle case, l’umanità consuma il marcire del “semprestato”, nell’ambiente di lavoro (alienato-astratto del mondo dell’economia industriale, del denaro del potere del piacere del patrimonio), l’umanità consuma un’aggressività minuta e pervasiva: chi si ritrae è perduto, è perdente incolpevole, forse martire, anche se l’economia industriale e la sua civiltà producono quantità di esistenza (vita media) e di esistenze (moltiplicazione demografica) e di sussistenze (welfare).

Se il corpaccio pare godere, l’anima soffre: un menestrello di provincia (del mondo), proprio Gaber, lo dice molto bene.

E questo gli riesce per un motivo, uno in particolare, diciamolo: è italiano, è pieno di segni, di strati di cultura e di storia, attraversato da tutto ciò che il mondo ha prodotto per millenni e che è sempre transitato per lo Stivale.

E, diciamolo ancora, è milanese. Povera Milano, distrutta dai bombardamenti… Povere case, di Milano… Resta la strada, anche per questo Gaber capisce.

Ed è la stessa strada, per Banksy. E pure quella sotterranea, la subway newyorkese, per Keith Haring, di recente esposto a Palazzo Reale di Milano.

E per Blu, arrabbiatissimo con Bologna che voleva celebrarlo in “una casa” con una mostra: e lui che fa? Esce in strada con la latta del grigio e cancella tutte le sue opere sui muri che danno sulle strade. Ripicca di un bambino chiaroveggente, seppur in grigio.

Ma anche Banksy non è da meno, nella sua stupenda performance autodistruttiva da Sotheby.

Artisti, gente! Artisti.

Può non piacere il messaggio, possono non piacere i simboli che talvolta usano gli street artist, ma la qualità d’interpretazione del momento storico e la magistralità di realizzazione (nei limiti o caratteristiche delle loro tecniche) ci parlano di un fatto verissimo e incontestabile: gli street artist cercano il quadro comune, la grande interpretazione non circoscritta.

Siamo oltre la cornice: la cornice della Arte di Strada (arte, non pasticcio: e qui occorre una valutazione da parte della “Buon Costume”…) è il cielo, è lo sguardo, è il freddo o il caldo dell’aria di stagione. Là, fuori…

E dentro la cornice? Segni forti, gridati in strada. Che appartengono dallo spirito di tutti.

Proprio come la vera arte.

La gallery

, al MUDEC di via Tortona a Milano, una mostra non autorizzata dall’artista, fino al 14 marzo 2019.

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