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Carta Blu Trenitalia: l’epopea di un disabile per rinnovarla

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La Carta Blu è un documento che Trenitalia rilascia alle persone con disabilità titolari dell’indennità di accompagnamento o di comunicazione. La carta, che dura cinque anni, consente il viaggio della persona disabile e del suo accompagnatore, sui convogli di Trenitalia, ad un prezzo ridotto.

La Carta Blu viene rilasciata dagli uffici assistenza, ove presenti, oppure dalle biglietterie di stazione.

Proprio alla biglietteria Trenitalia della stazione ferroviaria della civilissima città di Trento inizia l’epopea del nostro lettore con disabilità e del suo genitore (accompagnatore).

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La storia, pervenuta in redazione, denota l’ormai cronica mancanza d’attenzione da parte delle grandi aziende italiane alle esigenze delle persone con disabilità, perché ormai per le aziende conta solo incrementare i ricavi ed i dividendi per gli azionisti e nulla più.

Anche Trenitalia, come le altre grandi aziende non fa eccezione. All’aumentare dei ricavi è stato ridotto il personale e sono diminuiti i servizi ai clienti o, quanto meno, sono sensibilmente peggiorati.

Fino a qualche anno fa, infatti, nella stazione ferroviaria di Trento era presente un ufficio informazioni che si occupava, tra l’altro, anche di raccogliere le richieste e la documentazione per il rilascio della Carta Blu ed ora è sparito.

Ma veniamo alla storia del nostro lettore: «Gentile direttore, voglio raccontarle le vicissitudini e lo stress ai quali siamo stati sottoposti io e mio padre per il rinnovo della Carta Blu di Trenitalia, perché per ottenere la carta nuova ci siamo dovuti recare alla stazione di Trento per ben quattro volte.

Fino a qualche anno fa, esisteva uno sportello informazioni all’interno della stazione che curava anche il rinnovo delle carte, ci si recava in stazione con le copie dei documenti di invalidità, si compilava il modulo e la persona addetta al servizio dopo aver compilato un registro manuale rilasciava la carta a vista.

Oggi che viviamo nell’era dell’informatica e dell’automazione spinta, invece, sono le biglietterie tra un biglietto e l’altro a raccogliere la documentazione e dopo aver superato positivamente l’istruttoria per il rilascio, fatta da un non meglio identificato back-office, si può provare a ritornare in stazione per ritirare il documento.

La prima volta che sono andato in stazione accompagnato da mio padre, dopo aver atteso un’estenuante fila di persone che doveva fare i biglietti, mi sono sentito rispondere dagli addetti alla biglietteria: “l’ufficio è chiuso, provate a passare domani mattina”, allorché ho chiesto quale fosse l’ufficio specifico per il rilascio della carta, quali fossero gli orari di apertura dello stesso e se fosse stato possibile raggiungere telefonicamente l’ufficio in questione.

Mi hanno risposto che non è previsto alcun contatto telefonico e mi hanno ribadito di ripassare il giorno seguente, senza darmi alcuna indicazione sugli orari di funzionamento dell’ufficio.

La mattina seguente, sempre scomodando il mio paziente papà che fortunatamente era in ferie, ci siamo recati di nuovo in stazione e dopo l’immancabile fila alla biglietteria, finalmente siamo riusciti a depositare i documenti per il rinnovo ed a compilare il relativo modulo.

Trascorso qualche giorno, senza che nessuno ci avesse avvisato telefonicamente sull’esito della pratica, siamo ritornati per la terza volta in stazione e dopo la consueta fila, la biglietteria ci ha detto: “l’ufficio è chiuso, provate a passare domani mattina”.

L’indomani mattina, quarta volta e quarta fila, il personale di biglietteria aveva ottenuto l’autorizzazione a rilasciare la carta e quindi dopo una sfilza di firme e circa venti minuti allo sportello finalmente sono entrato in possesso della mia “mitica” Carta Blu rinnovata per altri cinque anni.

Nonostante tutto, ringrazio gli addetti alla biglietteria perché ho capito che non è una loro negligenza se le cose vanno in questo modo ma è una cattiva, o quanto meno discutibile, organizzazione delle procedure aziendali di Trenitalia a far sì che i disabili ed i loro accompagnatori debbano recarsi in stazione almeno quattro volte per ottenere la Carta Blu.

Trenitalia che da un lato vuole ottimizzare l’impiego delle proprie risorse per spendere di meno, dovrebbe comunque capire che il disabile ed il proprio accompagnatore sono anch’essi delle persone, con una propria vita, i propri impegni, i propri tempi e le proprie difficoltà.

Solo perché il mio papà era in ferie ha avuto la disponibilità ad accompagnarmi quattro volte in stazione ed abbiamo dovuto fare le corse tra una terapia ed un impegno al centro socioeducativo ogni volta che ci siamo andati.

Il fatto che non ci sia più un rapporto umano tra cliente ed azienda è veramente triste e significativo di questi tempi bui in cui si pensa esclusivamente ai ricavi, un’era in cui l’essere umano è un semplice e minuscolo ingranaggio della grande macchina del profitto che ingoia tutto e tutti.

Dopo il caffè decaffeinato stiamo arrivando a grandi passi all’uomo deumanizzato ed isolato anche se vive immerso in una folla enorme. Non avere un numero di telefono a cui rivolgersi, il nome di un impiegato che possa dare una mano, non poter sapere i giorni e gli orari in cui un ufficio lavora, oppure telefonare a dei call centre a pagamento e completamente automatizzati che poi alla fine ti spillano altri soldi e non ti risolvono i problemi, a mio parere, è il segno di una umanità che ha perso se stessa e non ha più futuro.

Invito la società civile ad una profonda riflessione ed al tentativo d’invertire il corso delle cose, prima che sia troppo tardi. Grazie per l’attenzione».

Lettera firmata

Come non dare ragione al nostro lettore, viviamo in una società frenetica che pensa esclusivamente agli utili e quotidianamente cancella ogni parvenza di umanità calpestando spesso i diritti dei più fragili. Possiamo aggiungere però che il disinteresse mostrato dalle aziende nei confronti della clientela non è rivolto solamente alle persone con disabilità, che ne risentono maggiormente, ma è ampiamente diffuso a tutte le tipologie di clientela.

Proprio rimanendo nella stazione di Trento, ci sembra impossibile che l’infrastruttura di una stazione di un capoluogo di Provincia e, addirittura, di Regione sia ancora rimasto alle architetture spartane del periodo fascista.

Sembra incredibile che Trento città turistica, città d’arte e di cultura nonché punto di ingresso di un territorio che offre una natura bella ed incontaminata che attrae milioni di turisti da tutto il mondo, sia in estate che in inverno, regno degli sport invernali e custode delle Dolomiti (patrimonio mondiale UNESCO) abbia una stazione così sporca, trasandata ed abbandonata a se stessa.

Oltre al salone d’ingresso della stazione che versa in condizioni pietose rispetto alle moderne infrastrutture di tutta Europa, abbiamo riscontrato ad esempio che i tabelloni che indicano le partenze dei treni ed il numero delle banchine si fermano al binario 3, i binari 4 e 5 sono indicati con un foglio di carta affisso sui muri, inoltre, le obliteratrici per i titoli di viaggio sono presenti solo fino al binario 3 per cui i viaggiatori ignari che non obliterano il biglietto nel salone d’ingresso se devono prendere il treno alle banchine 4 e 5 sono costretti a rifare le scale e raggiungere, quantomeno, i binari 2 e 3 per poter obliterare i propri biglietti ed evitare di incorrere in sanzioni.

Infine, stendiamo un velo pietoso anche sulle condizioni di scarsa igiene e di vetustà delle carrozze usate per i treni regionali perché a parte quelli con le livree Trentino e Südtirol, tutti gli altri treni che fanno Bologna-Brennero (Intercity compresi) sono veramente penosi se confrontati con quelli della concorrente ÖBB (ferrovie austriache) che per il decoro dell’azienda ed il comfort del cliente ha ricondizionato le carrozze dotando le sedute di tappezzeria nuova ed ha aggiunto delle prese elettriche di cortesia affinché i passeggeri possano ricaricare i propri smartphone e tablet durante il viaggio.

Basterebbero piccoli accorgimenti e minimi investimenti per rendere migliore la qualità del viaggio di tanti studenti e lavoratori pendolari, invece, le condizioni di decoro sembra siano riservate solo ai passeggeri delle frecce perché pagano biglietti più costosi, tutti gli altri viaggiano ancora (nella migliore delle ipotesi) come nel 1960.

A cura di Mario Amendola

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In 10 anni i divorzi sono raddoppiati. il 54% si pente e vorrebbe tornare insieme al proprio partner

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Dopo le statistiche che abbiamo pubblicato ieri relative ad un sondaggio che indicava come il 62% degli intervistati considerasse come famiglia unicamente quella composta da persone di sessi diversi, prendiamo in esame i dati del Censis sui divorzi: nel 2016 sono stati 99.071, dieci anni prima 49 mila.

Dei divorziati il 19,1% si sposa una seconda volta: il 68%uomini e il 60% donne.

Ma a pentirsi di aver divorziato è il 54% di cui il 19% dopo appena una settimana e 1 su 5 in tempo reale.

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E non mancano nemmeno i casi di chi dopo aver divorziato, si sia risposato con lo stesso partner.

In tutta questa confusione ci sono alcuni aspetti pratici che possono a contribuire a spiegare dei dati anche in contrasto tra loro.

In certi casi nozze troppo rapide che spesso nascondono la voglia di risolvere in maniera radicale dei problemi di convivenza nell’ambito della famiglia d’origine.

Ma anche contratte troppo tardi, spesso per problemi economici che non permettono di creare un nuovo nucleo famigliare.

Ci si sposa cioè a rapporto già logoro e la convivenza di certo non aiuta.

Sui ritorni di fiamma incidono invece la nostalgia per i figli; relazioni extraconiugali che funzionavano da sposati, ma che crollano quando cambia la situazione e non per ultime le condizioni economiche del tutto diverse da single.

Una domanda lecita è anche se la velocità del ripensamento è direttamente proporzionale alla facilità di chiudere la relazione?

Ma quanti sono i separati che sono tornati a convivere senza comunicarlo agli uffici anagrafe che di fatto dovrebbero annullare la separazione in quanto in attesa del divorzio, non sono esauriti gli effetti legali del matrimonio?

Senza contare le false separazioni chieste solo per motivi di interesse.

Il Censis conferma come l’impennata di separazioni e quindi di divorzi cresciute del 100% negli ultimi dieci anni stiano portando ad una trasformazione antropologica dell’Italia.

In più la così detta “pausa di riflessione” passata da 5 a 3 anni e poi 6 mesi, potrebbe cambiare ulteriormente la situazione.

La Chiesa non vede favorevolmente questo cambiamento di un sacramento per la vita ad una sorta di contratto temporaneo che di fatto andrà ad indebolire la famiglia.

Secondo uno studio inglese il 54% dei divorziati vive di rimpianti.

Fra chi si è accorto di amare ancora il partner, il 42% prova a ricostruire il rapporto, ma a riuscirci è solo il 21%.

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Sondaggio: vince la famiglia tradizionale

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Il concetto di famiglia è da anni causa di discussione tra destra, cattolici e sinistra.

Secondo un sondaggio campione promosso dalla società “ Noto Sondaggi” il 62% degli intervistati ha dichiarato che la famiglia è unicamente quella composta da due persone di sesso diverso sposate o conviventi.

Mentre solo il 31% la riconosce anche se formata da due persone dello stesso sesso.

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Il 60% è favorevole all’adozione da parte di una coppia etero anche non sposata e solo il 22% è favorevole alla richiesta da parte di coppie dello stesso sesso.

Differenza in linea anche sulla maternità surrogata col 55% favorevole in caso di coppie etero, percentuale che scende al 18% in caso di coppie omosex.

Mentre è del 18% la percentuale delle coppie non sposate delle quali il 64% ha figli.

Generalizzata la richiesta – 58% – di incentivi economici in aiuto alla famiglia, indipendentemente dall’essere o meno sposati.

In questi anni è cambiato il concetto di famiglia, ma non la centralità che questo nucleo deve avere che resta una parte fondamentale della società italiana.

Negli anni la famiglia è stata al centro di dibattiti politici a partire dal referendum per il divorzio che spaccò l’Italia in due parti.

Oppure come le convivenze alla pari dei figli avuti al di fuori del matrimonio, sono state oggetto di critiche, ma anche scelte trasgressive, prima di diventare socialmente legittimate.

Ma ancor oggi in assenza di divorzio, non è possibile risposarsi ed il matrimonio religioso è interdetto anche dopo il divorzio.

Quello che è certo è che la mappa valoriale degli italiani è cambiata ed in un certo qualmodo ci si è occidentalizzati molto di più rispetto a qualche anno fa.

In conclusione la legge sull’aborto per il 58% non dev’essere cambiata, per il 32% lo dev’essere ed il 10% non ha un’opinione .

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Quando la malattia uccide l’amore. Il 25% delle donne ammalate lascia il proprio partner

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Quando una malattia grave irrompe in una coppia cosa succede?

E’ più facile che distrugga o cementifichi l’amore? In questi giorni fa discutere il post “ torno a ballare da sola” col quale la Iena Nadia Toffa su Instagram, ha annunciato di aver lasciato il suo fidanzato che si sarebbe dimenticato di starle vicino nei controlli e nelle sedute di chemioterapia lasciandola quindi da sola.

Una ricerca su Cancer ha evidenziato come il rischio di separazione o divorzio sia 7 volte più alto se la ammalata è la donna (21%), rispetto a quando viene diagnosticato un tumore a uomo ( 2%).

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Il 25 %delle donne ammalate ha lasciato il proprio partner perché inadeguato alla nuova situazione.

85% gli uomini che non si tirano indietro e supportano la propria compagna.

Il 12% dei divorzi è riferito a coppie che si separano dopo che a uno dei due è stata diagnosticata una malattia grave.

Il 20% degli ammalati gravi ha una maggiore aspettativa di vita se la coppia resta unita.

Ovviamente le statistiche escludono quelle coppie che apparentemente restano unite, ma uno dei due partner allaccia relazioni extraconiugali che alle volte compensano le carenze affettive del rapporto con una persona ammalata.

Paura, rabbia, timore di non essere compresi sono situazioni spesso alla base dell’inizio della crisi del rapporto.

Di certo per affrontare la sofferenza, serve maturità ed il rischio della rottura è più alto nelle coppie giovani.

Nella gestione della malattia i social hanno un ruolo delicato.

Sarebbe opportuno non utilizzarli per cercare di saperne di più sulla propria patologia e sulle possibili cure perché il rischio di incappare in fake news è elevato.

Come essere intercettati da persone senza scrupoli che provano a sfruttare lo stato di debolezza a proprio favore.

Come sarebbe meglio limitare l’esternazione dei propri sentimenti che possono essere male interpretati.

Nei casi in cui sono le donne a lasciare è diffusa la trasformazione della malattia come pretesto per chiudere una relazione che non sopportavano più da tempo.

Di certo è una situazione emotiva esplosiva, nella quale si può solo farsi guidare dai propri sentimenti.

Accanto ai casi d’abbandono, ci sono le situazioni nelle quali il rapporto si è rafforzato.

Cesare Prandelli nel 2004 smise di allenare la Roma compromettendo la propria carriera, per poter stare vicino alla moglie ammalata.

L’attrice Laura Chiatti ha raccontato il calvario del marito Marco Bocci quando un herpes gli è arrivato al cervello.

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