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Io la penso così…

È più violento l’aborto che il presepe di don Graziola – di Monica Boccardi

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«Io la penso così» – la rubrica dedicata ai lettori – (invia a redazione@lavocedeltrentino.it)

L’avvocato Monica Boccardi, in risposta ad una lettera pubblicata su un media provinciale (riportata sotto) e scritta dalla dottoressa Santaniello, ha inviato alla nostra redazione la sua replica che pubblichiamo volentieri in modo totalmente integrale.

Spett.Le dottoressa Santaniello,

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ho letto su un media provinciale il suo scritto intitolato “Un Presepe violento contro le donne“.

Mi sento in dovere di esprimere il mio assoluto e totale dissenso da quanto da Lei affermato, che mi appare limitato da una visione ideologica e dalla mancata conoscenza della Fede cattolica, oltre che da una interpretazione della legge 194/78 non aderente alla lettera, né allo spirito, della normativa.

In particolare, per prima cosa, salta agli occhi la contraddittorietà della Sua affermazione, secondo la quale sarebbe “violenza” mostrare le immagini di piccoli feti (perfettamente integri) per contrastare il ricorso all’aborto.

Infatti, che cosa c’è di più violento della distruzione di quegli stessi incolpevoli feti (la maggior parte delle volte perfettamente sani) nel grembo materno?

Sono gli esseri più indifesi della terra, eppure vengono trattati e definiti, nell’immaginario femminista, come “problemi“, “gravidanze indesiderate“, “grumi di cellule“, al solo fine di spersonalizzarli, renderli oggetti, invece che soggetti, privandoli della loro caratteristica principale di esseri umani, in potenza, ma perfettamente in grado di divenire uomini e donne!

Si tratta di un concetto (quello relativo al “prodotto del concepimento”) che, per di più, è decisamente superato dalle evidenze scientifiche, le quali hanno invero dimostrato come ciò che viene aspirato, smembrato e fatto a pezzi sia una creatura viva con un cuore che batte, già unica ed irripetibile ed in relazione con la madre sin dal concepimento.

Sono gli esseri più indifesi della terra, eppure contro di loro viene scatenata una vera e propria guerra, chimica o chirurgica, per distruggerli, eliminarli, impedire loro di compiere il percorso di crescita che li dovrebbe portare alla nascita… e verso i quali non è ammessa pietas alcuna, per dirla con parole Sue, salvo essere tacciati di violenza.

Se di turbamento e fastidio causati da violenza si può parlare, invece, ritengo che non derivino dalla iconografia dei feti, ma da ciò che la loro presenza evoca (per quanto rifiutato, onde aderire all’ideologia dell’inesistente “diritto di aborto“), cioè la vera violenza della loro uccisione in grembo!

More solito, si effettua una operazione di spostamento del focus, di talché invece che alla luna si guarda al dito che la indica, definendo violento il secondo invece della prima.

Insomma, si pretende di impedire che il male venga definito per quello che è.

Lei accusa di mancanza di pietas chi ha esposto tali effigi, richiamando “storie di donne che proprio per la complessità delle situazioni, per la mancanza di adeguate conoscenze e per la promiscuità di vita, finiscono per ricorrere all’aborto, non essendo state capaci di prevenire gravidanze indesiderate con un uso corretto degli strumenti anticoncezionali“. Ebbene, a chiunque conosca la legge 194 salta agli occhi il fatto che in essa è esplicitamente espresso il divieto di ricorrere all’aborto come strumento anticoncezionale (art. 1: L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite).

L’aborto, per la legge italiana non è un diritto, ma un delitto. E le ipotesi in cui esso è permesso sono eccezioni al divieto, anche se purtroppo, la maggior parte dei casi, la prassi applicativa viola la legge stessa e dovrebbe essere punita. Ma il fatto che la pratica permetta di abortire in assenza dei presupposti che legittimano l’eccezione al divieto, non significa che perciò stesso l’aborto sia divenuto universalmente lecito e debba essere difeso dai tentativi di contrastarlo, inducendo alla riflessione sulla sua vera natura di uccisione di un essere umano nel grembo materno.

Ancor più, laddove si voglia discutere dell’aborto sotto il profilo cattolico, non si può pretendere di imporre una visione laica alla Chiesa, ai suoi rappresentanti ed ai fedeli stessi: per la Fede cattolica l’aborto è peccato gravissimo, in violazione del 5° comandamento, e comporta la scomunica latae sententiae. Scomunica che viene comminata non come “punizione“, il cattolico lo sa, ma per la salvezza dell’anima del peccatore, che in tal modo viene indotto a pentirsi del proprio peccato per essere riammesso in seno alla Madre Chiesa, salvato e preservato dal rischio di commettere un peccato ancora più grave accostandosi ai Sacramenti senza il preventivo perdono.

Ma, ancora, ciò che emerge prepotente dalle Sue parole è la Sua aderenza ad un aforisma (tratto da Reginald Garrigou-Lagrange, Dieu, son existence et sa nature, Paris, 1923, p. 725) che appare perfettamente adatto a definire la situazione di cui parliamo: “La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano. La Chiesa assolve i peccatori, i nemici della Chiesa assolvono i peccati.

È evidente altresì, la mancata conoscenza, da parte sua, del pensiero cattolico riguardante tutti coloro che sono coinvolti nella procedura di interruzione di gravidanza: tutti e ciascuno, infatti, sono ritenuti responsabili personalmente del peccato, nessuno escluso e compreso, quindi, anche l’uomo che ha contribuito al concepimento del bimbo abortito, a meno che non si opponga all’aborto stesso.

Lei parla dell’aborto come di “una scelta sempre sofferta, dolorosa e carica di risvolti emotivi destinati a perdurare nel tempo“, sorvolando sul fatto che, nella prassi, alla donna viene proposto l’aborto omettendo ogni informazione relativa proprio al danno psicologico ed emotivo che spesso comporta, come se non si trattasse di conseguenze (ben note alla medicina e alla psicologia), derivate dal fatto di aver ucciso scientemente e volontariamente il proprio figlio ancora nel grembo: per quanto lo si voglia negare, infatti, la psiche lo considera tale e ad esso reagisce.

E ancora Lei afferma l’esistenza di una “positiva evoluzione normativa e sociale” e di “immagine della donna libera di affrontare la maternità in modo consapevole“, ma si tratta di una mera “immagine“, appunto, non di una reale corrispondenza alla vera natura umana femminile, e ancor meno può parlarsi di evoluzione positiva, sociale e normativa, se si considera il modo in cui viene negato, alle giovani ed ai giovani, di conoscere e comprendere il vero valore della maternità, le logiche conseguenze delle proprie scelte sessuali, ma soprattutto l’esistenza della possibilità di scegliere la castità quale vera e potente arma di prevenzione (delle gravidanze indesiderate come delle malattie a trasmissione sessuale), quale migliore espressione del reale rispetto per l’altro, ma in primis di se stessi e, infine, quale concreto progetto di vita spirituale.

E allora, invece, di riempire la mente dei giovani di pseudo-diritti e di pseudo-libertà, di nozionismi che riducono la sessualità ad una meccanica del piacere fisico, del tutto slegata dall’affettività e dal suo scopo naturale (la maternità)Risposta, rendendola arida e privandola del suo vero senso umano e spirituale, ben venga il messaggio educativo, insito nel Presepe di Don Matteo Graziola, che disvela in tutta la sua potenza il miracolo della vita!

Nella foto che appare su facebook Don Sergio Nicolli che aveva espresso nei giorni scorsi delle riserve sul presepe allestito sulle scale della chiesa di San Rocco. Nella foto del titolo Don Graziola. 

Avv. Monica Boccardi

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Io la penso così…

Cosa centra la cremazione con il Cristianesimo? – di Gianni Rizzoli

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«Io la penso così» – Facci sapere anche tu come la pensi – la rubrica dedicata ai lettori – (invia a redazione@lavocedeltrentino.it)

Egregio Direttore,

sempre più frequentemente sugli annunci funebri affissi sulle bacheche dei nostri paesi si legge questa frase finale: seguirà cremazione. Curiosamente per altro questa pratica viene scelta da persone o da parenti delle stesse che sono o sono state assidue frequentatrici delle funzioni cattoliche, quasi fosse una raccomandazione della Chiesa. Ma così non è.

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Nell’Istruzione “Ad resurgendum cum Christo” non c’è affatto un si alla cremazione ma, si dice che “viene tollerata”.

Personalmente, io, cristiano cattolico non penso che essere tollerato dalla comunità Chiesa della quale faccio parte sia una gran bella cosa, ma tant’è, sempre più frequentemente ed inesorabilmente le nostre pratiche e la nostra cultura cristiana-cattolica stanno subendo contaminazioni che consciamente o inconsciamente snaturano pratiche e tradizioni millenarie in un’ansia di voler apparire al passo con i tempi e le correnti mondane.

Come direbbe un noto magistrato; cosa ci azzecca la cremazione con il cristianesimo?

L’antichissima pratica di interrare i morti deriva dall’annuncio evangelico del seme interrato e del corpo seminato corruttibile e risorgente immortale (1Corinzi15,42) e la sepoltura cristiana si richiamava coerentemente alla sepoltura di Cristo.

Fin dalle sue origini la Chiesa fu irremovibile nell’opporsi alla cremazione praticata dai pagani. Ora, questa perdita di identità, rientra in un generale fenomeno della perdita del senso del sacro e di un vuoto utilitarismo.

Scusate tanto, ma davvero si può pensare che una persona alla fine dei suoi giorni, non meriti nemmeno due metri di terra dove poter dormire (cimitero significa, dormitorio) l’ultimo sonno e ricevere in dono dai propri cari una coperta di erba, fiori ed la fiamma di un cero che ricorda la nostra fragilità terrena.

Le nostre madri, i nostri padri, di noi cattolici intendo, ci hanno lasciato in eredità una fede semplice ma coerente e piena di significato, gentile, accogliente e caritatevole, ma ferma sui valori, sempre in guardia contro la decadenza delle contaminazioni mondane o alla moda.

Lo snaturamento della propria identità, a piccoli passi, progressivamente toglie i colori ed i sapori omologandoci tutti in una umanità amorfa e manovrabile a piacimento dei malintenzionati che non hanno certamente a cuore il nostro bene. In quest’ottica allora, penso che un buon cristiano non deve ambire ad essere tollerato dalla sua Chiesa, ma essere orgoglioso di appartenere ad una comunità che non rinnega le sue radici ed i suoi valori, anche quando il vento soffia forte in senso contrario.

Gianni Rizzoli 

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Io la penso così…

Subito il congresso provinciale, per una destra vera in Trentino – Piergiorgio Plotegher

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«Io la penso così» – Facci sapere anche tu come la pensi  la rubrica dedicata ai lettori – (invia a redazione@lavocedeltrentino.it)

Egregio direttore,

manca ormai da molti anni una voce di autentica destra nel Consiglio Provinciale di Trento. Sia chiaro che non intendo riferirmi ad un modello di destra liberal-democratica ma a quella destra sociale che, nata in Italia negli anni 20 del 900, ebbe in seguito la stessa impostazione ideologica con il Movimento Sociale di Giorgio Almirante nel dopoguerra.

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Anche dopo alcuni mutamenti politici di vertice, più o meno felici, con la fondazione di Alleanza Nazionale, i Consiglieri Provinciali che hanno rappresentato la destra Trentina a livello Istituzionale sono sempre stati fedeli a quella Tradizione storico-politica, difendendo presupposti essenziali di amor di Patria e di ordine, anche all’ interno di una Autonomia peraltro troppo spesso tradita da un potere locale inefficiente e lontano dalle esigenze popolari.

Come spesso si verifica nella storia, una serie di accadimenti negativi, culminati nei ripetuti tradimenti di Gian Franco Fini, hanno pesantemente penalizzato l’immagine di una Comunità politica come quella della Destra Trentina affermatasi, malgrado le limitatissime risorse finanziarie, fino ad ottenere due consiglieri Provinciali nel 1998 ed a mancare solo per pochi voti la conquista del Comune di Rovereto nel 2000.

La linea politica seguita in Provincia e nei Comuni è sempre stata ispirata ad un irrinunciabile concetto di difesa della identità nazionale come premessa per la difesa della popolazione contro una sempre più minacciosa caduta dei criteri di sicurezza delle persone e per opporsi a un decadimento dei valori morali e civili, in diretto rapporto con la crisi ormai inveterata di Istituzioni basilari, come la Scuola, da troppi anni in balia del devastante pensiero unico della Sinistra all’insegna del falso progressismo che la caratterizza.

Nel novembre scorso abbiamo salutato con favore la fine del centro-sinistra-autonomista in Provincia augurandoci che il successo leghista di Fugatti ponga fine ad un Trento-Centrismo all’insegna di una sfrenata burocratizzazione, clientelare, nemica di ogni libero spirito di impresa e di efficienti realizzazioni decentrate. Registriamo con favore alcuni indicativi segnali di intervento nelle Scuole da parte dell’Assessore Bisesti, contro l’ambiguità della Giunta Rossi che aveva permesso l’entrata nelle Scuole di sostenitori di assurde e pericolose teorie come quelle del Gender.

Ci auguriamo che il nuovo Governo Provinciale prosegua decisamente nella sua azione di controllo dell’immigrazione gestita finora nel segno dello spreco e dell’assoluta indifferenza per la nostra Storia e le nostre Tradizioni premiando molte volte interessi personali o di fazione mascherate a gran voce da improbabili ed ipocriti proclami solidaristici.

La complementarietà di Fratelli d’Italia potrà concretizzarsi in maniera molto più incisiva se verrà al più presto risolta la crisi Istituzionale all’interno del Partito dove manca del tutto un direttivo provinciale dopo le dimissioni rassegnate la scorsa estate da Marika Poletti, oltretutto in maniera scorretta ed immotivata, a due mesi dalle elezioni Regionali.

Soltanto un Congresso Provinciale dove si discuta finalmente dopo anni sulla organizzazione e sulle finalità progettuali del Partito potrà dare allo stesso consistenza e attendibilità.

Soltanto un Congresso Provinciale potrà rafforzare anche l’organizzazione del Partito là dove lo stesso opera in Vallagarina con un Sindaco ad Avio e a Rovereto, con la presenza di 8 consiglieri di FdI in tutte le circoscrizioni della città.

Le potenzialità di Fratelli d’Italia sono notevoli in Provincia, soprattutto se saranno valorizzate presenze preziose come quella del Sindaco di Avio che ha ottenuto un notevolissimo numero di voti alle Regionali e di tanti altri preziosi militanti in tutta la Provincia non dimenticando mai i nostri storici contatti con gli italiani dell’ Alto Adige .

Si avvicinano importanti scadenze elettorali e mi auguro pertanto che ci si possa arrivare con una organizzazione provinciale di Partito tale da valorizzare ogni risorsa all’interno dello stesso ed attirando nuovi consensi mettendo in secondo piano in particolare le piccole beghe personali con un attento sguardo ad un futuro illuminato in queste ore dal grande successo del Partito e della coalizione nelle Elezioni Regionali di Abruzzo.

Piergiorgio Plotegher – già consigliere provinciale-regionale del MSI-DN e AN, consigliere circoscrizionale di FdI di Rovereto

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Io la penso così…

Ma una Legge non basta (se manca la mentalità) – di Gian Piero Robbi

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Egregio Direttore,

forse non tutti sanno che in Italia esiste una legge, la 68/99 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”, che nella sua materia è indubbiamente una delle migliori in Europa. Ma è anche tra quelle con una minore applicabilità (con un tasso di occupazione delle persone disabili di appena un 18% rispetto ad oltre un 58% di popolazione) e questo non tanto per motivi tecnici, ma per un problema ben più ampio, che riguarda piuttosto la cultura della disabilità presso gli imprenditori italiani.

Disabilità, infatti, per un’impresa suona essenzialmente come obbligo di assunzione di risorse che rimangono quasi sempre a margine; un’imposizione pesante, sia per i processi lavorativi, sia moralmente, che spesso gli imprenditori preferiscono aggirare pagando le multe previste dalla stessa legge per chi non ottempera all’obbligo.

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Per ovviare a questa pratica, il decreto correttivo al Job Act ha previsto anche un innalzamento delle sanzioni, passate da 62,77 a 153,20 euro per ogni giorno lavorativo di ritardo nell’assunzione e per ciascun disabile non assunto. Di fatto, pagare le multe costa oggi più dell’assunzione.

Ma questo non basta a cambiare l’atteggiamento degli imprenditori verso la disabilità.

Più che un sistema di penalizzazioni, sarebbe forse opportuno inserirne uno di incentivi: se, come suggerisce Daniele Regolo, fondatore di Jobmetoo, in una intervista rilasciata a Invisibili, si eliminasse l’obbligo di assunzione, ma piuttosto si valutasse un incontro basato sulle competenze e sulla reale compatibilità tra condizione del lavoratore e necessità dell’azienda, si potrebbe pensare invece di premiare le aziende che assumono più lavoratori disabili. In questo modo si contribuirebbe certamente allo sviluppo di una cultura più aperta alla disabilità.

Sempre partendo dalla legge 68/99, ma facendo un discorso al contrario, nessun lavoratore dovrebbe essere considerato da tutelare o proteggere – pensando alla sua capacità di autodeterminarsi – ma nessun lavoratore deve essere discriminato. Ancora pensando a un ribaltamento della prospettiva, quindi, sarebbe ideale premettere al lavoratore discriminato di tutelarsi, magari istituendo un fondo apposito.

Così come un fondo andrebbe creato per gli “Accomodamenti ragionevoli”, misura introdotta dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ripreso dalla Direttiva 2000/78/CE e ridefinito in Italia dal D. Lgs. 151/15, che prevede l’acquisto e il finanziamento di strumenti, soluzioni, ausili e quanto necessario per consentire alla persona con disabilità di esprimere il suo potenziale e le sue abilità nel contesto aziendale. Questa misura permetterebbe alla persona disabile di lavorare in condizioni di pari opportunità rispetto agli altri.

Tra le idee per rendere efficace la 68/99, anche quella di accorpare e snellire le figure di sostegno all’inserimento di una risorsa con disabilità in azienda, promuovendo la figura unica del Disability Manager, non ancora pensato dalla legge 68/99, ma oggi possibile.

Infine, fare leva sul grande patrimonio rappresentato dalle associazioni di disabili del territorio, detentrici di un know how di alto valore nonché sul mondo delle cooperative, in grado di gestire, dal punto di vista lavorativo, le disabilità più complesse attraverso servizi da fornire alle aziende in forma esternalizzata.

Questa ultima prospettiva sarebbe anche in grado di rafforzare quel legame prezioso tra azienda e territorio, da sempre portatore di valori e di umanità.

Gian Piero Robbi

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