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Arte e Cultura

Lutto nel mondo dell’arte trentina, è morto Paride Franceschini il «Poeta del Lagorai»

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Si è spento all’età di 70 anni Paride Franceschini alpinista, scrittore, e scultore del legno Trentino.

Lascia nel dolore la moglie Daria e le figlie Linda e Diana

Paride Franceschini aveva iniziato la sua carriera artistica nel 1994.

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Amante dell’alpinismo e delle escursioni, aveva esplorato a lungo i luoghi della sua terra.

Prima la poesia, poi le arti grafiche, con la sperimentazione di nuove tecniche e materiali (dal disegno alla pittura, dalla tela al velluto) ed infine l’approdo al suo strumento d’elezione: il pirografo, lo strumento d’elite per la lavorazione del legno.

Franceschini era noto ai frequentatori della montagna come il “poeta del Lagorai ed aveva sperimentato nel corso degli ultimi anni, diverse discipline artistiche: dalla poesia (a cui si dedica da qualche decennio) alla pittura (sempre eseguita con tecniche e su supporti originali) e, più recentemente, all’incisione su legno, per mezzo di una punta incandescente – appunto, il pirografo.

Proprio in questa tecnica, l’artista, nel suo studio di Martignano, aveva trovato una dimensione particolarmente affine, capace di mettere assieme elementi biografici e inclinazioni artistiche.

Uno dei momenti fondamentali per Franceschini era stato l’incontro con Messner. La leggenda dell’alpinismo è stata omaggiata dall’artista con uno splendido ritratto ora esposto a Castel Firmiano.

Da quel momento l’artista ha perfezionato la tecnica, studiando e riproducendo una serie di opere di Segantini, il maestro divisionista della pittura italiana che tanto ha ispirato generazioni di paesaggisti e naturalisti.

I suoi soggetti, ripresi direttamente dalla tradizione alpina – la portatrice di acqua, la donna nella stalla col bambino tra le braccia, la ragazza che beve alla fontana, vestita col costume grigionese, si sposano perfettamente col sentire dell’artista, il quale si propone di emozionare il suo pubblico avvicinandolo alla montagna.

Il 18 agosto 2017, davanti a centinaia di persone accorse nei boschi di Lavarone per ascoltare la presentazione del libro «Quasi niente», scritto a quattro mani da Mauro Corona e Luigi Maieron, si era svolto l’omaggio dell’artista trentino Paride Franceschini all’alpinista-scrittore originario di Erto: un ritratto di Corona eseguito con la tecnica del pirografo e che descrive lo scrittore in un’espressione particolarmente intensa, circondato dalle statue presenti nel suo studio di scultore ai piedi della diga del Vajont. (qui l’articolo)

L’incisione su legno, infatti, oltre che a rappresentare un’importante tradizione storica recentemente andata in disuso, si offre per interessanti risultati formali e Franceschini, con le sue ultime opere, ne aveva dato un’emblematica dimostrazione.

Corona, aveva dimostrato di apprezzare molto il ritratto eseguito da Paride Franceschini.

Ed in effetti difficile dargli torto: l’opera donata all’eclettico artista friulano, era la più “coronesca” che si possa immaginare: eseguita su legno grezzo dei boschi, incisa con fuoco e metallo, e capace di cogliere Corona in una espressione onirica, proprio come molti dei suoi racconti.

Un lavoro, quello di Franceschini, che in bella mostra nello studio dello scrittore friulano tutt’oggi.

I funerali saranno celebrati domani martedì 8 gennaio 2018 presso il cimitero di Trento.

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Spettacolo

Al teatro sociale piccoli crimini coniugali: Placido, Bonaiuto e la guerra del matrimonio

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Michele Placido ritorna al teatro Sociale di Trento con Piccoli crimini coniugali del franco-belga Éric-Emmanuel Schmitt (2003), un atto unico di cui è anche regista e adattatore.

Lo affianca Anna Bonaiuto, con cui ha spesso collaborato. Sono già stati marito e moglie in Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara, del 1993.

La rappresentazione è introdotta da un’altra allegra incursione di Emit Flesti (Alessio Dalla Costa, Annalisa Morsella e Massimo Rizzante), nei loro ruoli della coppia dagli interessi divergenti che coinvolge uno spettatore intellettuale nei suoi litigi.

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Considerato il tema di quanto seguirà, la combinazione è parecchio azzeccata; peccato che i molti ritardatari tra il pubblico (cosa insolita al Sociale) inizialmente non abbiano compreso che la serata era effettivamente cominciata.

La storia: il giallista Marco (Placido) è ricondotto a casa dalla moglie Lisa (Bonaiuto) dopo un periodo trascorso in ospedale.

In seguito a un incidente domestico Marco ha perso la memoria, e professa di non essere neppure sicuro che la donna sia effettivamente sua moglie.

Il primo terzo di Piccoli crimini coniugali è il più brillante, ricco di battute scambiate mentre Lisa si sforza di rievocare a beneficio del marito l’uomo che era stato prima dell’amnesia. Tuttavia Marco ha un dubbio: ora che lui non ricorda nulla di lei e della loro vita, Lisa è sicura di volerlo ancora accanto?

Ma quale donna non vorrebbe al suo fianco un uomo come il perduto Marco Franciosi? Fedelissimo, pressoché sempre a casa, amante di dannunziano vigore. Nonché pittore a tempo perso! E amante delle sale da tè! E dello shopping, anche e soprattutto nei negozi di scarpe per signora!

Un testo per due personaggi alle prese con una crisi coniugale è necessariamente letterario e il recensore sente la responsabilità di nascondere quanto più del contenuto possibile, ma dal precedente paragrafo si intuirà forse che Lisa ha inteso cogliere l’opportunità della perdita di memoria del marito per tentare di ricostruirlo in termini più di suo gusto.

Lei stessa lo ammette, una volta accertato che l’amnesia di Marco era già svanita prima ancora che quegli lasciasse l’ospedale.

Data così la stura alle reciproche lamentele, aperto il varco dei sospetti e dei rancori accumulati in una convivenza pluridecennale, Marco e Lisa si confrontano apertamente, alternando attacco e difesa, accuse e scuse, timori della fine della loro unione con grandi proclami di lealtà e affetto imperituri.

La chiave sta in Piccoli crimini coniugali, che nel testo è il titolo del libro di Marco che ha avuto meno successo – l’unico dedicato alla moglie.

Ivi lo scrittore aveva esposto la sua cinica visione del matrimonio, per cui lo scopo delle unioni sarebbe l’annientamento del coniuge e di sé stessi, e chi vada a assistere a sponsali si dovrebbe realisticamente chiedere quale dei due sposini cadrà per primo.

(Apparentemente lanciarsi in affermazioni apodittiche assumendo pose pseudo-esistenzialiste è ormai una sorta di stereotipo di chiunque prenda una penna in mano in Francia.)

Estratti dal volume, a più riprese brandito dalla signora, hanno fatto presa sulle sue paure più recondite, risultando in esiti di crescente, progressiva irrazionalità.

All’altro capo Marco, che si gioca l’effettivo stato delle sue facoltà come una mano di carte con cui pungolare la moglie, cercando di manipolarne le reazioni e di carpirne i segreti più intimi.

Michele Placido offre una prova d’interprete sottile e composta: il suo personaggio sta trattando una sera chiave della sua vita come se stesse giocando a poker (il tutto fingendo di non riconoscere la propria casa), e come tale l’attore pugliese si mantiene costantemente rigido e in controllo della sua persona, solo occasionalmente lasciando trasparire il tormento che lo lacera dalla sera dell’incidente.

Altrettanto credibile è la Lisa di Anna Bonaiuto, inizialmente del tutto a suo agio nella casa in cui si muove con piena naturalezza, poi (grazie anche ad una bottiglia da lei lentamente svuotata) sempre meno disinvolta, a tratti sprofondata in una poltrona, a tratti esplodendo in accuse veementi al coniuge.

La scena, di Gianluca Amodio, riproduce l’interno dell’appartamento dei protagonisti, dominato da grigio e bianco. Gli elementi che offre – la scala della caduta, un tavolo, librerie, divani e poltrone – offrono al ristretto cast sufficienti opportunità di interagire con il loro ambiente abituale.

Emit Flesti, prima che si aprisse il sipario, aveva definito Piccoli crimini coniugali una commedia. Mah.

Ci sono, soprattutto all’inizio, molte buone punzecchiature come da tradizione per le coppie del teatro; c’è una gustosa rievocazione del primo incontro tra i futuri coniugi, ma il tono si fa sempre più serio e il dramma si mangia il comico.

Al termine dello spettacolo risulta che forse un drastico confronto tra Marco e Lisa, capace di rimuovere i sospetti reciproci e le idee incrostate da anni sui sentimenti del partner, era la crisi necessaria a rimuovere in buona dose le ruggini tra i due.

Ma questo ne fa una commedia? Lasciando il teatro ho superato due signore, ed una stava commentando che dopotutto preferiva le commedie in dialetto, dove si ride di più.

Piccoli crimini coniugali è un dramma familiare, con scrittura di classe e due interpreti totalmente all’altezza del loro nome, che punta lo sguardo sulle conseguenze dei silenzi e della sfiducia reciproca nel ménage di coppia. Uno spettacolo serio, in cui è facile riconoscere elementi del proprio vissuto.

Bonaiuto e Placido incontreranno il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 22 e sabato 23 marzo alle 20 e 30 e ancora domenica 24 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 5.

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Arte e Cultura

Oggi è la giornata mondiale della poesia e della libroterapia

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Oggi non è solo il primo giorno di Primavera, ma è anche l’anniversario della giornata mondiale della poesia istituita dall’Unesco ormai trent’anni fa.

Come si definisce la parola poesia?

Il termine deriva dal greco e significa creazione.

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Si definisce come quella forma d’arte che, con la scelta di parole e di una determinata metrica, crea versi che hanno il potere di trasmettere concetti e stati d’animo in modo decisamente più potente rispetto ad altre forme di scrittura.

Facendo qualche giro in libreria si scopre che i poeti continuano a produrre, ma appena si scambia qualche parola con un venditore vieni a sapere che la poesia è poco richiesta, poco venduta.

Poi si prende un libro a caso o si cerca proprio quello di cui hai ascoltato la presentazione e dopo aver aperto a caso e letto qualche riga ci si accorge di entrare in un mondo quasi parallelo, in cui la sofferenza diventa arte e bellezza dove sembra di leggere parole che avresti voluto sempre sentire e che ti rasserenano.

Oggi giorno presi dalla fretta o meglio dalla frenesia della nostra vita ci dimentichiamo che il mal di testa che avviene quando siamo troppo stanchi e stressati può attenuarsi anche solo bevendo molta acqua o una buona tisana seduti in poltrona con un buon libro.

Ma quale può essere un buon libro?

Certamente dipende da persona a persona e dal momento della vita in cui ci troviamo, ma anche dal momento della giornata in cui siamo.

A volte si ha bisogno di entrare in un romanzo avventuroso a volte leggere una poesia o solamente qualche citazione.

Non importa quanto leggiamo o cosa leggiamo, ma è importante non smettere, perché è l’unico strumento che ci permette di fermarci, pensare alle parole lette, tornare indietro e di andare avanti per ridefinire il testo, per farcelo proprio e trasformarlo in qualcosa di veramente nostro e soprattutto nuovo.

In questa giornata dedicata alla Primavera e alla Poesia si vuole ricordare il libro di poesie “Nella città di formiche di luce” (Ed. Kolibris – 2018) della giovane poetessa ferrarese Silvia Belcastro.

Il libro è diviso in tre parti e consiste in un viaggio dell’autrice che parte da un mondo paragonabile all’inferno, arriva al purgatorio per giungere infine al paradiso. Belcastro ha la capacità di prendere per mano chi ha la fortuna di leggere questo libro breve costituito di poesie intense e che fanno riflettere sull’orrore di oggi che non è poi tanto diverso da quello di ieri.

L’autrice poi non si ferma davanti al dolore, ma guida i lettori verso la speranza indicando tra le righe una strada per la salvezza.

La letteratura, la poesia e l’arte possono entrare negli studi di psicoterapia e diventare strumenti di guarigione perché aiutano il paziente a pensare, a ritornare nel passato, a creare soluzioni per problematiche attuali e a progettare per il futuro.

Oggi aprendo Facebook ho trovato questa bellissima poesia d’amore di Silvia Belcastro e lascio entrare i lettori nel proprio mondo magico per trovare quella bellezza che sana ogni dolore.

Il seme alla primavera

Ora so che non ho scampo.

Ho cercato fino ad oggi

questa quiete, questo acquazzone

di speranza nella notte.

In verità non voglio sopravvivere

ai tuoi occhi, preferisco rinascere

domani.

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Spettacolo

È morto Mario Marenco, aveva 85 anni

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Marenco è morto oggi, domenica 17 marzo, a 85 anni, presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma dove era ricoverato.

Nato a Foggia nel 1933, viveva nella Capitale.

Celebri le sue interpretazioni come attore e umorista che hanno segnato tappe importanti nella storia della televisione italiana, quasi sempre al fianco di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni.

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Tra tutte, la più celebre resta “Riccardino” durante lo show televisivo “Indietro tutta”.

Dopo la laurea in architettura nel 1957, a Napoli, nel 1960 aprì il proprio atelier di architettura e design: lo Studio DEGW a Roma.

Il suo debutto televisivo risale agli inizi del 1970 quando con Cochi e Renato nel programma “Il buono e il cattivo” ma qualche anno prima aveva già dato prova del suo talento in un programma radiofonico “Alto gradimento” condotto da Arbore e Boncompagni.

Fu Mr Ramengo ne “L’altra domenica”, strampalato inviato che dopo ogni reportage urlava “Carmine!” e protagonista dei programmi Odeon e L’uovo e il cubo.

Negli anni ottanta partecipò a diverse trasmissioni televisive, tra cui Sotto le stelle dove si produsse nel Prof. Aristogitone e in diversi altri sketch, e Indietro tutta! dove interpretò il personaggio del bambino Riccardino.

 

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