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Spettacolo

Cinema, «Vice – l’uomo nell’ombra»: io oso tutto quello che s’addice a un uomo

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È uscita ieri in Italia, a Trento in programma al cinema Astra, una biografia del politico americano Dick Cheney, intitolata Vice (in Italia si è aggiunto il sottotitolo l’uomo nell’ombra) e diretta da Adam McKay.

Christian Bale dà corpo (per la parte è ingrassato moltissimo) al protagonista, Amy Adams a sua moglie, Steve Carell al mentore Donald Rumsfeld.

Come da attendersi, la storia segue le vicende del ben noto vicepresidente, dalla giovinezza come alcolista cacciato dall’università a eminenza grigia responsabile della risposta statunitense all’undici settembre.

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Il film è in effetti una commedia drammatica: l’argomento è certamente serio e il film non fa mistero di considerare Cheney un eroe negativo (nella scena del trapianto cardiaco la cinepresa inquadra con insistenza il torace vuoto del nostro, suggerendo che si tratti di un uomo senza cuore), ma la narrazione riserva grande spazio all’umorismo e a metafore visive che elevano il film da un qualsiasi biopic televisivo.

Un esempio: nella sequenza in cui George W. Bush (Sam Rockwell, ottimo) discute la possibile vicepresidenza con Cheney – potete vederne parte nel trailer – compaiono durante le parole del secondo inquadrature di pesca, per indicare che Bush sta abboccando all’amo (la pesca è uno dei suoi passatempi preferiti).

Sulla carta sembrerà di poco impatto per un film incentrato sugli intrighi del potere e con picchi drammatici legati ad Al Qaeda ed alla seconda guerra in Iraq; tuttavia il film è candidato al Golden Globe come miglior film commedia (anche Bale, Adams e Rockwell sono candidati come miglior protagonista e non protagonisti comici; la regia, categoria unica, vede in gara anche McKay).

Gli sforzi della regia per evitare il piattume televisivo sono uno dei punti di forza di Vice.

Da quanto sopra si capirà che un cast molto forte è l’altro: Bale annulla molto del suo carisma personale per rendere il lieve grigiore di un politico sempre troppo poco in vista per l’elettorato che si trasforma in un burattinaio appena dietro le porte del potere.

 

Steve Carell dimostra di non avere perso il tocco per interpretare un capo temibile tanto utilizzato in The Office: il suo Rumsfeld è un superfalco spietato e imperioso.

Rockwell è ottimo nel tratteggiare il giovane Bush, ormai canonizzato da Hollywood come un presidente manipolabile ed in genere in balia degli eventi.

Su tutti i comprimari svetta Amy Adams, che come un’autentica donna nell’ombra mostra (nei limiti permessi dalle due ore del film) più determinazione ed energia del consorte, trattenuta nelle sue ambizioni solo dal fatto di essere donna.

In una scena (immaginaria) di Vice i personaggi principali (Dick Cheney e signora) iniziano a imitare lo stile di Shakespeare, invitando gli spettatori ad accostare la dinamica coniugale del Macbeth a quella dei Cheney.

Adams è però un’attrice cui l’amabilità riesce naturale, conferendo alla sua Lynne un’aura di costante piacevolezza e prendendosi la scena appena il materiale lo consente.

Detto questo, ci sono alcuni punti del film che sembrano discutibili.

Il più evidente è paradossalmente proprio lo stile: le evasioni dalla realtà, le metafore visive, i falsi titoli di coda a metà film sorprendono e tengono desta l’attenzione, ma forse spingono una narrazione già apertamente di parte nella direzione del libello d’accusa caro a Michael Moore.

Parimenti, la voce narrante del film è affidata a un personaggio che rimane misterioso fino al momento in cui entra nella narrazione.

Non desidero rivelare la sorpresa, ma dopo la sequenza di cui scrivo non ho potuto non pensare che l’intera idea sia servita unicamente per accusare di mancanza di savoir-faire un personaggio cui il film imputa, tra il resto, la guerra in Iraq, la nascita dell’Isis e gli orrori di Guantanamo.

Se Cheney conoscesse il nostro Andreotti, avrebbe potuto citarlo: “A parte le guerre puniche, mi viene attribuito davvero di tutto”.

Al netto, Vice rimane un buon film, coraggioso nelle sue opinioni, ben realizzato e ancor meglio interpretato.

Purché non si commetta il facile errore di scambiare i film per lezioni di storia, di certo può fornire spunti di discussione e riflessione sula natura del potere e degli uomini che lo perseguono.

Vice – L’uomo nell’ombra è in programmazione al cinema Astra fino all’otto gennaio; fino a domenica alle sedici e alle ventuno, lunedì e martedì soltanto alle ventuno.

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Spettacolo

Al teatro sociale piccoli crimini coniugali: Placido, Bonaiuto e la guerra del matrimonio

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Michele Placido ritorna al teatro Sociale di Trento con Piccoli crimini coniugali del franco-belga Éric-Emmanuel Schmitt (2003), un atto unico di cui è anche regista e adattatore.

Lo affianca Anna Bonaiuto, con cui ha spesso collaborato. Sono già stati marito e moglie in Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara, del 1993.

La rappresentazione è introdotta da un’altra allegra incursione di Emit Flesti (Alessio Dalla Costa, Annalisa Morsella e Massimo Rizzante), nei loro ruoli della coppia dagli interessi divergenti che coinvolge uno spettatore intellettuale nei suoi litigi.

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Considerato il tema di quanto seguirà, la combinazione è parecchio azzeccata; peccato che i molti ritardatari tra il pubblico (cosa insolita al Sociale) inizialmente non abbiano compreso che la serata era effettivamente cominciata.

La storia: il giallista Marco (Placido) è ricondotto a casa dalla moglie Lisa (Bonaiuto) dopo un periodo trascorso in ospedale.

In seguito a un incidente domestico Marco ha perso la memoria, e professa di non essere neppure sicuro che la donna sia effettivamente sua moglie.

Il primo terzo di Piccoli crimini coniugali è il più brillante, ricco di battute scambiate mentre Lisa si sforza di rievocare a beneficio del marito l’uomo che era stato prima dell’amnesia. Tuttavia Marco ha un dubbio: ora che lui non ricorda nulla di lei e della loro vita, Lisa è sicura di volerlo ancora accanto?

Ma quale donna non vorrebbe al suo fianco un uomo come il perduto Marco Franciosi? Fedelissimo, pressoché sempre a casa, amante di dannunziano vigore. Nonché pittore a tempo perso! E amante delle sale da tè! E dello shopping, anche e soprattutto nei negozi di scarpe per signora!

Un testo per due personaggi alle prese con una crisi coniugale è necessariamente letterario e il recensore sente la responsabilità di nascondere quanto più del contenuto possibile, ma dal precedente paragrafo si intuirà forse che Lisa ha inteso cogliere l’opportunità della perdita di memoria del marito per tentare di ricostruirlo in termini più di suo gusto.

Lei stessa lo ammette, una volta accertato che l’amnesia di Marco era già svanita prima ancora che quegli lasciasse l’ospedale.

Data così la stura alle reciproche lamentele, aperto il varco dei sospetti e dei rancori accumulati in una convivenza pluridecennale, Marco e Lisa si confrontano apertamente, alternando attacco e difesa, accuse e scuse, timori della fine della loro unione con grandi proclami di lealtà e affetto imperituri.

La chiave sta in Piccoli crimini coniugali, che nel testo è il titolo del libro di Marco che ha avuto meno successo – l’unico dedicato alla moglie.

Ivi lo scrittore aveva esposto la sua cinica visione del matrimonio, per cui lo scopo delle unioni sarebbe l’annientamento del coniuge e di sé stessi, e chi vada a assistere a sponsali si dovrebbe realisticamente chiedere quale dei due sposini cadrà per primo.

(Apparentemente lanciarsi in affermazioni apodittiche assumendo pose pseudo-esistenzialiste è ormai una sorta di stereotipo di chiunque prenda una penna in mano in Francia.)

Estratti dal volume, a più riprese brandito dalla signora, hanno fatto presa sulle sue paure più recondite, risultando in esiti di crescente, progressiva irrazionalità.

All’altro capo Marco, che si gioca l’effettivo stato delle sue facoltà come una mano di carte con cui pungolare la moglie, cercando di manipolarne le reazioni e di carpirne i segreti più intimi.

Michele Placido offre una prova d’interprete sottile e composta: il suo personaggio sta trattando una sera chiave della sua vita come se stesse giocando a poker (il tutto fingendo di non riconoscere la propria casa), e come tale l’attore pugliese si mantiene costantemente rigido e in controllo della sua persona, solo occasionalmente lasciando trasparire il tormento che lo lacera dalla sera dell’incidente.

Altrettanto credibile è la Lisa di Anna Bonaiuto, inizialmente del tutto a suo agio nella casa in cui si muove con piena naturalezza, poi (grazie anche ad una bottiglia da lei lentamente svuotata) sempre meno disinvolta, a tratti sprofondata in una poltrona, a tratti esplodendo in accuse veementi al coniuge.

La scena, di Gianluca Amodio, riproduce l’interno dell’appartamento dei protagonisti, dominato da grigio e bianco. Gli elementi che offre – la scala della caduta, un tavolo, librerie, divani e poltrone – offrono al ristretto cast sufficienti opportunità di interagire con il loro ambiente abituale.

Emit Flesti, prima che si aprisse il sipario, aveva definito Piccoli crimini coniugali una commedia. Mah.

Ci sono, soprattutto all’inizio, molte buone punzecchiature come da tradizione per le coppie del teatro; c’è una gustosa rievocazione del primo incontro tra i futuri coniugi, ma il tono si fa sempre più serio e il dramma si mangia il comico.

Al termine dello spettacolo risulta che forse un drastico confronto tra Marco e Lisa, capace di rimuovere i sospetti reciproci e le idee incrostate da anni sui sentimenti del partner, era la crisi necessaria a rimuovere in buona dose le ruggini tra i due.

Ma questo ne fa una commedia? Lasciando il teatro ho superato due signore, ed una stava commentando che dopotutto preferiva le commedie in dialetto, dove si ride di più.

Piccoli crimini coniugali è un dramma familiare, con scrittura di classe e due interpreti totalmente all’altezza del loro nome, che punta lo sguardo sulle conseguenze dei silenzi e della sfiducia reciproca nel ménage di coppia. Uno spettacolo serio, in cui è facile riconoscere elementi del proprio vissuto.

Bonaiuto e Placido incontreranno il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 22 e sabato 23 marzo alle 20 e 30 e ancora domenica 24 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 5.

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Spettacolo

È morto Mario Marenco, aveva 85 anni

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Marenco è morto oggi, domenica 17 marzo, a 85 anni, presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma dove era ricoverato.

Nato a Foggia nel 1933, viveva nella Capitale.

Celebri le sue interpretazioni come attore e umorista che hanno segnato tappe importanti nella storia della televisione italiana, quasi sempre al fianco di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni.

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Tra tutte, la più celebre resta “Riccardino” durante lo show televisivo “Indietro tutta”.

Dopo la laurea in architettura nel 1957, a Napoli, nel 1960 aprì il proprio atelier di architettura e design: lo Studio DEGW a Roma.

Il suo debutto televisivo risale agli inizi del 1970 quando con Cochi e Renato nel programma “Il buono e il cattivo” ma qualche anno prima aveva già dato prova del suo talento in un programma radiofonico “Alto gradimento” condotto da Arbore e Boncompagni.

Fu Mr Ramengo ne “L’altra domenica”, strampalato inviato che dopo ogni reportage urlava “Carmine!” e protagonista dei programmi Odeon e L’uovo e il cubo.

Negli anni ottanta partecipò a diverse trasmissioni televisive, tra cui Sotto le stelle dove si produsse nel Prof. Aristogitone e in diversi altri sketch, e Indietro tutta! dove interpretò il personaggio del bambino Riccardino.

 

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Spettacolo

Chi ha messo incinta Maria? «Uno di voi», venerdi 15 al Teatro di Meano

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“ Uno di voi” è la commedia brillante che andrà in scena venerdì prossimo al Teatro di Meano e che si ispira ad un fatto realmente accaduto.

Il contesto è quello dei giorni nostri caratterizzati da un sempre più basso tasso di natalità, testosterone in caduta libera, ma anche la fertilità maschile sembra essere in calo.

Maria insegnante di filosofia dai tempi dell’università ha tre amici: Luca, Gianni e Jacopo.

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La sua vita sentimentale è caratterizzata più da incontri sfortunati che da belle storie sentimentali.

Succede che un giorno si ritrova ad aver fatto l’amore con i tre suoi migliori amici, ma con un incidente di percorso: resta incinta.

Va bene, ma di chi dei tre? Maria riesce a convincere i suoi amici a sottoporsi al test del DNA e tutti insieme si ritrovano nella sala d’attesa del laboratorio.

Il referto darà quella risposta che i protagonisti verrebbero che arrivasse?

Questa è la base per un succedersi di una serie di eventi comici che non potranno che divertire.

Uno di Voi” è prodotto da TeatroE, di Roberto Marafante per la regia di Roberto Marafante con Mirko Corradini, Andrea Deanesi, Giuliano Comin e Maria Giulia Scarcella.

La commedia andrà in scena venerdi 15 marzo 2019 a partire dalle 20,45 al Teatro di Meano, ma è già aperta la prevendita:

si può scrivere a info@teatrodimeano.it oppure telefonare allo 0461 511332 (martedi e venerdì dalle 17 alle 20 o sabato dalle 10 alle 13.)

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