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Arte e Cultura

Il 15 gennaio al Teatro Zandonai arrivano Ornella Muti e Naike Rivelli

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Dopo lo straordinario successo al Teatro Zandonai dove l’Orchestra Haydn ha debuttato con i concerti di Capodanno, diretta dal maestro austriaco Erich Polz in un festoso repertorio di Johann e Joseph Strauss eseguito impeccabilmente e premiato da applausi e  richieste di bis, la stagione teatrale di Rovereto proseguirà a metà gennaio.

In arrivo di una stella del cinema italiano: Ornella Muti che reciterà accanto alla figlia Naike Rivelli.

L’attrice sarà impegnata il 15 gennaio 2019 a Teatro Zandonai in un classico di Vitaliano Brancati: “La Governante“.

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La vicenda è imperniata su Caterina Leher, governante francese assunta in casa Platania.

Famiglia siciliana e borghese trapiantata a Roma il cui patriarca, Leopoldo, ha sacrificato la vita di una figlia, morta suicida, ai pregiudizi della sua morale.

Caterina è calvinista e viene considerata da tutti un modello d’integrità. Vive perciò segretamente la propria omosessualità, una «colpa» cui si aggiunge quella di aver attribuito a una giovane cameriera dei Platania le proprie tendenze, causandone il licenziamento.

Caterina si sente responsabile della morte della ragazza, coinvolta in un incidente mentre tornava al Sud: un peccato che la governante deciderà di espiare con il suicidio.

Questa commedia fu scritta nel 1952 e subito censurata. La scusa era quella del tema – allora molto scottante – dell’omosessualità, anche se Vitaliano Brancati sosteneva che «la sostanza della vicenda è più la calunnia che l’amore fra le due donne».

Ma sullo sfondo di un complesso discorso sull’etica e sulla responsabilità individuale, il testo è pieno di accenti polemici contro l’ipocrisia dei benpensanti cattolici, il filocomunismo borghese, i principi della Sicilia baronale e contro la censura stessa.

Appuntamento il 15 gennaio con Ornella Muti, Enrico Guarnieri, Nadia De Luca, Rosario Marco Amato Caterina Milicchio, Tulio Giordano, Naike Rivelli, Rosario Minardi, per la regia di Guglielmo Ferro.

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Spettacolo

Al teatro sociale piccoli crimini coniugali: Placido, Bonaiuto e la guerra del matrimonio

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Michele Placido ritorna al teatro Sociale di Trento con Piccoli crimini coniugali del franco-belga Éric-Emmanuel Schmitt (2003), un atto unico di cui è anche regista e adattatore.

Lo affianca Anna Bonaiuto, con cui ha spesso collaborato. Sono già stati marito e moglie in Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara, del 1993.

La rappresentazione è introdotta da un’altra allegra incursione di Emit Flesti (Alessio Dalla Costa, Annalisa Morsella e Massimo Rizzante), nei loro ruoli della coppia dagli interessi divergenti che coinvolge uno spettatore intellettuale nei suoi litigi.

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Considerato il tema di quanto seguirà, la combinazione è parecchio azzeccata; peccato che i molti ritardatari tra il pubblico (cosa insolita al Sociale) inizialmente non abbiano compreso che la serata era effettivamente cominciata.

La storia: il giallista Marco (Placido) è ricondotto a casa dalla moglie Lisa (Bonaiuto) dopo un periodo trascorso in ospedale.

In seguito a un incidente domestico Marco ha perso la memoria, e professa di non essere neppure sicuro che la donna sia effettivamente sua moglie.

Il primo terzo di Piccoli crimini coniugali è il più brillante, ricco di battute scambiate mentre Lisa si sforza di rievocare a beneficio del marito l’uomo che era stato prima dell’amnesia. Tuttavia Marco ha un dubbio: ora che lui non ricorda nulla di lei e della loro vita, Lisa è sicura di volerlo ancora accanto?

Ma quale donna non vorrebbe al suo fianco un uomo come il perduto Marco Franciosi? Fedelissimo, pressoché sempre a casa, amante di dannunziano vigore. Nonché pittore a tempo perso! E amante delle sale da tè! E dello shopping, anche e soprattutto nei negozi di scarpe per signora!

Un testo per due personaggi alle prese con una crisi coniugale è necessariamente letterario e il recensore sente la responsabilità di nascondere quanto più del contenuto possibile, ma dal precedente paragrafo si intuirà forse che Lisa ha inteso cogliere l’opportunità della perdita di memoria del marito per tentare di ricostruirlo in termini più di suo gusto.

Lei stessa lo ammette, una volta accertato che l’amnesia di Marco era già svanita prima ancora che quegli lasciasse l’ospedale.

Data così la stura alle reciproche lamentele, aperto il varco dei sospetti e dei rancori accumulati in una convivenza pluridecennale, Marco e Lisa si confrontano apertamente, alternando attacco e difesa, accuse e scuse, timori della fine della loro unione con grandi proclami di lealtà e affetto imperituri.

La chiave sta in Piccoli crimini coniugali, che nel testo è il titolo del libro di Marco che ha avuto meno successo – l’unico dedicato alla moglie.

Ivi lo scrittore aveva esposto la sua cinica visione del matrimonio, per cui lo scopo delle unioni sarebbe l’annientamento del coniuge e di sé stessi, e chi vada a assistere a sponsali si dovrebbe realisticamente chiedere quale dei due sposini cadrà per primo.

(Apparentemente lanciarsi in affermazioni apodittiche assumendo pose pseudo-esistenzialiste è ormai una sorta di stereotipo di chiunque prenda una penna in mano in Francia.)

Estratti dal volume, a più riprese brandito dalla signora, hanno fatto presa sulle sue paure più recondite, risultando in esiti di crescente, progressiva irrazionalità.

All’altro capo Marco, che si gioca l’effettivo stato delle sue facoltà come una mano di carte con cui pungolare la moglie, cercando di manipolarne le reazioni e di carpirne i segreti più intimi.

Michele Placido offre una prova d’interprete sottile e composta: il suo personaggio sta trattando una sera chiave della sua vita come se stesse giocando a poker (il tutto fingendo di non riconoscere la propria casa), e come tale l’attore pugliese si mantiene costantemente rigido e in controllo della sua persona, solo occasionalmente lasciando trasparire il tormento che lo lacera dalla sera dell’incidente.

Altrettanto credibile è la Lisa di Anna Bonaiuto, inizialmente del tutto a suo agio nella casa in cui si muove con piena naturalezza, poi (grazie anche ad una bottiglia da lei lentamente svuotata) sempre meno disinvolta, a tratti sprofondata in una poltrona, a tratti esplodendo in accuse veementi al coniuge.

La scena, di Gianluca Amodio, riproduce l’interno dell’appartamento dei protagonisti, dominato da grigio e bianco. Gli elementi che offre – la scala della caduta, un tavolo, librerie, divani e poltrone – offrono al ristretto cast sufficienti opportunità di interagire con il loro ambiente abituale.

Emit Flesti, prima che si aprisse il sipario, aveva definito Piccoli crimini coniugali una commedia. Mah.

Ci sono, soprattutto all’inizio, molte buone punzecchiature come da tradizione per le coppie del teatro; c’è una gustosa rievocazione del primo incontro tra i futuri coniugi, ma il tono si fa sempre più serio e il dramma si mangia il comico.

Al termine dello spettacolo risulta che forse un drastico confronto tra Marco e Lisa, capace di rimuovere i sospetti reciproci e le idee incrostate da anni sui sentimenti del partner, era la crisi necessaria a rimuovere in buona dose le ruggini tra i due.

Ma questo ne fa una commedia? Lasciando il teatro ho superato due signore, ed una stava commentando che dopotutto preferiva le commedie in dialetto, dove si ride di più.

Piccoli crimini coniugali è un dramma familiare, con scrittura di classe e due interpreti totalmente all’altezza del loro nome, che punta lo sguardo sulle conseguenze dei silenzi e della sfiducia reciproca nel ménage di coppia. Uno spettacolo serio, in cui è facile riconoscere elementi del proprio vissuto.

Bonaiuto e Placido incontreranno il pubblico al teatro Sociale alle 17 e 30 di venerdì; lo spettacolo va in replica venerdì 22 e sabato 23 marzo alle 20 e 30 e ancora domenica 24 alle 16. La rappresentazione si è conclusa alle 22 e 5.

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Arte e Cultura

Oggi è la giornata mondiale della poesia e della libroterapia

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Oggi non è solo il primo giorno di Primavera, ma è anche l’anniversario della giornata mondiale della poesia istituita dall’Unesco ormai trent’anni fa.

Come si definisce la parola poesia?

Il termine deriva dal greco e significa creazione.

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Si definisce come quella forma d’arte che, con la scelta di parole e di una determinata metrica, crea versi che hanno il potere di trasmettere concetti e stati d’animo in modo decisamente più potente rispetto ad altre forme di scrittura.

Facendo qualche giro in libreria si scopre che i poeti continuano a produrre, ma appena si scambia qualche parola con un venditore vieni a sapere che la poesia è poco richiesta, poco venduta.

Poi si prende un libro a caso o si cerca proprio quello di cui hai ascoltato la presentazione e dopo aver aperto a caso e letto qualche riga ci si accorge di entrare in un mondo quasi parallelo, in cui la sofferenza diventa arte e bellezza dove sembra di leggere parole che avresti voluto sempre sentire e che ti rasserenano.

Oggi giorno presi dalla fretta o meglio dalla frenesia della nostra vita ci dimentichiamo che il mal di testa che avviene quando siamo troppo stanchi e stressati può attenuarsi anche solo bevendo molta acqua o una buona tisana seduti in poltrona con un buon libro.

Ma quale può essere un buon libro?

Certamente dipende da persona a persona e dal momento della vita in cui ci troviamo, ma anche dal momento della giornata in cui siamo.

A volte si ha bisogno di entrare in un romanzo avventuroso a volte leggere una poesia o solamente qualche citazione.

Non importa quanto leggiamo o cosa leggiamo, ma è importante non smettere, perché è l’unico strumento che ci permette di fermarci, pensare alle parole lette, tornare indietro e di andare avanti per ridefinire il testo, per farcelo proprio e trasformarlo in qualcosa di veramente nostro e soprattutto nuovo.

In questa giornata dedicata alla Primavera e alla Poesia si vuole ricordare il libro di poesie “Nella città di formiche di luce” (Ed. Kolibris – 2018) della giovane poetessa ferrarese Silvia Belcastro.

Il libro è diviso in tre parti e consiste in un viaggio dell’autrice che parte da un mondo paragonabile all’inferno, arriva al purgatorio per giungere infine al paradiso. Belcastro ha la capacità di prendere per mano chi ha la fortuna di leggere questo libro breve costituito di poesie intense e che fanno riflettere sull’orrore di oggi che non è poi tanto diverso da quello di ieri.

L’autrice poi non si ferma davanti al dolore, ma guida i lettori verso la speranza indicando tra le righe una strada per la salvezza.

La letteratura, la poesia e l’arte possono entrare negli studi di psicoterapia e diventare strumenti di guarigione perché aiutano il paziente a pensare, a ritornare nel passato, a creare soluzioni per problematiche attuali e a progettare per il futuro.

Oggi aprendo Facebook ho trovato questa bellissima poesia d’amore di Silvia Belcastro e lascio entrare i lettori nel proprio mondo magico per trovare quella bellezza che sana ogni dolore.

Il seme alla primavera

Ora so che non ho scampo.

Ho cercato fino ad oggi

questa quiete, questo acquazzone

di speranza nella notte.

In verità non voglio sopravvivere

ai tuoi occhi, preferisco rinascere

domani.

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Spettacolo

È morto Mario Marenco, aveva 85 anni

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Marenco è morto oggi, domenica 17 marzo, a 85 anni, presso il Policlinico Agostino Gemelli di Roma dove era ricoverato.

Nato a Foggia nel 1933, viveva nella Capitale.

Celebri le sue interpretazioni come attore e umorista che hanno segnato tappe importanti nella storia della televisione italiana, quasi sempre al fianco di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni.

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Tra tutte, la più celebre resta “Riccardino” durante lo show televisivo “Indietro tutta”.

Dopo la laurea in architettura nel 1957, a Napoli, nel 1960 aprì il proprio atelier di architettura e design: lo Studio DEGW a Roma.

Il suo debutto televisivo risale agli inizi del 1970 quando con Cochi e Renato nel programma “Il buono e il cattivo” ma qualche anno prima aveva già dato prova del suo talento in un programma radiofonico “Alto gradimento” condotto da Arbore e Boncompagni.

Fu Mr Ramengo ne “L’altra domenica”, strampalato inviato che dopo ogni reportage urlava “Carmine!” e protagonista dei programmi Odeon e L’uovo e il cubo.

Negli anni ottanta partecipò a diverse trasmissioni televisive, tra cui Sotto le stelle dove si produsse nel Prof. Aristogitone e in diversi altri sketch, e Indietro tutta! dove interpretò il personaggio del bambino Riccardino.

 

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