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Benessere e Salute

Alfabetizzazione medica dei pazienti per rendere efficace la comunicazione con il dottore

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Capire fa bene alla salute, letteralmente. Comprendere quello che ci dice il medico o un altro operatore sanitario, leggere senza difficoltà di interpretazione la prescrizione di un farmaco o un depliant informativo, districarsi fra le tante informazioni che il web ci propone sulla salute significa evitare problemi facilmente intuibili e con i quali, prima o poi, siamo tutti costretti a confrontarci.

La Biblioteca comunale di Trento, la Fondazione Bruno Kessler – “FBK per la Salute” e l’Ordine dei Medici di Trento hanno elaborato un progetto proprio sulla cosiddetta health literacy, cioè sulla “competenza alfabetica funzionale” (alfabetizzazione) rivolta all’ambito medico-sanitario, per rendere la comunicazione più chiara, semplice e comprensibile a tutti, verificando che lo sia realmente.

La health literacy, nata negli Stati Uniti negli anni ’80, secondo la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità, rappresenta il grado di capacità degli individui di avere accesso, comprendere e utilizzare le informazioni con modalità utili a promuovere e a mantenere un buono stato di salute.

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Possedere una buona health literacy significa avere le competenze per comprendere la cura che viene proposta e per riconoscere i propri bisogni di salute, assumere un maggiore controllo sui fattori che incidono sulla salute, contribuire attivamente alle scelte terapeutiche, orientarsi nel sistema sanitario, adottare comportamenti salutari, come fare attività fisica e mangiare cibi sani.

Per contro, è probabile che le persone con una bassa health literacy accedano in misura minore ai servizi di prevenzione (come mammografie, pap test, vaccino antinfluenzale), abbiano poche conoscenze sulla propria salute e la gestione della malattia (ad esempio diabete, asma, ipertensione), abbiano minore capacità di comunicare i sintomi della malattia e di comprendere le spiegazioni del medico, abbiano maggiori difficoltà a leggere e capire le istruzioni delle medicine (i cosiddetti “bugiardini”), la loro funzione e i possibili effetti collaterali (dosaggi, calcoli su tempi e modalità), abbiano un ruolo passivo nel processo decisionale. Pensiamo solo, facendo un altro esempio, al paziente che deve firmare un consenso informato prima di un intervento chirurgico e, nell’occasione, deve capire le informazioni, valutare le controindicazioni, prendere decisioni importanti per la propria salute.

Negli ultimi anni la questione della cultura sanitaria della popolazione si è guadagnata sempre maggiore attenzione come sfida prioritaria in un mondo in cui la medicina si sta evolvendo a grande velocità, i sistemi sanitari diventano sempre più complessi, le possibilità di accesso alle informazioni sanitarie attraverso internet e in particolare ai social media sono praticamente illimitate. Questo pone nuovi e inediti problemi, che riguardano l’attendibilità delle informazioni sulla salute in rete e la pericolosa diffusione di teorie, cure, rimedi, mode che, pur non avendo il minimo fondamento scientifico, godono di ampia diffusione e credibilità. Diventa sempre più importante sapersi orientare fra informazione e disinformazione con atteggiamento attento e critico.

Alcuni studi sono in grado di evidenziare che una buona cultura sanitaria può incidere significativamente sul miglioramento della salute e del benessere del singolo cittadino. In particolare si stima che:

  • circa il 40% delle persone in età tra i 16 e i 65 anni non è in grado di comprendere e utilizzare appieno le informazioni sanitarie che vengono fornite dai media
  • i malati anziani con basso livello di cultura sanitaria hanno circa il doppio di probabilità di morire entro 5 anni rispetto ai pazienti con alto livello di cultura sanitaria
  • i pazienti con basso livello di cultura sanitaria hanno fino a 3 volte in più di probabilità di essere ospedalizzati e di dover accedere in emergenza in ospedale
  • i cittadini con basso livello di cultura sanitaria utilizzano di meno i servizi di prevenzione con ritardi diagnostici conseguenti
  • le conseguenze di salute derivanti da un basso livello di cultura sanitaria dei cittadini producono costi quantificabili nel 3-5% dell’intero budget del sistema sanitario.

Il progetto, che ha un’impronta fortemente culturale, va incontro in prima istanza alle esigenze del cittadino-paziente, avviando un percorso trasversale. L’idea che sta alla base della dichiarazione di intenti firmata oggi, che rimane aperta all’adesione di altri soggetti interessati, è quella di superare la settorialità, creando occasioni di confronto e di dialogo per far crescere nella comunità una nuova deontologia sociale.

Tre, in sintesi, gli obiettivi generali:

  • sostenere e sensibilizzare un’opinione pubblica informata, cioè in grado di accedere ai dati rilevanti per la formazione di decisioni relative alla propria salute (in riferimento alle politiche pubbliche, all’utilizzo di farmaci, alle tendenze prevalenti), di valutarne l’affidabilità, di esplorarne le possibili conseguenze e di comparare le informazioni
  • identificare e sperimentare possibili azioni che possono essere messe in campo per migliorare la health literacy della cittadinanza
  • supportare un approccio collaborativo e coordinato tra la biblioteca, le strutture locali di ricerca e formazione, il sistema sanitario locale per promuovere iniziative di miglioramento della health literacy.

Concretamente è stata predisposta una serie di strumenti da sperimentare nei prossimi mesi, a partire da un seminario pubblico che si terrà in biblioteca nel prossimo mese di marzo: corsi di formazione sulla consultazione di testi sanitari e sulla navigazione in siti dedicati, la costruzione di una bibliografia scientificamente validata che possa orientare il lettore verso testi verificati da esperti, modifica e scrittura di voci per arricchire le informazioni reperibili su Wikipedia, migliorare le modalità di lettura e interpretazione dei dati sanitari locali.

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SALUTE

Legionella: tempo scaduto, è necessario ottemperare alle normative per la prevenzione e il controllo

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Sono stati 2014 in Italia i casi di Legionella notificati dal registro nazionale solo nell’anno 2017.

Dei 2014 casi notificati, 239 casi (11,9%) avevano pernottato almeno una notte in luoghi diversi dall’abitazione abituale (alberghi, campeggi, navi, abitazioni private), 124 (6,2%) erano stati ricoverati in ospedale, 60 casi (3%) erano residenti in case di riposo per anziani o in residenze sanitarie assistenziali o strutture di riabilitazione, 11 casi (0,5%) avevano altri fattori di rischio (carceri, comunità chiuse).

Inoltre, 24 casi classificati come comunitari hanno riportato di aver frequentato piscine e 20 di aver ricevuto cure odontoiatriche.

Il 50,3% dei pazienti affetti da legionella presentava altre patologie concomitanti, prevalentemente di tipo cronico-degenerativo (diabete, ipertensione, broncopatia cronico-ostruttiva, 77,4%), neoplastico (15,5%), infettivo (2,4%), trapianti (1,1%) e altre patologie (1,8%).

L’esito della malattia è noto per il 36,8% dei pazienti; di questi, nell’87,3% dei casi è stata segnalata guarigione o miglioramento, mentre nel 12,7% dei casi il paziente è deceduto.

La letalità totale (calcolata sul totale dei casi per i quali è disponibile l’informazione sull’esito della malattia) è pari a 10,1%.

Considerando, invece, solo i casi di origine nosocomiale la letalità è pari al 51,1%.

Con la legionella non si scherza quindi ed è importante che gli impianti sanitari vengano sanificati nel modo giusto secondo le indicazioni del DVR (documento valutazione rischi)

Ma attenzione, non serve solo il documento valutazione rischi normale, ma una certificazione del relativo documento di autocontrollo solo per la legionella.

Cosa che purtroppo quasi nessuna struttura non ha disponibile.

Chiariamo subito che l’argomento è molto vasto e poco trattato a livello informativo. Almeno finché non sono cominciati i decessi.

Il fenomeno va affrontato in modo serio seguendo le linee guida nel decreto legislativo sulla sicurezza sul lavoro 81/2008.

Ci sono ancora molte persone che fingono di non vedere, oppure strutture vecchie ed obsolete che sono ad altissimo rischio per la salute delle persone e che possono trasformarsi in trappole mortali come successo in Trentino negli ultimi anni.

Le cronache purtroppo si sono sbizzarrite nel trattare i 19 casi di legionella scoperti in 14 strutture sull’altopiano della Paganella che hanno portato al decesso di tre persone.

Nessuna di queste strutture aveva il piano di valutazione rischi aggiornato, per questo due albergatori sono stati accusati di omicidio colposo dalla violazione delle norme di sicurezza del lavoro.

È più recente invece il caso di Pietro Ianeselli, l’imprenditore di Bosentino morto all’ospedale santa Chiara di Trento per la legionella contratta a quanto pare a casa.

I carabinieri dei NAS in questo contesto continuano a contrastare il fenomeno grazie ai continui controlli. Solo sue settimane fa sono stati sanzionati due albergatori dell’Alto Garda per la mancanza del DVR. Le sanzioni sono molto pesanti, ma cosa più importante qui è in gioco la vita delle persone.

Per questo il discorso gira intorno al cambiamento che va fatto a livello strutturale e di mentalità da parte degli imprenditori, siano artigiani, commercianti, imprenditori oppure enti istituzionali poco importa. Il problema infatti riguarda tutti indistintamente.

Viviamo in un ambiente dove gli impianti sono fondamentali, caldo, freddo e trattamento dell’aria, eppure in tutti questi anni non hanno mai avuto nessun tipo di manutenzione igienica. Un controsenso? Possiamo dire certamente di sì!

Uno dei problemi nasce da una lacuna operativa tra la società di pulizia e quella di manutenzione.

Sono poche le ditte che riescono ad integrare un’offerta di servizi di pulizia e di manutenzione igienica e sanificazione impianti.

Il concetto di sanificazione e pulizia degli impianti ad oggi culturalmente in Italia è totalmente insufficiente.

Un tempo si pensava che bastasse cambiare un filtro per risolvere la cosa.

In questi anni poi sono cominciate a nascere le problematiche all’interno degli impianti. Per questo ora c’è la forte necessità di separare quello che è l’attività di manutenzione igienica da quella di semplice pulizia/manutenzione meccanica.

Ci vuole un’azienda abilitata che pianifichi un programma di igiene sugli impianti: impianti legati al sistema idrico ed impianti aeraulici (impianti di trattamento dell’aria).

Il batterio della legionella ricordiamo che è un batterio ubiquitario che vive quindi già nell’ambiente. Il pericolo del batterio è la sua concentrazione e l’aerosolizzazione

Il batterio della legionella è infatti già presente negli impianti idrici, bisogna solo tenerlo sotto controllo.

Ma diventa estremamente pericoloso e spesso letale quando viene aerosolizzato perché entra subito nel nostro corpo interagendo subito con i nostri polmoni.

Le normative prodotte negli anni fanno riferimento a due accordi Stato – regioni e province autonome emanate dalla presidenza del consiglio dei ministri nel 2013 e nel maggio del 2015.

Il primo sancisce «la procedura operativa per la valutazione e gestione dei rischi correlati all’igiene degli impianti di trattamento dell’aria», il secondo (D.lgs. 81/08) invece traccia «le linee guida per la prevenzione per il controllo della legionella».

Dal punto di vista legislativo quindi non ci sono lacune e le regole sono ben chiare.

La stessa Provincia autonoma di Trento il 19 giugno 2019 ha invitato tutte le strutture scolastiche e formative provinciali, comprese le scuole paritarie e le scuole d’infanzia, a valutare e gestire il rischio biologico del gruppo 2 del decreto 81 che prevede appunto il controllo sul batterio della legionella.

Nel concreto sono 3 gli step che vanno seguiti per la sanificazione degli impianti e per l’aggiornamento del DVR che ricordiamo è obbligatorio:

Fase 1. La prima fase comprende uno studio approfondito degli impianti comprensivo di individuazione punti critici e di campionamenti per le successive analisi, effettuata da appositi tecnici appositamente formati che poi dovranno compilare il DVR (documento valutazione rischi) specifico per la legionella. Con i risultati dello studio e delle analisi viene redatto questo documento dove gli impianti della struttura vengono classificati in base al rischio (alto, medio o basso). Da questo momento quindi si può passare alla fase due dove vengono attivate le operazioni da effettuare e da registrare sul DVR.

Fase 2. Contenimento/abbattimento del batterio attraverso l’uso di prodotti e attrezzature tecnologiche specifiche sia sull’impianto idrico che sull’impianto aeraulico

Fase 3. Effettuazione di operazioni volte al mantenimento, sotto i limiti di legge, della concentrazione del batterio secondo le frequenze stabilite dallo stesso DVR.

Come detto le 3 fasi interessano qualsiasi impianto, sia quello idraulico che quello di condizionamento.

Alla fine sembrerebbe tutto molto facile, basterebbe seguire le direttive dei due accordi Stato – Regioni ma invece i decessi continuano, e a pagarne le salate spese penali ed economiche sono sempre gli imprenditori che non vogliono mettersi in regola una volta per tutte a fronte spesso di un investimento economico più che accessibile.

La maggior parte delle aziende sta correndo per mettersi in regola, specie quelli che negli ultimi 20 o 30 anni non ha mai effettuato nessuna manutenzione sulla propria struttura e che ora quindi sono a grande rischio.

I cambiamenti climatici dell’ultimo decennio poi hanno portato ancora di più a mettere sotto stress gli impianti.

Ci vogliono aziende affidabili e preparate con competenze speciali, quindi sconsigliamo vivamente il “fai da te” come le ricerche affannate su Google o peggio il contatto con aziende nate al momento solo per concorrere al business che poi lasciano lacune sulle certificazioni o peggio sono incompetenti.

Lo slogan in questo caso è il solito e tradizionale: «Spendere le risorse economiche giuste al posto giusto e con le tempistiche giuste»

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Benessere e Salute

L’eterno dilemma dell’aria condizionata. Fara bene o male?

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Tempo d’estate e tempo di aria condizionata che scatena i pro e i contro.

C’è chi la vuole a temperature sotto la metà di quelle esterne.

C’è chi si mette un giubbino perché ha freddo. C’è chi ne vorrebbe un utilizzo notte e giorno.

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Alla fine l’unica certezza è che i condizionatori dai quali sembra non se ne possa più fare a meno, danno un’impennata ai consumi di elettricità con ripercussioni pesanti sulle bollette: anche un +28%.

Per valutarne i pro e contro partiamo dall’utilizzo più comune: l’aria condizionata in macchina, con una premessa: è meglio viaggiare col fresco a bordo.

Il 72% degli automobilisti la considera un elemento fondamentale per viaggiare.

L’ideale è programmarla su una temperatura al massimo inferiore di 7 gradi, rispetto a quella esterna.

E’ consigliabile il suo utilizzo più per i lunghi viaggi, piuttosto che nelle tratte brevi ed il flusso d’aria non dev’essere mai indirizzato su viso e corpo, per evitare malattia da raffreddamento o da colpi d’aria.

I filtri vanno tenuti costantemente puliti, se no proiettano nell’abitacolo pulviscolo e batteri.

Cosa si deve fare in caso di partenza dopo che la macchina è rimasta ferma al sole?

L’ideale sarebbe lasciare aperte le portiere per una trentina di secondi, poi azionare le ventole e solo successivamente l’aria condizionata.

Calcoliamo che mettersi alla guida in un abitacolo dove la temperatura supera i 35 gradi ha gli stessi effetti di guidare con un tasso alcolico pari allo 0,50.

Un discorso a parte per gli anziani.

Da una parte l’aria può essere un aiuto perché evita un’eccessiva vasolatazione, in quanto spesso sono ipertesi, assumono farmaci e col caldo la pressione tende ad abbassarsi.

Dall’altra però gli anziani hanno tendenzialmente le mucose asciutte e se l’aria non è ben dosata possono incorrere, alla pari dei bambini, in forme di irritazioni delle vie respiratorie.

Infine l’ utilizzo notturno.

Più che aria condizionata è meglio la modalità deumidificatore; anche perché se l’ideale sono i 7 gradi in meno rispetto alla temperatura esterna, di notte si abbassa ed è impossibile mantenere il rapporto.

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Benessere e Salute

Quali parti del cocomero sono commestibili?

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Il cocomero appartiene alla famiglia delle Cucurbitacee e – benché possa raggiungere un peso di 15 kg – è un frutto a bacca.

Come è noto, la polpa del cocomero è molto succosa e povera di calorie – circa il 95% è costituito da acqua – e ha un sapore delizioso, particolarmente quando fa molto caldo.

“Non tutti sanno, invece, che anche la buccia e i semi sono commestibili, e che anzi essi contengono sostanze nutritive preziose” fa notare Silke Raffeiner, nutrizionista presso il Centro Tutela Consumatori Utenti dell’Alto Adige.

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Nella buccia si trovano fibre, vitamina C e vitamine B, mentre i semi possiedono un prezioso apporto di grassi insaturi, vitamine e minerali, tra cui magnesio.

La buccia, però, non ha un sapore dolce, bensì ricorda piuttosto quello del cetriolo. Per questo motivo è indicata come ingrediente per le insalate: si pela lo strato verde esterno con uno sbucciapatate e si taglia la parte bianca in piccoli cubetti. La buccia del cocomero può anche essere cotta come conserva in agro-dolce.

I semi del cocomero vanno masticati o sminuzzati. “Ingerendoli senza masticarli, infatti, il corpo non può sfruttare le sostanze nutritive che vi sono contenute” spiega Silke Raffeiner.

In altri paesi i semi del cocomero vengono arrostiti in padella, insaporiti con un po’ di sale e sgranocchiati da soli o cosparsi su insalate o zuppe.

I semi essiccati possono essere utilizzati anche nella preparazione di pane o dolci. Una volta tagliato, il cocomero va conservato nel frigorifero e consumato entro tre giorni.

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