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Spettacolo

«Tempo di Chet» al teatro Sociale: la forza centripeta dell’abisso

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Ancora per tre giorni, fino a domenica, al teatro Sociale si rappresenta Tempo di Chet – la versione di Chet Baker, scritto da Leo Muscato e Paola Perini e prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano.

Si tratta di un atto unico, la cui peculiarità è di essere accompagnato dal vivo da un trio jazz composto dal luminare Paolo Fresu (tromba e flicorno), Dino Rubino (piano) e Marco Bardoscia (contrabbasso).

Paolo Fresu ha dimostrato più e più volte il suo legame con Baker: già nel 2001 aveva inciso (con Rava, Bollani ed altri) un bell’album tributo all’artista statunitense, Shades of Chet, e più recentemente, nel 2014, ha fornito il testo per accompagnare le foto prese da Luciano Viti in Chet & Miles (Davis, ovviamente).

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Il testo ricostruisce la complicata esistenza del trombettista e cantante, dall’infanzia sino alla drammatica conclusione ad Amsterdam, nel 1988, in scene che ne tratteggiano le vicissitudini e circostanze connesse quando utile dalle narrazioni degli altri personaggi.

A profondere vita all’ombra di Baker è Alessandro Averone, che si muove con misura per tutta la scena, laddove richiesto dalla circostanza barcollando lievemente in preda agli umori ed alle sostanze che agitavano il suo personaggio.

Attorno a lui altri sette attori in molteplici ruoli: Rufin Doh, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Graziano Piazza, Mauro Parrinello e Laura Pozone incarnano alla bisogna i genitori, i colleghi, gli amici.

Dirige questa completa fusione di tempi ed elementi il regista Leo Muscato.

La vicenda si dipana in senso cronologico, ma al contempo avviene in uno spazio interamente mentale: ben presto vien fatto capire che tutto quanto è già avvenuto e lo stesso protagonista è già scomparso – o tutt’al più la sta rivivendo nei suoi estremi momenti.

Le date non sono essenziali ed infatti non vengono fornite, ma vogliamo qui provare a proporne qualcuna per chi fosse interessato: infanzia nel 1939, periodo militare nel 1948, il sodalizio con Gerry Mulligan (’52-’53), un lungo tour europeo con tra altri il pianista Dick Twardzik finito in tragedia (’55-’56), i travagliati soggiorni in Europa ed il terzo matrimonio (1965), la perdita dei denti nel 1966, Il lento ritorno alle scene e la fine nel 1988.

E su tutto la crescente influenza dell’eroina, il crollo della reputazione causato dalla conseguente inaffidabilità (eccessiva perfino per un jazzista), la crisi di popolarità che ha colpito il jazz moderno.

Dalla chiave proposta dalla rappresentazione e da quanto ho letto per prepararmi alla serata, si potrebbe dire che Chet Baker aveva principalmente un problema: era nato per essere un’anima persa.

Il talento cristallino per la musica e l’aspetto di un modello lo portarono sempre più in alto finché non fu chiamato a fare uno sforzo per mantenere la sua vita sotto controllo, ma si dimostrò troppo fragile ed esitante per riuscirvi.

Baker non fu un trombettista virtuoso, un Dizzy Gilllespie: il suo fascino risiede nell’interpretazione, nell’espressione che sapeva trasmettere al suo pubblico.

Ed interrogandosi sull’apparente contrasto tra una vita caotica ed una musica misurata e cristallina, Fresu si chiede “come mai la complessità dell’uomo ed il suo apparente disordine (conflittuale?) abbiano potuto esprimersi in musica attraverso un rigore formale così logico e preciso”.

Impossibile a stabilirsi ormai, ma forse questo contrasto spiega perché un uomo che viveva la vita come una foglia in balia dei venti fosse tanto spasmodicamente attaccato alla musica: perché era l’unica zona della sua esistenza che sapesse in effetti dirigere, ove sentisse di poter essere un sé stesso scevro da quelle che sapeva crudelmente bene essere le sue mancanze.

In un momento del dramma si menziona Kierkegaard, il quale definì il poeta “un uomo infelice, che nel cuore cela profonda sofferenza, ma le cui labbra sono formate in un modo tale da far sì che appena sospiri e lamenti vi passino attraverso, prendano il suono di splendida musica”.

La scenografia di Andrea Belli è un versatile impianto con più livelli e porte, capace grazie a giochi di luce (di Alessandro Verazzi) di diventare vuoi un locale notturno (habitat naturale dei jazzisti), vuoi una scena urbana, vuoi un puro spazio mentale, il tutto lasciando un palcoscenico nel palcoscenico per i musicisti.

Il folto pubblico, tra cui chiaramente ben rappresentati gli amanti della musica, ha applaudito con calore, alcune volte al termine di momenti musicali, ma forse non quanto avrebbe voluto: Muscato, Fresu e tutta la produzione erano presenti per omaggiare il jazz, il ritmo non poteva interrompersi.

Lo affermo perché in una circostanza ho visto un attore entrare in scena durante un applauso e rivolgersi verso la sala con un piccolo gesto che invitava alla calma: come ad un concerto di musica classica, l’idea era che gli applausi fossero da tenersi per la conclusione.

Ah sì, la musica: lo spettacolo ne trabocca, è il caso di dirlo, nel testo e concretamente.

Chiunque apprezzi il jazz moderno ne sarà entusiasta, come promesso dalla statura del trio schierato per l’occasione.

Il dramma in sé (perché di dramma si tratta: un paio di battute qui e là ed il ritmo del dialogo non cambiano il tono serio del materiale) sarà d’interesse per chi ama le biografie o le storie vere: la droga e la marginalità escludono categoricamente che la serata sia leggera – questa non vuol essere una critica, tanto più che molte storie classiche, ed altrettante vite interessanti, sono del medesimo tenore.

Come da qualche parte nel mondo si sta rappresentando Re Lear, così si continuano a rivisitare le vite dei grandi anche quando il viaggio è arduo e la fine malinconica; per rimanere nel campo di Tempo di Chet, la vita di Charlie Parker raccontata da Clint Eastwood in Bird rimane forse il miglior film mai prodotto sul jazz e credo che un buon numero dei presenti stasera e le prossime sere sarà spinto ad esplorare filmati, incisioni, biografie e documentari su Chet Baker.

Il materiale è abbondante.

Paolo Fresu ed il cast di Tempo di Chet incontreranno il pubblico al teatro Sociale alle 17 e trenta di venerdì; Chet sarà nuovamente in scena venerdì 7 e sabato 8 dicembre alle venti e trenta ed ancora domenica 9 dicembre alle sedici. La rappresentazione si è conclusa alle dieci e quarantacinque.

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Spettacolo

Presentata a palazzo delle Albere la rassegna cinematografica «La Rampa»

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Proseguono le attività culturali legate alla mostra Cartel Cubano, 60 anni di grafica rivoluzionaria, che, ospitata a Palazzo delle Albere fino al prossimo 24 marzo, sta ottenendo un grande successo di pubblico e critica.

Da lunedì 21 gennaio infatti parte la rassegna cinematografica “La Rampa”, dal nome di una storica sala cinematografica de L’Avana, che offrirà al pubblico trentino un ciclo di otto serate per scoprire ed approfondire attraverso il cinema la grande storia della Cuba rivoluzionaria e le piccole storie degli individui che ne hanno vissuto fortune e fatiche.

Una pluralità di voci per esplorare temi, tempi e stili cinematografici differenti, per comporre un mosaico di esperienze e prospettive diverse da cui trarre un’immagine composita della storia recente dell’isola di Cuba, dai grandi classici del cinema post-rivoluzione a piccoli film recenti, opere più note e piccole produzioni, finzione e documentari, lungometraggi di registi affermati e corti di giovani autori emergenti.

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I temi toccati saranno molteplici, dall’ambito culturale a quello religioso, dalla politica alla storia fino alla società, analizzati attraverso una serie di film di caratura internazionale e da momenti di confronto, dialogo ed approfondimento con ospiti in sala prima e dopo le proiezioni.

Si comincia lunedì prossimo alle ore 20.00 con “Shakespeare in Havana”, pellicola del 2010 di David Riondino incentrata sulla particolare arte del Punto Cubano, l’improvvisazione poetica tipica dell’isola caraibica considerata Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco, seguita da “Mappa provvisoria dell’isola misteriosa”, un catalogo di curiosità, sguardi fugaci e stramberie di Cuba curato sempre da David Riondino nel 1997, quindi durante il “Periodo especial”, per la ONG Terres des Hommes.

Prima e dopo la visione dei film ci sarà tempo per un paio di momenti di dialogo con il regista, presente in sala. Il poeta, attore e regista fiorentino introdurrà infatti il film concedendosi anche alle curiosità dei presenti, oltre che alle domande di Guido Laino, curatore della rassegna, e di Adriano Cataldo, poeta ed ispiratore del movimento del Trento Poetry Slam.

La rassegna cinematografica “La Rampa”, organizzata dall’associazione Filorosso onlus, in collaborazione con l’Opera Universitaria di Trento, la Circoscrizione Oltrefersina, il circolo di Trento dell’associazione italiana di amicizia Italia-Cuba e le associazioni studentesche Sanbaradio, Udu Trento, L’Universitario e Aiesec, andrà in scena per le prime 5 serate al Teatro Sanbàpolis e quindi si trasferirà a Palazzo delle Albere per le serate del mese di marzo. Tutte le proiezioni saranno ad ingresso gratuito e corredate da un momento di brindisi e spuntino.

Venendo al cartellone, dopo “Shakespeare in Havana” sarà la volta di “Cuba and the Cameraman”, del giornalista statunitense John Alpert, in programma il 28 gennaio, che sarà arricchito da un approfondimento sul giornalismo internazionale assieme al giornalista Rai Raffaele Crocco; quindi “7 giorni all’Havana”, film collettivo del 2012 a firma Del Toro, Trapero, Médem, Suleiman, Noé, Tabío e Cantet, il 4 febbraio, legato ad un incontro sul tema del turismo sostenibile, con un parallelo tra la realtà turistica cubana e quella trentina.

L’11 febbraio poi sarà la volta di “Fragola e cioccolato”, film del 1994 per la regia di Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabío, seguito dal corto di David Cordon “La vida es un tango”; il 28 febbraio vedremo “Memorias del subdesarrollo”, sempre di Gutiérrez Alea, il corto “Olvidate de eso”, di Manuel Marini, ed a margine della serata saranno presentati i numerosi progetti di scambio e volontariato internazionale portati avanti in America Latina dall’associazione Aiesec.

A marzo come detto si prosegue a Palazzo delle Albere con “Santeros” di Marco Lutzu, che sarà presente alla proiezione lunedì 4; “El Último País”, di Gretel Marin l’11 marzo assieme al corto di Rebeca Sasse dal titolo “Yo quería hacer una película sobre el turismo” sarà invece introdotto da un approfondimento a cura di Udu Trento; infine la rassegna si concluderà il 18 marzo con “Soy Cuba”, capolavoro del 1964 di Mikhail Kalatozov, che sarà preceduto dalla presentazione del libro “Yo soy Fidel”, di Barbara Tutino, figlia dello storico inviato all’Avana Saverio Tutino.

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Spettacolo

Cecilia Rodriguez e Ignazio Moser presto genitori e sposi

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Cecilia Rodriguez e Ignazio Moser sono una delle coppie più chiacchierate del gossip.

Erano in molti a non credere nella loro relazione e, invece, la sorella di Belen e l’ex ciclista hanno sorpreso tutti.

E, ora, iniziano a pensare anche ad un bebè.

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Intervistati da Gente, i due hanno parlato della loro love story, hanno detto che le nozze – per il momento – non sono tra le priorità.

Ma, quando si parla di bebè, la loro opinione cambia: “A un bambino ci pensiamo spesso, ne discutiamo, lo immaginiamo”, hanno svelato a Gente.

Cecilia Rodriguez svela anche che all’inizio, non era molto piaciuta alla famiglia di Ignazio, ma con il tempo le cose sono cambiate drasticamente: “Sono molto discreti e il fatto che Cecilia arrivi da una realtà che sembra essere l’opposto dalla nostra forse li spaventava, ma oggi a casa mia tutti l’adorano. Li ha conquistati con la sua semplicità“.“ – gli aveva confidato il fidanzato Ignazio

La Rodriguez è innamoratissima del suo Moser e quindi dopo aver messo al mondo un figlio si sposerà con il suo amato

Per il secondo Natale passato insieme Ignazio ha regalato un meraviglioso anello a Cecilia.

E se, dopo il piccolo Moser, arriverà anche il matrimonio è certo che ha celebrarlo sarà padre Claudio, missionario francescano in Canada, zio di Ignazio e fratello di Francesco Moser.

 

 

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Spettacolo

Cinema, «Vice – l’uomo nell’ombra»: io oso tutto quello che s’addice a un uomo

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È uscita ieri in Italia, a Trento in programma al cinema Astra, una biografia del politico americano Dick Cheney, intitolata Vice (in Italia si è aggiunto il sottotitolo l’uomo nell’ombra) e diretta da Adam McKay.

Christian Bale dà corpo (per la parte è ingrassato moltissimo) al protagonista, Amy Adams a sua moglie, Steve Carell al mentore Donald Rumsfeld.

Come da attendersi, la storia segue le vicende del ben noto vicepresidente, dalla giovinezza come alcolista cacciato dall’università a eminenza grigia responsabile della risposta statunitense all’undici settembre.

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Il film è in effetti una commedia drammatica: l’argomento è certamente serio e il film non fa mistero di considerare Cheney un eroe negativo (nella scena del trapianto cardiaco la cinepresa inquadra con insistenza il torace vuoto del nostro, suggerendo che si tratti di un uomo senza cuore), ma la narrazione riserva grande spazio all’umorismo e a metafore visive che elevano il film da un qualsiasi biopic televisivo.

Un esempio: nella sequenza in cui George W. Bush (Sam Rockwell, ottimo) discute la possibile vicepresidenza con Cheney – potete vederne parte nel trailer – compaiono durante le parole del secondo inquadrature di pesca, per indicare che Bush sta abboccando all’amo (la pesca è uno dei suoi passatempi preferiti).

Sulla carta sembrerà di poco impatto per un film incentrato sugli intrighi del potere e con picchi drammatici legati ad Al Qaeda ed alla seconda guerra in Iraq; tuttavia il film è candidato al Golden Globe come miglior film commedia (anche Bale, Adams e Rockwell sono candidati come miglior protagonista e non protagonisti comici; la regia, categoria unica, vede in gara anche McKay).

Gli sforzi della regia per evitare il piattume televisivo sono uno dei punti di forza di Vice.

Da quanto sopra si capirà che un cast molto forte è l’altro: Bale annulla molto del suo carisma personale per rendere il lieve grigiore di un politico sempre troppo poco in vista per l’elettorato che si trasforma in un burattinaio appena dietro le porte del potere.

 

Steve Carell dimostra di non avere perso il tocco per interpretare un capo temibile tanto utilizzato in The Office: il suo Rumsfeld è un superfalco spietato e imperioso.

Rockwell è ottimo nel tratteggiare il giovane Bush, ormai canonizzato da Hollywood come un presidente manipolabile ed in genere in balia degli eventi.

Su tutti i comprimari svetta Amy Adams, che come un’autentica donna nell’ombra mostra (nei limiti permessi dalle due ore del film) più determinazione ed energia del consorte, trattenuta nelle sue ambizioni solo dal fatto di essere donna.

In una scena (immaginaria) di Vice i personaggi principali (Dick Cheney e signora) iniziano a imitare lo stile di Shakespeare, invitando gli spettatori ad accostare la dinamica coniugale del Macbeth a quella dei Cheney.

Adams è però un’attrice cui l’amabilità riesce naturale, conferendo alla sua Lynne un’aura di costante piacevolezza e prendendosi la scena appena il materiale lo consente.

Detto questo, ci sono alcuni punti del film che sembrano discutibili.

Il più evidente è paradossalmente proprio lo stile: le evasioni dalla realtà, le metafore visive, i falsi titoli di coda a metà film sorprendono e tengono desta l’attenzione, ma forse spingono una narrazione già apertamente di parte nella direzione del libello d’accusa caro a Michael Moore.

Parimenti, la voce narrante del film è affidata a un personaggio che rimane misterioso fino al momento in cui entra nella narrazione.

Non desidero rivelare la sorpresa, ma dopo la sequenza di cui scrivo non ho potuto non pensare che l’intera idea sia servita unicamente per accusare di mancanza di savoir-faire un personaggio cui il film imputa, tra il resto, la guerra in Iraq, la nascita dell’Isis e gli orrori di Guantanamo.

Se Cheney conoscesse il nostro Andreotti, avrebbe potuto citarlo: “A parte le guerre puniche, mi viene attribuito davvero di tutto”.

Al netto, Vice rimane un buon film, coraggioso nelle sue opinioni, ben realizzato e ancor meglio interpretato.

Purché non si commetta il facile errore di scambiare i film per lezioni di storia, di certo può fornire spunti di discussione e riflessione sula natura del potere e degli uomini che lo perseguono.

Vice – L’uomo nell’ombra è in programmazione al cinema Astra fino all’otto gennaio; fino a domenica alle sedici e alle ventuno, lunedì e martedì soltanto alle ventuno.

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