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La Sfera e lo Spillo

I 13 volti del Monza di Galliani e Berlusconi

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L’inizio è in salita, ma la città ringrazia Adriano Galliani e Silvio Berlusconi per il “sogno romantico”.

Sebbene la tifoseria non dimentica il lavoro rigoroso svolto dalla precedente gestione capitanata dall’attuale presidente Nicola Colombo, è galvanizzata dalle nuove e rinnovate ambizioni.

Il cammino è partito sotto le buone stelle: 3 vittorie nei primi 3 incontri disputati. Paradossalmente, l’insediamento del nuovo board destabilizza la truppa sul green.

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Il cambio societario, avvenuto con una trattativa lampo, a stagione in corso e mercato chiuso, alimenta perplessità e stupore.

In attesa di Gennaio, le operazioni di calciomercato possibili e consentite sono quelle con giocatori svincolati.

L’avvicendamento nella stanza dei bottoni, invece di conferire sicurezza e tranquillità, appare una zavorra psicologica.

Una squadra di provincia, costruita con oculatezza per insediare i posti nobili della classifica, ma non per vincere in carrozza il girone, finisce sulle prime pagine dei quotidiani nazionali.

Il peso sembra eccessivo, un fardello incombente; l’ambiente perde serenità e misura.

Si celebra la prima sconfitta (seppur ridotti in 10 uomini) a Ravenna in seguito 2 pareggi sfortunati a San Benedetto del Tronto e Triestina, tra le mura amiche.

S’inserisce nell’organico un giocatore d’indubbio valore per la categoria: Simone Iocolano.

La trasferta di Vicenza è il vero campanello d’allarme. Nel catino del Menti i Bagaj sono schiacciati nel gioco e nel temperamento.

I 90 minuti contro il Teramo costano la panchina a mister Zaffaroni. Biancorossi ridotti ancora una volta in 10 uomini e match gettato alle ortiche senza ardore e personalità.

Si decide, suscitando talune perplessità, il cambio della cloche esonerando Marco Zaffaroni.

Il tecnico, ex giocatore del Monza (2004-2008), riporta i biancorossi nel professionismo (dalla serie D), vince uno scudetto Dilettanti (2016-2017), 4° posto (dietro a Livorno, Robur Siena, Pisa) e accesso alla fase dei playoff (2017-2018). Zaffaroni è forse un uomo poco mediatico, ma serio e decisamente preparato.

La squadra sviluppa un gioco compassato e bloccato, fatto di possesso palla, serrando con astuzia i reparti, misurando l’equilibrio, sfruttando l’estro di D’Errico.

Si accantona frettolosamente un progetto biennale rodato e si sceglie il cambiamento, dimenticando, come spesso succede, la riconoscenza e la gratitudine.

Il tecnico predestinato (sin da Settembre) è Cristian Brocchi. Seguita la trafila alla corte di Milanello (Allievi e Primavera), approda alla Prima squadra, poi Brescia (serie B) e assistente di Fabio Capello allo Jangsu Suning.

La filosofia dell’ex milanista è diversa dal suo predecessore: predilige una squadra più muscolare, veloce nelle ripartenze sfruttando le corsie laterali.

La prima vittoria di Brocchi si gioca a Fano, poi le scoppole che ridimensionano, con Ternana e Pordenone, nel mezzo, il pareggio di Pesaro.

Ancora un colpo di scena: si cambia il portiere. Arriva lo svincolato Enrico Guarna; prepara i bagagli Luca Liverani.

Infine, il pareggio casalingo (ancora in 10 uomini) contro l’Imolese che rischia di mettersi in carniere l’intera posta in palio al Brianteo.

I titoli di coda per Zaffaroni sono già scritti e paga un tributo eccessivo. Brocchi può ancora giocare le sue carte, sostenuto e puntellato dalla proprietà.

A gennaio riapre il mercato, ma le squadre si costruiscono in primavera.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

 

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La Sfera e lo Spillo

Vecchie glorie: a cena con Ivano Bordon e Alessandro Scanziani

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“Di lui piacciono le grandi risorse acrobatiche, la classicità dello stile, la compostezza che ne governa gli atteggiamenti fuori dal campo.”

Citiamo con pudore il leggendario Sandro Ciotti, quando descriveva sul Guerin Sportivo, nell’aprile del 1978, le qualità umane e sportive di Ivano Bordon.

Sono passati ben 41 anni dal “racconto poetico” del giornalista romano, scritto con soave maestria; pagine di storie di calcio sontuose, che tutti gli appassionati dovrebbero rileggere.

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Una sera di marzo, frizzante e briosa, incontriamo in un ristorante a due passi dal Regio Parco di Monza l’ex portiere Ivano Bordon e l’amico Alessandro Scanziani.

Un meeting organizzato con il contributo indispensabile dell’ex capitano doriano. Vi è una amicizia profonda, una stima reciproca che lega Bordon con Scanziani, germogliata ai tempi dell’esperienze interiste.

Narrare la vita dello spogliatoio significa tornare indietro nel tempo, ricordando con affetto i legami, i successi, le sconfitte e le incomprensioni.

La saracinesca di Appiano Gentile è solitamente timida e introversa con i cronisti, ma alquanto cortese nella circostanza e nella vita quotidiana.

Insieme, il veneziano e il brianzolo vincono, con la casacca dei “Bauscia”, la Coppa Italia (stagione 1977-1978) targata Eugenio Bersellini.

Il rapporto schietto e sincero si è poi fortificato nel triennio doriano, tra il 1983-1986, ai piedi della Lanterna.

Sono compagni di squadra a Genova e vincono la prima storica Coppa Italia con l’ambiziosa Sampdoria (1984-1985) del compianto Paolo Mantovani.

Con la maglia nerazzurra il portiere veneto vince 2 Scudetti e 3 Coppe Nazionali. Nelle giovanili della Beneamata trionfa nel Torneo di Viareggio del 1971. Rimane imbattuto per 686 minuti nella stagione 1979-1980, l’anno del tredicesimo Tricolore.

Ivano Bordon nasce a Venezia, il 13 aprile del 1951 (domani spegne 68 candeline). Scoperto da Elio Borsetto quando militava nella Juventina Marghera, a quindici anni lascia la sua Marghera per trasferirsi nel capoluogo lombardo.

I due interlocutori rammentano con un complice sorriso quando Sandro Mazzola conferisce l’appellativo di “Pallottola” a Bordon per i suoi riflessi tra i pali, eccezionali e fuori dal comune. Nella squadra del Biscione, Ivano raccoglie la pesante eredità di Lido Vieri, il portiere di Piombino.

Debutta nella Nazionale italiana nel 1978 sotto la guida di Enzo Bearzot. Colleziona 22 presenze con la giubba azzurra, subendo 20 reti.

In Nazionale partecipa alla spedizione del Mondiale del 1978 (terzo portiere alle spalle di Dino Zoff e Paolo Conti) e all’Europeo del 1980.

Ivano Bordon è Campione del Mondo nel 1982, secondo portiere all’ombra di Zoff.

Dopo aver appeso i guantoni al chiodo diventa preparatore dei portieri per Udinese, Juventus, Inter e della Nazionale italiana. Segue Marcello Lippi nel suo periodo d’oro con la Vecchia Signora, facendo incetta di titoli nazionali e d’oltreconfine.

Nel 2006, in veste di allenatore dei portieri degli Azzurri, vince il suo secondo Mondiale. E’ l’unico calciatore vivente ad aver vinto 2 Campionati del Mondo: uno da giocatore, l’altro da allenatore.

Nell’almanacco del calcio, Bordon è stato senza dubbio un simbolo, un’icona dell’Inter, un portiere che ha lasciato un segno indelebile nei cuori nerazzurri.

Entra con pieno merito nell’élite ristretta dei più grandi portieri della storia del calcio nostrano, uomo sensibile e discreto. “Bordon, il portiere schivo.”

Si chiude il libro dei ricordi, si conclude la serata, è il tempo del saluto cordiale. Un addio o meglio un arrivederci. Un sorriso spensierato, uno sguardo e la consapevolezza di aver incontrato 2 campioni, veri, autentici e leali.

Vecchie glorie: a cena con Ivano Bordon e Alessandro Scanziani.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it             www.perego1963.it

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La Sfera e lo Spillo

Moise Kean il predestinato. Più forte delle avversità

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Moise Bioty Kean: “Ho iniziato a giocare quando ero piccolo, per una squadra chiamata Don Bosco, ma poi avevo smesso per un po’ perché ero solito arrivare in ritardo agli allenamenti, poiché mia madre non poteva accompagnarmi. Di solito mi presentavo alla fine dell’allenamento e così potevo giocare solo un paio di minuti prima che finisse tutto.”

Nella stagione 2016-2017, al minuto 84 del match Juventus-Pescara (3-0), si celebra il debutto in serie A. Il 19 novembre, nel posticipo della 13esima giornata, entra al posto di Mario Mandzukic.

E’ il primo giocatore nato negli anni Duemila a esordire nella massima serie; il più giovane di sempre a vestire la giubba della Vecchia Signora, superando il record di Renato Buso (1985-1989).

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Poco più che sedicenne, è talmente emozionato che fatica a togliere la tuta prima del suo ingresso sul green dello Stadium.

Moise è piemontese, nato a Vercelli l’8 febbraio del 2000 e cresciuto ad Asti da genitori ivoriani.

Nella città celebre per lo spumante, dove si organizza lo storico Palio ai piedi della Torre Troyana, il giovanotto muove i primi passi all’oratorio Don Bosco.

Nelle mura familiari e nella terra bagnata dal fiume Tanaro lo chiamano “Mosè” Si forma seguendo la dottrina della religione cattolica.

La sua gioventù è complicata. I genitori si separano e Moise, con il fratello maggiore Giovanni (classe 1993), cresce con la madre Isabelle.

Giovanni, anche lui calciatore attualmente svincolato, gioca sino alla serie D. I due fratelli sono molto uniti, forgiati dalle difficoltà impervie della loro crescita.

Il “cucciolo”, come lo chiama affettuosamente il superman Gigi Buffon, ha collezionato una settantina di presenze (club e Nazionali), segnando 34 reti. La media è di 0,46 goal a match.

Il puntello di rango è alto 183 centimetri e il suo peso di 72 chilogrammi. Dal punto di vista fisico è potente, veloce e tecnico. Possiede una muscolatura sviluppata, che gli consente le repentine ripartenze.

Per questioni anagrafiche e fisiche ha la capacità di “fare reparto”, abile negli spazi aperti e negli strappi in velocità.

L’attaccante italiano è una prima punta, ma può giostrare con estro come esterno alto.

Kean possiede il doppio passaporto italiano e ivoriano. Ha scelto di giocare per la Nazionale italiana cominciando con l’Under 15 sino alla Nazionale maggiore, passando per l’Under 21.

A Renato Biasi (ex portiere e responsabile del settore giovanile dell’Asti), Remo Turello e Corrado Grabbi (ex giocatore e allenatore delle giovanili bianconere) si deve il merito di aver scoperto, formato e lanciato un giovane talento.

L’umiltà e la dedizione sono prerogative fondamentali per la crescita umana e professionale. La carriera è all’inizio, le doti sono eccelse. Al quartier generale della Continassa cullano il ragazzo prodigio; all’entourage del giocatore l’onere di gestire le pressioni, i riflettori e il solerte successo.

Moise Kean il predestinato. Più forte delle avversità.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

 

 

 

 

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Errori di Donnarumma, le colpe della società

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Un giovane di 20 anni ha il diritto di commettere errori. Bruciare le tappe è una virtù di pochi. Il futuro da predestinato impone la legge infima del successo.

E’ considerato dagli “addetti ai lavori” un talento della sua generazione. Nonostante la stazza fisica monumentale e imponente, alto 196 centimetri e un peso di 90 chilogrammi, è accorto e reattivo tra i pali.

Le qualità innate, naturali e spontanee, esaltano il carattere distintivo del portiere campano. E’ supportato da eccellenti doti fisiche e atletiche, che gli consentono di primeggiare nell’area piccola e nelle uscite alte con gesti semplici, istintivi e felini.

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Copre il “sacco” con mole e riflesso; è abile a disinnescare i calci di rigore.

La saracinesca di Milanello possiede i numeri del potenziale campione, attributi essenziali per emergere e brillare nel palcoscenico internazionale.

Gianluigi Donnarumma è dotato di spiccata personalità sul green, altrimenti non si spiegherebbe la sua rapida e solerte ascesa.

Dal punto di vista tecnico, il giovanotto ha ampi margini di miglioramento nella direzione del reparto difensivo e nelle giocate con i piedi, peculiarità essenziali nel calcio contemporaneo.

La perizia nei tiri velenosi da lontano deve essere affinata, mentre la gestione della postura nei traccianti a filo d’erba non è sempre ottimale.

Fuori dal campo la sua maturazione è “work in progress”, non sempre gestita al meglio dalla società di appartenenza e dall’entourage del giocatore.

Nel calcio romantico vi sono leggi non scritte: la gavetta, gli emolumenti commisurati all’età e le esperienze all’ombra dei grandi campioni.

Oggi tutto è più veloce, non solo il gioco. Nell’estate del 2017, dopo una telenovela stucchevole e infinita, il club e il procuratore del giocatore trovano l’accordo per il rinnovo di contratto sino al 2021.

Il Milan è ostaggio delle regole contrattuali e di mercato: una pioggia di milioni da destabilizzare le parti in causa e lo spogliatoio.

Si riecheggia da più parti il confronto con Gigi Buffon. I raffronti sono forzati e fuorvianti, li accomuna, forse, il debutto in tenera età.

Nonostante alcune gaffe, le qualità fisiche del giovane portiere del Milan non sono in discussione. Debutta in Serie A all’età di 16 anni, il 25 ottobre del 2015, contro il Sassuolo.

Sinisa Mihajlovic, tecnico rossonero, schiera il giovanotto alla nona giornata di campionato. La partita finisce (2-1) per il Milan. Le reti sono siglate da Bacca su calcio di rigore, il pareggio temporaneo di Berardi, il goal decisivo di Luiz Adriano sui titoli di coda.

Il ragazzo di Castellamare di Stabia disputa una discreta partita (per la Gazzetta dello Sport 5,5 è il voto in pagella). Nella circostanza è puntuale nelle uscite, anche se i critici del salotto milanese gli attribuiscono qualche responsabilità in occasione della rete di Berardi.

Gigio, come viene soprannominato a Milanello, è il secondo più giovane portiere a esordire nella massima divisione.

Il prestigioso record appartiene a Gianluca Pacchiarotti, che debutta al minuto 80 nel match Perugia-Pescara (1-0) del 1980. Per l’ex pescarese, nativo di Roma, è l’unica presenza in serie A.

La prima stagione (2015-2016) di Donnarumma è esemplare, un percorso in crescendo, con molte luci e poche ombre.

A dispetto della sua giovane età il giovanotto ha collezionato più di 134 presenze in serie A subendo 142 reti al passivo.

Errori di Donnarumma, le colpe della società.

Emanuele Perego             www.emanueleperego.it              www.perego1963.it

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