Connect with us
Pubblicità

Riflessioni fra Cronaca e Storia

«Dieci brevi lezioni di filosofia»: in uscita il nuovo libro di Francesco Agnoli

Pubblicato

-

Esce tra qualche giorno, per l’editore Gondolin, Dieci brevi lezioni di filosofia, di Francesco Agnoli, giornalista e scrittore trentino.

Nel giorno dei morti, riportiamo due pagine del libro, quelle in cui Alain Turing discute, in un dialogo immaginario con Tommaso d’Aquino, dell’immortalità dell’anima.

Nella storia delle macchine il fisico e matematico Alain Turing (1912-1954) è un nome imprescindibile.

Pubblicità
Pubblicità

Nel 1931 l’autore di The bomb, una macchina elettromeccanica capace di decifrare il codice segreto tedesco Enigma, e l’ideatore della “macchina universale di Turing“, scrive un saggio, Nature of spirit per la madre di un caro amico defunto, Christopher Morcom.

In questo saggio Turing nota che “noi possediamo una volontà capace di determinare, probabilmente in una piccola porzione del cervello, possibilmente su tutto il cervello, l’azione degli atomi. Il resto del corpo agisce in modo da amplificare questa volontà“.

Esiste dunque una volontà umana, invisibile, immateriale, eppure efficace, che governa la materia, gli atomi.

Continua Turing:Personalmente ritengo che lo spirito sia in realtà eternamente connesso con la materia, ma di certo non sempre dallo stesso tipo di corpo. Un tempo ho creduto possibile che, alla morte, uno spirito entri in un universo completamente separato dal nostro, ma oggi considero materia e spirito così intimamente connessi che ciò sarebbe una contraddizione in termini. E tuttavia è possibile, anche se improbabile, che un universo del genere esista… Quanto poi alla connessione stessa tra spirito e corpo, io penso che quest’ultimo possa ‘attrarre’ e tenere unito a sè uno ‘spirito’ in virtù del suo essere un organismo vivente, e quindi che i due siano tra loro saldamente connessi finchè il corpo sia vivo e sveglio”, mentre “quando il corpo muore” accade che ciò che “consente al corpo di tenere unito a sè lo spirito se ne va anch’esso, e presto o tardi, forse immediatamente, l’anima trova un nuovo corpo“.

Pubblicità
Pubblicità

Francesco Agnoli

Infine, continua Turing, “quanto alla questione del perchè si abbia un corpo, e perchè non si voglia o non si possa vivere liberi come spiriti e come tali comunicare, probabilmente potremmo farlo, ma allora non ci resterebbe più assolutamente niente da fare. E’ il corpo che fornisce allo spirito le cose di cui occuparsi e le cose da usare“.

E’ evidente che Turing, al di là di molti dubbi, ha due idee ben chiare: lo spirito esiste ed è immortale; il corpo è ad esso “saldamente connesso“, quasi necessario. Almeno per l’uomo, si potrebbe aggiungere.

Proviamo ora ad immaginare un confronto tra Turing e Tommaso d’Aquino.

Anche per il filosofo medievale lo spirito umano è incorruttibile; anche per lui, nel solco di Aristotele, spirito e corpo non sono – come invece volevano l’orfismo, i pitagorici, Platone, le filosofie orientali e come dirà Cartesio-, due realtà ben distinte e dualisticamente separate, bensì due co-principi costantemente interagenti di un’unica sostanza, di quell’unico essere che è l’uomo.

In altre parole il corpo non ospita semplicemente un’anima, ma è materia vivificata e guidata dall’anima (e di conseguenza il cadavere, non animato, è altra cosa rispetto al corpo umano).

E la morte, allora? Ricordiamo Turing: egli non sa dove mettere lo spirito, una volta morto il corpo. In un “universo completamente separato dal nostro“, o in un “nuovo corpo“?

La prima soluzione gli sembra non sia logica, proprio in nome del profondo legame esistente tra spirito e corpo.

Ma la seconda, solo adombrata, è però contraddittoria con quanto detto in precedenza da lui stesso.

Immaginiamo ora che Tommaso provi a spiegargli la contraddizione: Caro Turing, ci unisce la comune credenza nell’esistenza dello spirito. Ora però facciamo un passo ulteriore: tu sostieni l’intima connessione, sostanziale e non accidentale, tra lo spirito, che è immateriale, personale, soggettivo, unico, e il corpo ad esso connesso: se anima e corpo sono così profondamente compenetrati e non meramente accostati, dovresti logicamente dedurre che il corpo non può essere un semplice contenitore dell’anima. Invece, in modo non coerente, separi lo spirito dal suo corpo, riducendo di fatto il corpo ad un mero contenitore, come i sostenitori della reincarnazione. Così però ricadi nello spiritualismo che hai negato, e che riconosce di fatto dignità soltanto allo spirito (perchè fa del corpo qualcosa di insignificante, impersonale, intercambiabile). Per comprendere la realtà dell’uomo dobbiamo tenere insieme immortalità dello spirito e sua intima connessione con il corpo, secondo il dettato biblico e il retto uso della ragione. Io credo che la risposta stia nella risurrezione dei corpi, un dogma cattolico estraneo sia alle filosofie materialiste sia a quelle spiritualiste. Infatti senza la risurrezione del corpo, l’anima umana rimarrebbe in una condizione per lei innaturale, data la relazione essenziale che ha con il suo proprio corpo. Risurrezione dei corpi significa dunque che l’unicità e la personalità di ogni spirito sta insieme, sempre, con l’unicità di ogni corpo, e che non esiste per me, per te, salvezza vera che non sia salvezza anche del corpo“.

Pubblicità
Pubblicità

Riflessioni fra Cronaca e Storia

Fiume, Istria e Dalmazia: il prezzo pagato per l’ingiustificata autonomia trentina

Pubblicato

-

Ricorre il centenario dell’impresa fiumana capeggiata da Gabrielle D’Annunzio.

Le terre al di là dell’Adriatico sono sempre state abitate da genti latine, cuore pulsante durante il periodo della Repubblica Serenissima di Venezia.

I mistificatori di professione, raccontano però un’altra storia, portando come prove il numero superiore di cittadini slavi rispetto alla presenza latina, così volendo dimostrare che l’italianità pretesa è fuori luogo, non giustifica l’azione d’annunziana, che però giustificherebbe foibe ed esodo.

PubblicitàPubblicità

Di fondo c’è una verità, però viene omesso il motivo per il quale la popolazione slava ha preso forza su quella latina. Il motivo è da cercare in una legge imperiale emanata dall’imperatore asburgico Francesco Giuseppe il 12 novembre 1866. Il verbale della riunione recita testualmente:

Sua maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno” [cfr. Luciano Monzali, “Italiani di Dalmazia”, Firenze 2004, p. 69; Angelo Filipuzzi (a cura di), “La campagna del 1866 nei documenti militari austriaci: operazioni terrestri”, Padova 1966, pp. 396].

Altro capitolo dimenticato, il plebiscito mancato, che avrebbe evitato la mutilazione di Fiume, Istria e Dalmazia dal resto dell’Italia. Quel plebiscito fu impedito da Alcide Degasperi.

Il governo americano avrebbe voluto un referendum plebiscitario per la cessione di Fiume, Istria e Dalmazia alla Iugoslavia. Degasperi si oppose, perché se avesse concesso il plebiscito agli italiani di Pola, Zara e Ragusa, avrebbe dovuto concederlo anche all’Alto Adige.

Pubblicità
Pubblicità

Il risultato dei plebisciti avrebbe certamente sentenziato che le terre di Istria, Fiume e Dalmazia sarebbero dovute rimanere con l’Italia, mentre l’Alto Adige molto probabilmente sarebbe passato all’Austria, con la conseguenza che non avrebbe potuto giustificare l’autonomia speciale di cui gode oggi il Trentino, alla faccia del “Los von Trient” (”L’esodo dei 350 000 Giuliani Fiumani e Dalmati” ediz. DIFESA ADRIATICA di Padre Flaminio Rocchi;  professor Gianni Oliva; professor Michael Gehler; professoressa Stadlmayer).

Il prezzo pagato per l’ingiustificata autonomia trentina, furono Fiume, Istria e Dalmazia.

Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, con messaggio netto e chiaro afferma: “Le foibe e l’esodo, gli orrori commessi contro gli italiani del confine orientale, non furono una ritorsione contro i torti del fascismo, come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato a insinuare. Furono, invece, il frutto di un odio che era insieme ideologico etnico, e sociale (secoloditalia.it 10/02/2019)”.

Il sommo poeta Dante le menzionò anche nel canto dell’ (Inferno, IX, 112-116):

Si come ad Arli, ove il Rodano stagna, Si com’ a Pola presso del Quarnaro, Ch’Italia chiude e i suoi termini bagna, Fanno i sepolcri tutto ‘l loco varo; Così facevan quivi d’ogni parte, (Inf. e. IX, 112-116).

 

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana 

Pubblicità
Pubblicità

Continua a leggere

Riflessioni fra Cronaca e Storia

Nel nuovo libro dell’emerito arcivescovo Luigi Bressan la verità sui rapporti fra chiesa e nazismo

Pubblicato

-

E’ uscito da poco, per Athesia, un nuovo libro dell’arcivescovo emerito di Trento, Luigi Bressan.

Si tratta di un saggio storico, approfondito e documentato, che fa luce sull’operato di monsignor Celestini Endrici, arcivescovo di Trento dal 1904 al 1940 nei riguardi del nazionalsocialismo.

Il titolo ci introduce già nella conclusione: “Celestini Endrici contro il Reich. Gli archivi svelano”.

PubblicitàPubblicità

Il merito di quest’opera è appunto quello di essere una ricerca di archivio, di basarsi su documenti chiari ed inequivocabili che aiutano in quell’opera di chiarificazione storica cominciata molti anni orsono a proposito della figura di Pio XII.

All’indomani della seconda guerra mondiale, infatti, la propaganda comunista, per vendicarsi della fiera opposizione della Chiesa cattolica al verbo di Marx, Lenin e Stalin, creò la “leggenda nera” sul papa che era stato “alleato dei nazisti”.

Oggi sappiamo dai documenti e da innumerevoli testimonianze che non fu affatto così, e che anzi Pio XII fece il possibile per ostacolare il nazionalsocialismo e, una volta occupata l’Italia da parte dei tedeschi, per difenderli, nasconderli, salvarli.

Abbiamo i documenti di archivio (vedi per esempio i saggi di Pierre Blet, “Pio XII e la seconda guerra mondiale negli archivi vaticani”, del 1999, e di Mark Riebling, “Le spie del Vaticano. La guerra segreta di Pio XII contro Hitler”, del 2016) e le preziose testimonianze di tante personalità, grate alla Chiesa per la difesa degli ebrei perseguitati dal nazismo, tra le quali vorrei citare quantomeno quelle di tre ebrei celebri come Albert Einstein, Sigmund Freud ed Hanna Arendt.

Pubblicità
Pubblicità

Tornando al libro di mons. Bressan, il focus è su un vescovo in terra di confine, cioè molto vicino a quell’Austria in cui circolavano con sempre maggior insistenza le idee nazionalsocialiste, ostacolate con coraggio, ma inutilmente, da due cancellieri cattolici: Engelbert Dollfuss, ucciso nel 1934 dai nazisti, e Kurt Alois von Schuschnigg, deportato a Dachau dopo l’annessione nazista dell’Austria.

Endrici fu, come Pio XII, come i due cancellieri citati, un fiero avversario sia del comunismo sia del nazionalsocialismo, e non si fece mai ingannare dall’idea che si potesse contrastare l’uno, abbracciando l’altro (il che non accadde nel mondo protestante tedesco, abituato da centinaia di anni alle chiese di stato e ad un forte nazionalismo luterano, e che quindi, almeno inizialmente, accolse con un certo favore l’ascesa del Führer).

Endrici vedeva in entrambi due figli dell’ideologia hegeliana e della filosofia idealista, che aveva cancellato la dimensione del Trascendente, divinizzando lo Stato, la Nazione, e gli “uomini cosmico storici”.

Notava inoltre che nazionalsocialismo e comunismo calpestavano sotto il tallone dello Stato Onnipotente “i diritti naturali” dell’individuo e della famiglia, cercando di sostituire, talora con la forza, talora con astuzia, la fede in Dio con la “fede” nel Partito, nel Leader, nello Stato, nella Razza o nella Classe.

Conoscendo bene il tedesco, e potendo accedere ai testi nazisti, Endrici si accorse subito che Hitler – seguace di un “neopaganesimo panteista” attentissimo all’ambiente e all’ecologia, ma spietato con gli uomini-, utilizzava talora parole ambigue, proprio come “fede”, per riempierle di un significato nuovo, similmente a come facevano i comunisti, sempre pronti a nascondere sotto parole edificanti (“pace”, “amore per i poveri”…), un’ideologia antiumana e materialista.

Rimando al libro citato per chi volesse approfondire il pensiero e le concrete battaglie del vescovo trentino per strappare il popolo, ma soprattutto la gioventù (la più infiammata dal nuovo “credo”), al “fascino” dell’ideologia di morte nazista.

E concludo con l’auspicio che ora che abbiamo finalmente un lavoro completo su questo grande personaggio, qualcuno prenda la penna per raccontare un altro eroe, dimenticato nonostante fosse nativo della nostra Riva del Garda: il già citato Kurt Alois von Schuschnigg! (foto)

Questo cancelliere austriaco, che oggi verrebbe definito “sovranista” o “identitario”, per il suo attaccamento, per nulla nazionalista, alle radici e all’identità austriaca, lottò a mani nude, come il suo predecessore, contro una Germania potente e arrogante, scontando con il lager il suo coraggio.

Le sue memorie, “Un requiem in rosso-bianco-nero”, edito da Mondadori nel lontano 1947, andrebbero quantomeno ripubblicate perché testimonianza diretta dell’opposizione radicale di un politico laico cristiano, abbandonato dalle altre potenze europee, ai due mostri siamesi del XX secolo.

Sotto un piccolo estratto dalla lettera di mons. Endrici a parroci e collaboratori

Pubblicità
Pubblicità

Continua a leggere

Riflessioni fra Cronaca e Storia

Sudtirolo e Trentino, la storia non contraddice la geografia: i confini dell’Italia iniziano al Brennero

Pubblicato

-

Da Elena di Troia, alla Troia del tirolo.

L’attuale Trentino Alto Adige fu inserito, nell’organizzazione augustea dell’Italia, nella X Regione “Venetia et Histria” (che comprendeva l’attuale Triveneto dal Brennero al Carnaro) e a livello locale, nel “Districuts” avente a capoluogo Tridentum (Trento).

Tale regione era quindi ritenuto parte dell’Italia già in epoca augustea ed i suoi abitanti erano “cives” romani, ossia si riconosceva la loro compiuta romanizzazione.

PubblicitàPubblicità

Per vedere un inizio della germanizzazione dell’Alto Adige bisogna chiamare in causa i Baiuvari, antenati dei Bavari. Costoro invasero la regione e riuscirono a controllarla soltanto dopo un’accanita resistenza dei latini, guidati dal loro vescovo Ingenuino.

Quello dei Baiuvari è il primo vero insediamento germanico in Alto Adige, ma consistette sostanzialmente d’una ristretta cerchia di militari che dominavano la popolazione locale asservita. La situazione non mutò sotto il dominio dei Franchi. Sino all’anno Mille circa la presenza germanica in Alto Adige fu quindi molto scarsa.

“Donamus etiam ad prefatum sanctum locum valle illam que vocatur Camonia cum salto Candino vel usque in dalanias cum montibus at alpibus a fine Treentina qui vocatur Thonale usque in finem Brixamcinse seu giro Bergamasci (..) ” – Caroli Magni Diplomata -papia, XVI iulius 774

Un evento di particolare gravità sul piano della germanizzazione fu la decisione dell’imperatore Corrado II (1024-1033) di concedere poteri territoriali ai vescovi di Bressanone e di Trento. Questa decisione infatti spezzò la tradizionale, antichissima unità amministrativa dell’Italia nord-orientale, che poggiava su di un continuum culturale risalente sino alla Preistoria o quantomeno all’epoca romana.

Pubblicità
Pubblicità

L’espressione “Triveneto” talora ancora oggi impiegata ricalca infatti approssimativamente tale anteriore unità culturale.

Il governo della regione spettava formalmente al principato vescovile di Trento, che esistette sino al 1802 e fu rappresentato solitamente da vescovi italiani e residenti in una città italiana nel cuore d’una regione italiana.

Tuttavia, di fatto era sopravvenuta una graduale usurpazione dei suoi diritti nell’Alto Adige ad opera dei conti del Tirolo a partire dal secolo XII, il cui Land però era, su di un strettamente piano giuridico, esistente solo ed unicamente a settentrione del Brennero.

Infatti, il conte tedesco del Tirolo rimase per lunghi secoli, sul piano formale, un semplice advocatus del principe legittimo del territorio, ovvero il vescovo di Trento, anche se di fatto la maggior parte delle prerogative di quest’ultimo sull’Alto Adige furono progressivamente usurpate.

La storia del Tirolo ebbe inizio con la contessa Margherita di Tirolo-Gorizia, soprannominata in seguito ” Margherita Maultasch ” detta anche ” Margherita Boccagrande“.

Il soprannome Maultasch che significherebbe in termini letterari ” muso a borsa ” e tradotto con “bocca sfigurata-bocca grande “, tale espressione veniva attribuita come ” prostituta “, ovvero donna di facili costumi.

Margherita nacque in Tirolo nel 1318 dal duca Enrico di Carinzia e Tirolo e dalla contessa del Tirolo Adelaide Di Braunschweig.

Quando aveva appena dodici anni andò in sposa a Giovanni Enrico di Boemia.

Dopo varie lotte per il possesso del Tirolo e dopo che Carlo IV fratello di Giovanni Enrico cercò di intermediare per la conquista con il duca, in merito ai fatti che si susseguivano in quanto era più esperto sulle politiche del tempo, Margherita prese sempre di più padronanza di se e diventò più forte, sicura e con un gesto davvero insolito e sconcertante per una donna di quell’era, ripudiò il marito e lo fece esiliare dal Tirolo nel 1341.

In seguito nel 1342, prese nuovamente marito e si sposò con Ludovico di Brandeburgo.

La loro unione coniugale suscitò sin da subito un grande scandalo in tutta l’Europa. Papa Clemente VI dichiarò nulle le loro nozze, entrambi furono scomunicati (chissà quale fu il giudizio di siffatta donna del fervente cattolico Andreas Hofer).

Margherita, priva di discendenti, cedette i suoi territori (usurpati al principe vescovo) a Rodolfo IV d’Asburgo e  morì a Vienna nel 1369.

Il Trecento è un secolo cruciale nella germanizzazione dell’Alto Adige.

Dante Alighieri (di origine tedesca) ad inizio del secolo, anche per l’influsso della definizione d’Italia nella geografia amministrativa romana, fissava i confini della nazione italiana presso Nizza a ovest, sul Carnaro a est (“Sì com’a Pola, presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna”), sul Brennero a nord: “Suso in Italia bella giace un laco, a piè dell’Alpe che serra Lamagna sovra Tiralli, ch’ha nome Benaco”.

La Germania iniziava pertanto per il Poeta a settentrione di “Tiralli”, del Tirolo, che era quindi compreso nell’area italiana.

E perché circa le rimanenti città delle estreme regioni italiche nessuno può nutrire dubbi – se qualcuno dubita, non merita nemmeno un chiarimento – poco mi resta da discutere. E dunque io, che desidero deporre il setaccio al più presto, per uno sguardo ai rimasugli dico che le città di Trento, Torino e Alessandria giacciono così vicine ai confini d’Italia che non possono avere lingue incontaminate; si che se pure il loro volgare, che è sozzo (turpissimum), data la mescolanza con volgari stranieri.

Se cerchiamo l’italiano illustre, dunque, quello di cui andiamo in traccia non potrà ritrovarsi in tali luoghi”. (Dante Alighieri: De vulgari Eloquentia, libro I, cap. XV, 1305).

Per quanto riguarda il Trentino, solo il 27 aprile del 1785 l’imperatore Giuseppe II -senza alcun apparente motivo- cambiò il nome del Trentino in Tirolo.

La novella Maultasch, Eva Klotz, ricordi due aspetti: prima di rivendicare patriottismo tirolese, leggesse il libro “La Trediciesima tribù” di Arthur Koestler: potrebbe scoprire che la sua origine etnica la porterebbe molto lontana dall’Europa.

Geograficamente i confini dell’Italia finiscono o iniziano al Brennero, ed anche la storia non contraddice la geografia.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana.

Pubblicità
Pubblicità

Continua a leggere
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità

Archivi

  • Pubblicità
    Pubblicità

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Categorie

di tendenza