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Cui Prodest

Un Trouvère assiderato. Al Regio di Parma, Bob Wilson esagera

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Le Trouvère torna in prima assoluta a Parma il 29 settembre al Teatro Farnese, dopo l’unica messinscena per il Verdi Festival nel 1990.

Poco dopo il debutto (giugno 1855) delle Vëpres siciliennes, primo lavoro di Verdi per l’Opéra di Parigi, il direttore François-Louis Crosnier gli propone un altro lavoro: la revisione in francese del Trovatore.

La traduzione del libretto di Cammarano è commissionata a Émilien Pacini e Verdi lavora all’adattamento dell’originale per soddisfare il più possibile le aspettative del pubblico parigino, secondo i canoni del Grand-Opéra, con un finale più spettacolare e l’inserimento dei ballabili, che occupano un spazio insolitamente lungo.

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Le Trouvère debutta il 12 gennaio 1857 e il suo successo si protrae negli anni seguenti, con oltre 200 repliche parigine nei successivi trent’anni.

Roberto Abbado, al suo debutto quale Direttore musicale del Festival, guida Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna.

Robert Wilson firma il nuovo allestimento di Le Trouvère e, nelle note di regia, racconta: “Più ascoltavo la musica di Verdi, più ci lavoravo, più capivo che le sue opere hanno un’intimità e una grande bellezza interiore. In contrasto al mondo feudale del Trovatore, ho messo in scena una realtà parallela silenziosa, ispirata dalle cartoline vintage e popolata di gente comune del diciannovesimo secolo, gente che Verdi avrebbe visto in città e nei paesi limitrofi. Un uomo anziano seduto, una vecchia signora alla fontana, una giovane ragazza che spinge una carrozzina: queste figure silenziose vivono in un altro mondo, un mondo di ricordi. Esistono al fianco dei personaggi di Verdi ma raramente interagiscono tra loro”.

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Cronaca e volontà registica: il lavoro di Bob Wilson in Le Trouvère  è sicuramente molto originale, direi quasi radicale o rivoluzionario. Verso l’opera, sono pochi i registi del XXI secolo che mantengono una linea filologica, basata su interpretazioni dell’azione così come pensata, scritta e attuata nella storia.

Si sono visti interventi di forte allontanamento dalla drammaturgia esplicita, con viaggi in un mondo magari implicito dell’opera e, a volte, premiante come effetto estetico (vedi, pochi gironi fa, il verdiano Macbeth interpretato in chiave psicologica da Daniele Abbado).

Anche l’allargamento drastico dei significati è stato cavalcato, destoricizzando (ad esempio “La Pietra del paragone” di Rossini, vista da Pierluigi Pizzi, molto bene) o delocalizzando (ad esempio la pucciniana “Boheme” di Leo Muscato circolata qualche anno fa nei teatri emiliani, molto male).

Alcuni si sono addentrati nel ciclo linguistico dell’opera, sostituendo significanti e risemiotizzando la messa in scena (la belliniana Norma di Kara Walker alla Fenice di Venezia, male e bene insieme).

Nessuno però si era spinto fino a spaccare l’opera, distaccando quasi completamente il piano visivo da quello musicale.

Ma se l’amatissimo vino di Verdi, la Fortana dei colli di Parma, fosse stato suddiviso in bicchiere da una parte e dolce liquido dall’altra, chi ne avrebbe potuto godere, se non l’ideatore estremo, magari benevolmente burlone, oppure delirante? È l’opera terreno fertile per un neo-iper-surrealismo, che si avvalga di anarchica destrutturazione, fin dalle fondamenta? A nome del popolo e anche dei melomani consapevoli, a nome dei fautori dell’arte operistica nella sua suprema essenza multisensoriale coordinata, se si separa la dimensione visuale da quella uditiva, non è più Opera e non è più Verdi.

Cioè, distaccato completamente il piano visivo da quello musicale, chi non conosce abbastanza Il trovatore, Le Trouvère, non ne avrà l’appropriata esperienza operistica.

Bob Wilson esegue un’operazione spericolata con la flemma di un inconsapevole.

Cala Le Trouvère in una camera di ghiaccio (la scenografia di base).

Quando è già mezza assiderata, cioè quasi subito, con un enorme bisturi ideale separa i suoni dalle immagini. La visione, il video, da quel momento viaggia per proprio conto, condotta da improbabili figure, anche belle, improbabili luci, anche belle, improbabili costumi, anche belli, improbabili immagini, anche belle.

Una regia operisticamente schizofrenica, dannosa a Verdi. Bob Wilson sostiene che Roberto Abbado la vede come lui.

Per fortuna non è così: Abbado riesce con classe senza tempo a reggere, insieme a voci sacrificate in un tubo sonoro, prive di mobilità in palcoscenico e di spazio di manifestazione dei sentimenti, l’esperienza musicale di questo Le Trouvère glaciale, algido perché assiderato.

Egoisticamente, io ho goduto. I quadri di Wilson mi hanno divertito, ma niente di nuovo: ci ho visto, come già altre volte, i suoi amici Barroughs, Ginsberg, Philip Glass, esseri così diversi da Verdi…

E non ho potuto non ricordare l’aria sorniona e poco colloquiale con cui si è presentato qualche settimana fa a presentare Le Trouvère al Ridotto del Regio, come a dire: “Ma cosa volete capire voi, che non avete, come me, vissuto pericolosamente con i più vertiginosi destrutturatori dalla cultura occidentale…”.

Grande artista visuale, non ho visto altre sue regie operistiche (me ne risultano diverse e ben riuscite, tra cui il più appropriato Macbeth, sempre del Cigno) ma ben conosco la sua grande vena artistica.

Forse, credeva di andare in provincia di far man bassa di galline senza essere cuccato: e qui è stato provinciale lui. Nostalgia di Zeffirelli.

A quando una bella Aida con la regia di Mattew Barney?

20180923

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