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Speciale Festival dello sport 2018

Steve Nash, la leggenda a Trento: “La mia storia insegna ai bambini che tutto è possibile”

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Steve Nash con la maglia dell'Aquila Trento (Foto Alfonso Norelli)

“Non avrei dovuto giocare in Nba, ma ce l’ho fatta e sono diventato due volte il miglior giocatore. Questo va oltre ogni più selvaggio sogno”.

Steve Nash ha illuminato il Festival dello Sport (biglietti in fumo in 5 minuti con code dalle 7 del mattino), forse il più grande personaggio internazionale di questa prima edizione.

Steve Nash non è solo un campione, un uomo che ha divertito, intrattenuto e fatto sognare i tifosi di basket.

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E’ una storia di determinazione e successo e di una persona che ha mille interessi, calcio in primis, oltre il basket nonché una incredibile capacità di guardare la vita con filosofia.

Foto Alfonso Norelli

Un atleta di poco oltre i 180 cm che è diventato il miglior giocatore del mondo di basket in mezzo a mostri alti 215 cm e pieni di talento come il suo, se non superiori.

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“Sono figlio di un calciatore, se avessi potuto scegliere avrei giocato il 90% a calcio e il 10% a basket”.

Questo è Steve. Oggi possiede squadre sportive e da 11 anni organizza a New York partite che coinvolgono campioni di calcio come Del Piero e Henry, o di basket come Durant e Nowitzki (più amici e giornalisti).

Nash è un giocatore che è stato capace di rivoluzionare il basket insieme a coach Mike D’Antoni (ex Olimpia Milano) con la filosofia del basket dei “piccoli” e del “7 secondi o meno” cioè prendere decisioni veloci, correre, tirare, spingere all’estremo il ritmo di gioco.

Foto Alfonso Norelli

Un qualcosa che oggi è naturale poiché il gioco è cambiato ma Nash e D’Antoni furono dei grandi precursori a metà degli anni 2000 coi Phoenix Suns.

Il playmaker, il regista del gioco, nasce sui campi di calcio quando il padre gli insegnava la bellezza del passare la palla e condividere il gioco coi compagni.

“Mio padre mi lodava quando passavo la palla e così il mio gioco e la mia capacità di visione è cresciuta”.

Nash non è nato fenomeno, ma ha spiegato di esserlo diventato con un lavoro ossessivo e questo lo ha portato addirittura a essere, da pochissimo tempo, entrato nella Hall of Fame del basket.

Foto Alfonso Norelli

“Sono entrato all’università di Santa Clara, non la conoscevo neanche. Il primo anno giocavo solo 10 minuti, ma sono cresciuto col tempo e nel mio secondo anno ho sentito l’attenzione della Nba, cominciavano a circolare voci”.

L’essere scelto al Draft, cioè alla selezione annuale dei giocatori che si candidano a entrare nella Nba, “è stato uno dei migliori giorni della mia vita”.

Nash, canadese, ha cominciato proprio nei Phoenix Suns per poi passare a Dallas dove ha dato spettacolo insieme a un altro fenomeno europeo, Dirk Nowitzki, poi suo grande amico.

“Don Nelson, coach di Dallas, credeva in me. Ho avuto una opportunità straordinaria, mi è stata affidata la squadra e sono diventato un AllStar grazie a quei successi. Da quel momento ho creduto sempre più in me. Quando mi hanno lasciato andare probabilmente il proprietario Mark Cuban mi vedeva in calo e ha commesso un errore“.

La fila fuori dal Teatro Sociale

Infatti, Dallas lascia andare Nash a 30 anni e lo consegna alle fortune dei Phoenix Suns.

“Pensavo di rimanere ma poi Mike D’Antoni ha creduto in me, in quel momento ero quello di cui aveva bisogno. E’ stata una esperienza fortunata. Lui ha visto che eravamo piccoli e ha puntato sulla velocità, sul ritmo, con me a dirigere il gioco. Questa è stata la sua grandezza, il suo impatto sul gioco. Ci divertivamo assieme come squadra. E’ stato un coach favoloso”.

Nash infatti diventa due volte consecutive mvp, mai successo per un giocatore della sua taglia (Allen Iverson ne ha vinto uno), ma la parte triste è che Phoenix sfiora soltanto le Finali Nba e il titolo non arriva.

“Non credo nei rimpianti, tutto succede per una ragione. Ho dato il mio massimo, evidentemente non è stato abbastanza. Abbiamo grandi soddisfazioni, poi per vincere bisogna essere fortunati. Guardo indietro e non posso lamentarmi, sono stati grandi anni. Il mio modo di essere è stare bene coi compagni in spogliatoio, voglio vedere tutti felici”. 

Maglia donata da Forray e dal presidente Longhi. Foto Alfonso Norelli

L’esperienza cestistica si chiude purtroppo con un infortunio mentre è ai Lakers, ancora con D’Antoni, ma una frattura al ginocchio non gli permette di ritornare lo stesso atleta alla soglia dei 40 anni.

“La mia esperienza può insegnare ai bambini che tutto è possibile. Serve la passione e l’ossessione nel voler migliorare. Forse non ero il più forte giocatore al mondo, ma ero il più “valuable”, quello che era più speciale per la sua squadra. Sono un piccolo e in quegli anni c’era Tim Duncan, un gigante con un talento incredibile”.

Nash ha poi spiegato che ci sono voluti due anni per rendersi conto di non essere più un atleta che dà spettacolo ogni sera per 20 mila persone ma non ha comunque rimpianti.

Un’ultima curiosità sui numeri di maglia e sul calcio.

Con tutta l’Aquila Basket. Foto Alfonso Norelli

“Il 13 era per Wilt Chamberlain, il 10 un omaggio al calcio, al regista del gioco”.

E chi potrebbe essere invece il Nash del calcio?

“Sono stato spettatore della finale mondiale vinta dall’Italia a Berlino. Sono stato paragonato a Pirlo? No, è un grande complimento per me”.

Ma forse, è un grande complimento anche per Pirlo.

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