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Speciale Festival dello sport 2018

Al Festival dello Sport le leggende azzurre della discesa libera

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Sala Depero affollata di pubblico per ascoltare i più grandi discesisti azzurri delle ultime generazioni, dalla valanga azzurra degli anni ’70 ad oggi.

Gustavo Thoeni, Kristian Ghedina, Peter Runggaldier, Christoph Innerhofer e Peter Fill hanno fatto rivivere i momenti più belli della storia della specialità più spettacolare e adrenalinica dello sci, la discesa libera.

Sollecitati dalle domande dei giornalisti Alberto Faustini, e Gianni Merlo firma storica della Gazzetta dello Sport, e da spettacolari immagini d’archivio hanno ripercorso oltre cinquant’anni di imprese e coraggiose sfide sullo filo dei centesimi sulle piste più celebri del Circo Bianco

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Una storia che però non ha avuto inizio negli anni ’70, con i successi della “valanga azzurra”, ma vent’anni prima o poco più.

Quando un certo Zeno Colò negli anni ’50 stupiva per la sua audacia su piste quasi impossibili, come ad Aspen in Colorado, vincendo il titolo mondiale della discesa libera.

E proprio con le immagini in bianco nero di quelle vittorie e della tecnica nuova che Zeno Colò aveva introdotto si è aperto questo incontro che ha registrato l’ennesimo tutto esaurito della giornata. Ovazioni del pubblico quando Gianni Merlo ha chiamato uno per uno sul palco i cinque protagonisti dell’incontro.

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Seguendo il filo della storia il primo ad essere interpellato è stato Gustavo Thoeni “forse l’unico caso di un atleta diventato leggendario grazie ad un secondo posto” ha ricordato Alberto Faustini. Era il 1975 e si gareggiava a Kitzbühel, sulla mitica e sempre temuta “Streif”.

Per la formula della Coppa di quell’anno era importante gareggiare in tutte le specialità. Gustavo Thoeni non fu da meno, e nelle libere si era piazzato sempre nei primi 10. In Austria quella volta solo 3 centesimi lo separarono dall’invincibile Franz Klammer.

Anni dopo fecero anche un film su quell’impresa. “Anche Stenmark, ha ricordato Gianni Merlo, provò a fare la discesa, in Val Senales, ma si risvegliò in ospedale. Gustavo rischiò davvero di vincere.”

Campioni come Thoeni hanno saputo dare molto a questo sport anche dopo aver appeso gli sci al chiodo. “È più facile spiegare ai giovani cosa si deve fare se lo hai provato sulla tua pelle, ha detto Thoeni, e io ho cercato di farlo e tanti dei giovani hanno ascoltato.” Inevitabile a questo punto non parlare di Alberto Tomba. “Non era sempre tutto facile, ma in pista si impegnava molto. Con tanta pazienza i risultati sono venuti. Oggi i nostri atleti hanno ottime chances”.

La generazione successiva è stata quella di Peter Runggaldier e Kristian Ghedina, metodico e tranquillo il primo quanto esuberante il secondo. “Ognuno di noi era una personalità diversa e interpreta anche la gara in maniera differente” ha spiegato Peter Runggaldier e comunque a Saalbach il risultato fu importante”. Kristian Ghedina ha quindi ricordato un altro episodio che ha fatto la storia dello sci azzurro, sempre a Kitzbühel, nel 1990, quando si presentò sul salto prima del traguardo dove si viaggia a 130 all’ora con una “spaccata” in volo.

“Ero arrivato carico a quella gara, perché ero in testa alla classifica, però poi la gara non andò come volevo.” Sul fine-carriera Kristian Ghedina ha quindi confessato che per lui è stato difficile, a soli 36 anni, ritirarsi. “Fondamentalmente perché non avevo ancora raggiunto i risultati che mi ero prefissato”.

Le immagini degli atleti della “valanga azzurra” aggiungono ricordi a ricordi, citazioni, emozioni per quel gruppo di atleti ben affiatati. Nella storia dello sci azzurro non è stato sempre così. Ma oggi sono proprio gli uomini jet dello sci regalare successi con Peter Fill e Christoph Innerhofer che avevano proprio i Tomba, i Ghedina, i Runggaldier come miti a cui ispirarsi.

“Quando sono arrivato in nazionale, confessa Peter Fill, Kristian era l’idolo, ho imparato molto da lui. Non sono nato discesista, io volevo eccellere in tutte le specialità, essere un campione polivalente come Marc Girardelli.

E a differenza di altri, la famiglia mi ha aiutato molto, ho cominciato a vincere quando sono nati i miei due figli”. Qual è il vostro rapporto con la paura hanno infine chiesto i due giornalisti. “Non ho paura della velocità, ha confessato Innerhofer, la velocità per me è divertimento, come le montagne russe a Gardaland”. “Se stai bene fisicamente non hai paura, ha detto invece Peter Fill, ma solo voglia di fare al meglio”.

 

 

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