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Spettacolo

Cinema: si gira “Il caso Pantani” fra Trento e Madonna di Campiglio. Si cercano comparse

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Il tribunale di Trento diventa in questi giorni il set cinematografico del film-inchiesta “Il caso Pantani”.

Il regista Domenico Ciolfi ricostruisce gli ultimi anni di vita del “Pirata“, la cui fine cominciò proprio in Trentino, nel 1999 a Madonna di Campiglio.

Pantani, vincitore e dominatore di quella tappa e di quel Giro d’Italia, fu fermato per il tasso eccessivo di ematocrito nel sangue.

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Un mistero intorno al quale si sono ipotizzate anche delle cospirazioni e addirittura un caso di scommesse clandestine che coinvolgerebbe la Camorra.

A questo si aggiunge anche una morte inquietante che è avvenuta nel 2004, il giorno di San Valentino, in un albergo di Rimini.

Pantani, come si è scoperto dopo, era caduto in uno stato di depressione ed aveva cominciato a fare uso di cocaina, ma la madre, Tonina, ha sempre sostenuto che fosse stato ammazzato da qualcuno senza scrupoli a causa di grossi interessi.

A 20 anni di distanza questo film, supportato dalla Trentino Film Commission, ha il difficile compito di fare luce su uno dei più grandi eroi del ciclismo italiano, un campione mai dimenticato dalla gente.

Dopo le riprese in tribunale, per ricostruire il processo, la troupe si sposterà a Madonna di Campiglio per raccontare i giorni nei quali il dramma cominciò.

Il regista ha raccontato che questa opera nasce da anni di attenta e scrupolosa documentazione attraverso lo studio degli atti e la raccolta di molte testimonianze.

Le riprese inizieranno la  prossima settimana e per alcune scene si stanno cercando comparse. Chi è interessato può scrivere ad Alessandro Facchini (alexcialdo@gmail.com) titolare del conosciuto sito web www.wlafuga.altervista.org

Per le comparse è prevista la retribuzione. Si cercano in particolare uomini dai 25 ai 70 anni per vari ruoli. Donne da 25 a 40 anni di bella presenza e donne di bella presenza sud americane.

Requisito fondamentale è la residenza sul territorio del Trentino Alto Adige.

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Spettacolo

«Tempo di Chet» al teatro Sociale: la forza centripeta dell’abisso

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Ancora per tre giorni, fino a domenica, al teatro Sociale si rappresenta Tempo di Chet – la versione di Chet Baker, scritto da Leo Muscato e Paola Perini e prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano.

Si tratta di un atto unico, la cui peculiarità è di essere accompagnato dal vivo da un trio jazz composto dal luminare Paolo Fresu (tromba e flicorno), Dino Rubino (piano) e Marco Bardoscia (contrabbasso).

Paolo Fresu ha dimostrato più e più volte il suo legame con Baker: già nel 2001 aveva inciso (con Rava, Bollani ed altri) un bell’album tributo all’artista statunitense, Shades of Chet, e più recentemente, nel 2014, ha fornito il testo per accompagnare le foto prese da Luciano Viti in Chet & Miles (Davis, ovviamente).

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Il testo ricostruisce la complicata esistenza del trombettista e cantante, dall’infanzia sino alla drammatica conclusione ad Amsterdam, nel 1988, in scene che ne tratteggiano le vicissitudini e circostanze connesse quando utile dalle narrazioni degli altri personaggi.

A profondere vita all’ombra di Baker è Alessandro Averone, che si muove con misura per tutta la scena, laddove richiesto dalla circostanza barcollando lievemente in preda agli umori ed alle sostanze che agitavano il suo personaggio.

Attorno a lui altri sette attori in molteplici ruoli: Rufin Doh, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Graziano Piazza, Mauro Parrinello e Laura Pozone incarnano alla bisogna i genitori, i colleghi, gli amici.

Dirige questa completa fusione di tempi ed elementi il regista Leo Muscato.

La vicenda si dipana in senso cronologico, ma al contempo avviene in uno spazio interamente mentale: ben presto vien fatto capire che tutto quanto è già avvenuto e lo stesso protagonista è già scomparso – o tutt’al più la sta rivivendo nei suoi estremi momenti.

Le date non sono essenziali ed infatti non vengono fornite, ma vogliamo qui provare a proporne qualcuna per chi fosse interessato: infanzia nel 1939, periodo militare nel 1948, il sodalizio con Gerry Mulligan (’52-’53), un lungo tour europeo con tra altri il pianista Dick Twardzik finito in tragedia (’55-’56), i travagliati soggiorni in Europa ed il terzo matrimonio (1965), la perdita dei denti nel 1966, Il lento ritorno alle scene e la fine nel 1988.

E su tutto la crescente influenza dell’eroina, il crollo della reputazione causato dalla conseguente inaffidabilità (eccessiva perfino per un jazzista), la crisi di popolarità che ha colpito il jazz moderno.

Dalla chiave proposta dalla rappresentazione e da quanto ho letto per prepararmi alla serata, si potrebbe dire che Chet Baker aveva principalmente un problema: era nato per essere un’anima persa.

Il talento cristallino per la musica e l’aspetto di un modello lo portarono sempre più in alto finché non fu chiamato a fare uno sforzo per mantenere la sua vita sotto controllo, ma si dimostrò troppo fragile ed esitante per riuscirvi.

Baker non fu un trombettista virtuoso, un Dizzy Gilllespie: il suo fascino risiede nell’interpretazione, nell’espressione che sapeva trasmettere al suo pubblico.

Ed interrogandosi sull’apparente contrasto tra una vita caotica ed una musica misurata e cristallina, Fresu si chiede “come mai la complessità dell’uomo ed il suo apparente disordine (conflittuale?) abbiano potuto esprimersi in musica attraverso un rigore formale così logico e preciso”.

Impossibile a stabilirsi ormai, ma forse questo contrasto spiega perché un uomo che viveva la vita come una foglia in balia dei venti fosse tanto spasmodicamente attaccato alla musica: perché era l’unica zona della sua esistenza che sapesse in effetti dirigere, ove sentisse di poter essere un sé stesso scevro da quelle che sapeva crudelmente bene essere le sue mancanze.

In un momento del dramma si menziona Kierkegaard, il quale definì il poeta “un uomo infelice, che nel cuore cela profonda sofferenza, ma le cui labbra sono formate in un modo tale da far sì che appena sospiri e lamenti vi passino attraverso, prendano il suono di splendida musica”.

La scenografia di Andrea Belli è un versatile impianto con più livelli e porte, capace grazie a giochi di luce (di Alessandro Verazzi) di diventare vuoi un locale notturno (habitat naturale dei jazzisti), vuoi una scena urbana, vuoi un puro spazio mentale, il tutto lasciando un palcoscenico nel palcoscenico per i musicisti.

Il folto pubblico, tra cui chiaramente ben rappresentati gli amanti della musica, ha applaudito con calore, alcune volte al termine di momenti musicali, ma forse non quanto avrebbe voluto: Muscato, Fresu e tutta la produzione erano presenti per omaggiare il jazz, il ritmo non poteva interrompersi.

Lo affermo perché in una circostanza ho visto un attore entrare in scena durante un applauso e rivolgersi verso la sala con un piccolo gesto che invitava alla calma: come ad un concerto di musica classica, l’idea era che gli applausi fossero da tenersi per la conclusione.

Ah sì, la musica: lo spettacolo ne trabocca, è il caso di dirlo, nel testo e concretamente.

Chiunque apprezzi il jazz moderno ne sarà entusiasta, come promesso dalla statura del trio schierato per l’occasione.

Il dramma in sé (perché di dramma si tratta: un paio di battute qui e là ed il ritmo del dialogo non cambiano il tono serio del materiale) sarà d’interesse per chi ama le biografie o le storie vere: la droga e la marginalità escludono categoricamente che la serata sia leggera – questa non vuol essere una critica, tanto più che molte storie classiche, ed altrettante vite interessanti, sono del medesimo tenore.

Come da qualche parte nel mondo si sta rappresentando Re Lear, così si continuano a rivisitare le vite dei grandi anche quando il viaggio è arduo e la fine malinconica; per rimanere nel campo di Tempo di Chet, la vita di Charlie Parker raccontata da Clint Eastwood in Bird rimane forse il miglior film mai prodotto sul jazz e credo che un buon numero dei presenti stasera e le prossime sere sarà spinto ad esplorare filmati, incisioni, biografie e documentari su Chet Baker.

Il materiale è abbondante.

Paolo Fresu ed il cast di Tempo di Chet incontreranno il pubblico al teatro Sociale alle 17 e trenta di venerdì; Chet sarà nuovamente in scena venerdì 7 e sabato 8 dicembre alle venti e trenta ed ancora domenica 9 dicembre alle sedici. La rappresentazione si è conclusa alle dieci e quarantacinque.

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Spettacolo

È morto Ennio Fantastichini stroncato da una leucemia

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E’ morto a Napoli il popolare attore Ennio Fantaschini.

Era ricoverato da più di due settimane nel Reparto di Rianimazione del Policlinico della Federico II, diretto da Giuseppe Servillo, per le complicanze di una leucemia acuta promielocitica.

Per Fantastichini, 63 anni, fatali sono state le complicanze emorragiche della neoplasia ematologica di cui era affetto.

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In particolare a stroncarlo sono state le emorragie cerebrali che hanno fatto seguito a complicanze polmonari ed intestinali.

L’attore sessantatreenne nei giorni del ricovero era costantemente monitorato dal team medico del professore Giuseppe Servillo e sottoposto a cure intensive nel tentativo di farlo riprendere. Oggi a causa delle complicanze è deceduto.

Ennio Fantastichini ha alle sue spalle una carriera ricca di successi e di grandi soddisfazioni come il capolavoro di ‘Porte Aperte’, che gli ha permesso di raggiungere nel 1991 diversi premi come il ‘Ciak d’oro’, il ‘Nastro d’argento’ e il ‘Premio Felix’

Secondo figlio di un maresciallo dei Carabinieri, nel 1975 si era trasferito da Fiuggi (dove il padre comandava la locale stazione) a Roma, per studiare recitazione all’Accademia nazionale d’arte drammatica, avendo esordito all’età di 15 anni a teatro in un’opera di Samuel Beckett ed in altri spettacoli teatrali.

Nel 1982 con il film Fuori dal giorno esordisce sul grande schermo.

Recita una piccola parte nel film I soliti ignoti vent’anni dopo (1985), regia di Amanzio Todini, al fianco di Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. Nel 1988 è coprotagonista, con Laura Morante e Mario Adorf, del film I ragazzi di via Panisperna, regia di Gianni Amelio, ove interpreta Enrico Fermi.

Il suo più grande successo lo ottiene con Porte aperte (1989) di Gianni Amelio, grazie al quale, interpretando il personaggio di Tommaso Scalia accanto al suo maestro Gian Maria Volonté, riceve vari premi: Ciak d’oro 1991, Nastro d’argento (miglior attore non protagonista), European Film Awards (scoperta dell’anno) e il Premio Felix 1991.

Attore sanguigno ed incisivo, ottiene grande successo la sua interpretazione del romano prepotente con Sabrina Ferilli nel film Ferie d’agosto (1996) di Paolo Virzì, grazie al quale ottiene una nomina per il David di Donatello 1996.

Oltre ad aver interpretato numerosi film Fantastichini recita con successo nelle miniserie TV, La Piovra 7 (1997), a quella impegnata Sacco e Vanzetti (2005), in cui interpreta l’anarchico Bartolomeo Vanzetti (ruolo interpretato nel film di Montaldo proprio da Volonté), fino a quella in costume La freccia nera (2006), in cui impersona il ruolo del perfido nobile medievale Raniero.

Nel 2007 recita nel film Saturno contro di Ferzan Özpetek e nel 2008 nel lungometraggio Fortapàsc diretto da Marco Risi. Nel 2010 è diretto ancora da Ozpetek al fianco di Alessandro Preziosi, Riccardo Scamarcio ed Elena Sofia Ricci in Mine vaganti, per il quale vince il David di Donatello come miglior attore non protagonista.

Era il fratello minore dell’artista Piero Fantastichini (pittore e scultore).

Grazie a Wikipedia per le informazioni

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Spettacolo

Addio a Bernardo Bertolucci, il regista di «Ultimo tango a Parigi»

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Bernardo Bertolucci, tra i più famosi registi italiani di sempre, ricordato per film come Novecento Ultimo tango a Parigi, è morto a 77 anni.

Nel 1988 diventò il primo – e tuttora unico – italiano a vincere l’Oscar per la migliore regia per il film L’Ultimo Imperatore, kolossal sulla vita dell’imperatore cinese Pu Yi che di Oscar ne vinse in tutto nove.

Nel 2011, a Bertolucci fu assegnata anche la Palma d’Oro onoraria al Festival di Cannes. Il suo ultimo film, Io e te, era uscito nel 2012

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Bernardo, figlio del poeta e critico letterario Attilio Bertolucci, nasce nel 1941 vicino a Parma, a pochi chilometri dalla casa dove abitò Giuseppe Verdi ma, all’età di 12 anni, si trasferisce con la famiglia a Roma.

Del padre ricorda che, appena tornato dal vedere un film, chiamava il giornale e dettava allo stenografo la sua recensione per telefono “senza averla scritta prima. Dopo se la faceva rileggere e cambiava al massimo due parole”.

A soli 15 anni gira i suoi primi cortometraggi con una 16 mm presa in prestito: La teleferica, storia di tre bambini che si perdono nella foresta, e Morte di un maiale, ambientato all’interno di un mattatoio.

A Roma si iscrive alla Facoltà di Lettere Moderne (che lascerà ben presto) e nel 1962 vince il Premio Viareggio Opera Prima per il libro in versi In cerca del mistero ma il primo amore resta il cinema. In questi anni Bertolucci vive in via Carini, nel quartiere di Monteverde Vecchio. Qui conosce un suo vicino di casa molto importante, Pier Paolo Pasolini, che lo introduce nel mondo della settima arte scegliendolo come assistente alla regia per la sua prima opera, Accattone.

L’anno successivo è Bertolucci a dirigere il suo primo film, La commare secca, da un soggetto di Pasolini. Del 1964 è Prima della rivoluzione che anticipa chiaramente il ’68 e dove il protagonista è un giovane borghese iscritto al Partito comunista che si invaghisce di sua zia. Nel 1967 sarà chiamato da Sergio Leone come autore del capolavoro C’era una volta il west, mentre sei anni più tardi girerà Il conformista tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia con protagonista Jean-Louis Trintignant. Bertolucci, con questo film, vince il suo primo David di Donatello e riceve la prima nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

Il primo vero grande successo arriva nel 1972 con Ultimo tango a Parigi per la scena in cui Marlon Brando usa il burro per favorire una penetrazione anale in Maria Schneider. Bertolucci, a tal proposito, dopo la morte dell’attrice, rivelò:“L’idea è venuta a me e a Brando mentre facevamo colazione, seduti sulla moquette. A un certo punto lui ha cominciato a spalmare il burro su una baguette, subito ci siamo dati un’occhiata complice. Abbiamo deciso di non dire niente a Maria per avere una reazione più realistica, non di attrice ma di giovane donna. Lei piange, urla, si sente ferita. E in qualche modo è stata ferita perché non le avevo detto che ci sarebbe stata la scena di sodomia e questa ferita è stata utile al film”. Ma poi aggiunse:“La sua morte è arrivata prima che potessi riabbracciarla e chiederle scusa”.

Il film ottiene un enorme successo al botteghino e viene premiato con un David di Donatello, un Nastro d’argento e una nomination all’Oscar, ma entra subito nel mirino della censura. Nel 1976 la magistratura ordina la distruzione della pellicola che solo nel 1987 riceve la riabilitazione.

Un altro suo grande capolavoro è Novecento, un film con Robert De Niro, Stefania Sandrelli e Gerard Depardieu, in cui Bertolucci racconta la storia di una famiglia dalla nascita del comunismo in Emilia Romagna fino alla Liberazione.“Eravamo nel 1976, in pieno compromesso storico e mi sembrava di dover celebrare un rito, pensavo di rendere omaggio alla storia del Pci. Paese Sera, quotidiano comunista romano, organizzò un dibattito con lo storico Paolo Spriano e Giancarlo Pajetta. Alla fine del primo tempo, Pajetta, entusiasta, mi abbracciò. Poi, vedendo le immagini della Liberazione, in cui mostravo anche le vendette private, i processi popolari contro i fascisti, si alzò furioso e se ne andò gridando: mi rifiuto di partecipare”, ricorderà in seguito Bertolucci che ringrazierà soltanto Walter Veltroni, all’epoca leader della Fgci, per averlo sostenuto. “Da allora, – dirà con rammarico – la mia tessera del Pci, presa nel 1969 contro l’estremismo filocinese dell’estrema sinistra, proprio nel momento in cui ci fu la rottura del partito con il gruppo del Manifesto, si è andata via via scolorendo… Alla metà degli anni Ottanta ho smesso di rinnovarla, non ero un militante, ho iniziato a vivere più all’estero che qui”.

Nel 1988 Bertolucci gira L’Ultimo Imperatore, un kolossal girato in Cina che ottiene un enorme riscontro sia di pubblico sia di critica. I premi vinti sono numerosissimi, soprattutto agli Oscar con 9 nomination ricevute e 9 statuette portate a casa, tra cui quelli come miglior regia e miglior sceneggiatura. Poi ci sono 9 David di Donatello, 4 Golden Globe, 4 Nastri d’Argento e 3 premi Bafta.

Il film nasce per il grande amore per l’Oriente che Bertolucci scopre negli anni ’80 dopo aver girato vari Paesi come la Thailandia, il Giappone e la Cina. “Tempo dopo – racconterà in una delle sue tante interviste – il produttore Franco Giovalè mi diede da leggere il libro Da imperatore a cittadino, autobiografia presunta dell’ultimo imperatore cinese. Io avevo appena riletto La condizione umana di Malraux che si svolge nella Shangai del ’27. Con questi due progetti volai nell’84 in Cina: primo impatto con la città proibita, e da lì innamoramento assoluto”. “Negli anni ’80 – aggiungerà – avevo deciso di allontanarmi da un’Italia che mi sembrava iniziasse a essere molto corrotta. La Cina è stata un altrove in cui ho amato perdermi, e subito dopo venne l’altrove del Sahara di Il tè nel deserto (1990 ndr), e l’altrove del buddismo e dell’India di Piccolo Buddha (1993). Questi tre film sono legati dal bisogno di evadere dalla realtà del mio paese che in quel momento non mi piaceva”.

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