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Spettacolo

Terence Hill a Trento per ricevere un premio alla carriera

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Terence Hill, al secolo Mario Girotti, è in Trentino per presentare il suo nuovo film “Il mio nome è Thomas”, proiettato nell’ambito della 21/a edizione del Religion Today Film Festival, dal quale riceverà oggi a Trento il premio alla carriera.

“Sul mio film – dice l’attore – non mi sento di dire molto, ma posso solo sottolineare che la televisione è bellissima anche se molto complessa. Ho dovuto scegliere se continuare con ‘Un passo dal cielo’ o ‘Don Matteo’, preferendo quest’ultimo, proprio perché tante riprese significano poco tempo da dedicare alla famiglia”.

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“Ricordo ancora la prima scena che ho girato in compagnia di Bud Spencer: non mi diedero nemmeno un copione, quindi inizialmente mi rifiutai”, dice Terence Hill.

“Poi mi dissero che avremmo cominciato con il prenderci a botte e se ci ripenso non posso che sorridere”.

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Spettacolo

“Capitali trentini”, Gioia Libardoni da Levico al cinema di Hollywood

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l progetto “Capitali trentini – Trentino Global Network”, coordinato dall’Ufficio emigrazione della Provincia, ha fatto tappa ieri alla Biblioteca comunale di via Roma, a Trento, per un incontro con un ospite d’eccezione. Gioia Libardoni, trentina di Levico Terme, oggi negli Stati Uniti, a Hollywood, nella duplice veste di attrice e filmaker. (altro…)

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Spettacolo

‘Nuda e cruda’ di e con Anna Mazzamauro sabato 15 dicembre a Brentonico

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Nuda e cruda ha ottenuto così tanti successi da potersi considerare un vero e proprio cavallo di battaglia per Anna Mazzamauro, che in questo spettacolo esorta il pubblico a spogliarsi dei ricordi cattivi, degli amori sbagliati, dei tabù del sesso, a liberarsi dalla paura della vecchiaia, ad esibire la propria diversità attraverso risate purificatrici.

Uno spettacolo sagace e liberatorio, insolente e mite, audace e timido, ridanciano e impegnato che trova nei vari dislivelli emotivi l’energia teatrale e coinvolgente per magnetizzare il pubblico e condurlo all’interno dello spettacolo e all’interno di sé stesso senza filtri inibitori, senza ombre protettrici.

«La Mazzamauro racconta di sé, della vita e degli esordi cinematografici, prendendo spunto dalla bruttezza. In proposito, risultano molto divertenti il ricordo dell’incontro fatale con Luciano Salce e quello con la truccatrice sul set.

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È una confessione pubblica, questa, in cui la protagonista si spoglia interiormente dei complessi, butta via la maschera, si prende in giro (perché l’autoironia è l’unica medicina), si libera di tutti quei pregiudizi borghesi ricevuti, da cui noi, ipocritamente, pensiamo di essere liberi e che invece, proprio a causa della loro sotterranea presenza, rendono questa confessione così forte, dura.

Insomma, la Mazzamauro si mostra per ciò che è, come recita esemplarmente il titolo, Nuda e cruda. La Mazzamauro, però, si spinge oltre il semplice racconto autobiografico: interpreta personaggi, canta e accenna qualche passo di danza. È qui che emergono, in modo evidente, la bravura teatrale e la profondità artistica della poliedrica attrice.

In particolare, sono un pugno nello stomaco il personaggio della massaia a cui hanno ucciso la figlia (dedicato alla madre di Melania Rea), quello della devota che prega Maria, e il bellissimo episodio di una Magnani abbandonata che, in una scena notturna e casalinga, tenta di riconquistare al telefono il cuore ormai lontano di Roberto Rossellini» (Andrea Pierantoni).

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Spettacolo

«Tempo di Chet» al teatro Sociale: la forza centripeta dell’abisso

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Ancora per tre giorni, fino a domenica, al teatro Sociale si rappresenta Tempo di Chet – la versione di Chet Baker, scritto da Leo Muscato e Paola Perini e prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano.

Si tratta di un atto unico, la cui peculiarità è di essere accompagnato dal vivo da un trio jazz composto dal luminare Paolo Fresu (tromba e flicorno), Dino Rubino (piano) e Marco Bardoscia (contrabbasso).

Paolo Fresu ha dimostrato più e più volte il suo legame con Baker: già nel 2001 aveva inciso (con Rava, Bollani ed altri) un bell’album tributo all’artista statunitense, Shades of Chet, e più recentemente, nel 2014, ha fornito il testo per accompagnare le foto prese da Luciano Viti in Chet & Miles (Davis, ovviamente).

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Il testo ricostruisce la complicata esistenza del trombettista e cantante, dall’infanzia sino alla drammatica conclusione ad Amsterdam, nel 1988, in scene che ne tratteggiano le vicissitudini e circostanze connesse quando utile dalle narrazioni degli altri personaggi.

A profondere vita all’ombra di Baker è Alessandro Averone, che si muove con misura per tutta la scena, laddove richiesto dalla circostanza barcollando lievemente in preda agli umori ed alle sostanze che agitavano il suo personaggio.

Attorno a lui altri sette attori in molteplici ruoli: Rufin Doh, Simone Luglio, Debora Mancini, Daniele Marmi, Graziano Piazza, Mauro Parrinello e Laura Pozone incarnano alla bisogna i genitori, i colleghi, gli amici.

Dirige questa completa fusione di tempi ed elementi il regista Leo Muscato.

La vicenda si dipana in senso cronologico, ma al contempo avviene in uno spazio interamente mentale: ben presto vien fatto capire che tutto quanto è già avvenuto e lo stesso protagonista è già scomparso – o tutt’al più la sta rivivendo nei suoi estremi momenti.

Le date non sono essenziali ed infatti non vengono fornite, ma vogliamo qui provare a proporne qualcuna per chi fosse interessato: infanzia nel 1939, periodo militare nel 1948, il sodalizio con Gerry Mulligan (’52-’53), un lungo tour europeo con tra altri il pianista Dick Twardzik finito in tragedia (’55-’56), i travagliati soggiorni in Europa ed il terzo matrimonio (1965), la perdita dei denti nel 1966, Il lento ritorno alle scene e la fine nel 1988.

E su tutto la crescente influenza dell’eroina, il crollo della reputazione causato dalla conseguente inaffidabilità (eccessiva perfino per un jazzista), la crisi di popolarità che ha colpito il jazz moderno.

Dalla chiave proposta dalla rappresentazione e da quanto ho letto per prepararmi alla serata, si potrebbe dire che Chet Baker aveva principalmente un problema: era nato per essere un’anima persa.

Il talento cristallino per la musica e l’aspetto di un modello lo portarono sempre più in alto finché non fu chiamato a fare uno sforzo per mantenere la sua vita sotto controllo, ma si dimostrò troppo fragile ed esitante per riuscirvi.

Baker non fu un trombettista virtuoso, un Dizzy Gilllespie: il suo fascino risiede nell’interpretazione, nell’espressione che sapeva trasmettere al suo pubblico.

Ed interrogandosi sull’apparente contrasto tra una vita caotica ed una musica misurata e cristallina, Fresu si chiede “come mai la complessità dell’uomo ed il suo apparente disordine (conflittuale?) abbiano potuto esprimersi in musica attraverso un rigore formale così logico e preciso”.

Impossibile a stabilirsi ormai, ma forse questo contrasto spiega perché un uomo che viveva la vita come una foglia in balia dei venti fosse tanto spasmodicamente attaccato alla musica: perché era l’unica zona della sua esistenza che sapesse in effetti dirigere, ove sentisse di poter essere un sé stesso scevro da quelle che sapeva crudelmente bene essere le sue mancanze.

In un momento del dramma si menziona Kierkegaard, il quale definì il poeta “un uomo infelice, che nel cuore cela profonda sofferenza, ma le cui labbra sono formate in un modo tale da far sì che appena sospiri e lamenti vi passino attraverso, prendano il suono di splendida musica”.

La scenografia di Andrea Belli è un versatile impianto con più livelli e porte, capace grazie a giochi di luce (di Alessandro Verazzi) di diventare vuoi un locale notturno (habitat naturale dei jazzisti), vuoi una scena urbana, vuoi un puro spazio mentale, il tutto lasciando un palcoscenico nel palcoscenico per i musicisti.

Il folto pubblico, tra cui chiaramente ben rappresentati gli amanti della musica, ha applaudito con calore, alcune volte al termine di momenti musicali, ma forse non quanto avrebbe voluto: Muscato, Fresu e tutta la produzione erano presenti per omaggiare il jazz, il ritmo non poteva interrompersi.

Lo affermo perché in una circostanza ho visto un attore entrare in scena durante un applauso e rivolgersi verso la sala con un piccolo gesto che invitava alla calma: come ad un concerto di musica classica, l’idea era che gli applausi fossero da tenersi per la conclusione.

Ah sì, la musica: lo spettacolo ne trabocca, è il caso di dirlo, nel testo e concretamente.

Chiunque apprezzi il jazz moderno ne sarà entusiasta, come promesso dalla statura del trio schierato per l’occasione.

Il dramma in sé (perché di dramma si tratta: un paio di battute qui e là ed il ritmo del dialogo non cambiano il tono serio del materiale) sarà d’interesse per chi ama le biografie o le storie vere: la droga e la marginalità escludono categoricamente che la serata sia leggera – questa non vuol essere una critica, tanto più che molte storie classiche, ed altrettante vite interessanti, sono del medesimo tenore.

Come da qualche parte nel mondo si sta rappresentando Re Lear, così si continuano a rivisitare le vite dei grandi anche quando il viaggio è arduo e la fine malinconica; per rimanere nel campo di Tempo di Chet, la vita di Charlie Parker raccontata da Clint Eastwood in Bird rimane forse il miglior film mai prodotto sul jazz e credo che un buon numero dei presenti stasera e le prossime sere sarà spinto ad esplorare filmati, incisioni, biografie e documentari su Chet Baker.

Il materiale è abbondante.

Paolo Fresu ed il cast di Tempo di Chet incontreranno il pubblico al teatro Sociale alle 17 e trenta di venerdì; Chet sarà nuovamente in scena venerdì 7 e sabato 8 dicembre alle venti e trenta ed ancora domenica 9 dicembre alle sedici. La rappresentazione si è conclusa alle dieci e quarantacinque.

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