Connect with us
Pubblicità

Benessere e Salute

L’autismo e la proteina CCL17: un nuovo studio tedesco

Pubblicato

-

L’università di Bonn ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio che potrebbero spiegare l’insorgenza dell’autismo a causa di una infezione o di una reazione allergica nella prima infanzia (fonti).

La proteina chemiotattica CCL17 attrae le cellule immunitarie dove sono necessarie. I medici dicono che un alto livello di questa sostanza nel corpo indica una reazione allergica. Un team di scienziati guidato dall’università di Bonn ha scoperto una funzione completamente nuova: la CCL17 influenza anche la trasmissione dei segnali nel cervello e potrebbe avere un legame molecolare con l’autismo. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Glia.

Le citochine chemiotattiche, ossia le chemochine, segnalano le proteine ​​che agiscono come attrattive e assicurano la migrazione delle cellule immunitarie dal flusso sanguigno ai tessuti. La chemochina CCL17 è nota per aumentare l’infiammazione ed è associata a malattie allergiche. Un alto livello di CCL17 nel sangue è considerato dai medici un marker diagnostico di reazioni allergiche in corso come, ad esempio, l’eczema atopico.

Pubblicità
Pubblicità

Più la ricerca sulle chemochine progredisce, più funzioni ad esse associate vengono scoperte. Un precedente studio congiunto delle università di Münster e Bonn ha già dimostrato che gli animali con un difetto nei ricettori ormonali della CCL17 hanno problemi comportamentali: ad esempio, non sono in grado di costruire nidi adeguati come i loro compagni normalmente sviluppati.

«Questi cambiamenti comportamentali hanno indicato che la CCL17 non interessa solo il sistema immunitario ma forse anche il cervello», spiega l’autore dello studio, la prof. Irmgard Förster del LIMES Institute presso l’Università di Bonn, che è anche membro del Cluster of Excellence “ImmunoSensation”.

«Se c’è una tale connessione, quali cellule del cervello producono CCL17?» Su questa domanda è stato condotto lo studio dei dott. Lorenz Fülle e Irmgard Förster (nella foto, courtesy of Uni Bonn, con Nina Offermann rispettivamente a centro e a destra), assieme agli scienziati dell’Istituto di neuroscienze cellulari del prof. Christian Henneberger, alla dott.ssa Annett Halle del Centro tedesco per le Malattie Neurodegenerative (DZNE) e alla dott.ssa Judith Alferink dell’università di Münster.

Attraverso una modifica genetica, i ricercatori hanno accoppiato al rilascio di CCL17 la produzione di un colorante fluorescente che illuminava tutte le cellule che producono la chemochina. Gli scienziati hanno inoltre stimolato la produzione di CCL17 simulando un’infezione utilizzando una sostanza contenuta nelle membrane cellulari batteriche.

Pubblicità
Pubblicità

I siti di produzione delle chemochine nel cervello erano quindi chiaramente visibili al microscopio. «La CCL17 è prodotta principalmente dai neuroni dell’ippocampo», afferma l’autore principale Lorenz Fülle. Questa struttura, che ha la forma di un cavalluccio marino, è presente sul lato destro e sinistro del cervello e svolge una funzione importante per l’orientamento e per la formazione della memoria.

Successivamente, gli scienziati hanno bloccato il gene per la produzione di CCL17 e ne hanno osservato l’effetto. In assenza della chemochina, le cellule microgliali nel modello murino erano significativamente più piccole ed erano presenti solo in quantità dimezzata rispetto a quelle degli animali di controllo non trattati.

Le cellule della microglia sono da tempo note come cellule immunitarie del cervello, ed assumono il ruolo di “guardiani della salute” occupandosi dello smaltimento di detriti cellulari ed agenti infettivi. Nel frattempo, è stato dimostrato che queste “cellule spazzino” supportano direttamente il lavoro dei neuroni indipendentemente dalla loro attività fagocitaria.

Per studiare l’effetto della CCL17 sulla funzione dei neuroni, gli scienziati del laboratorio del prof. Christian Henneberger dell’Istituto di Neuroscienze Cellulari (Università di Bonn Medical School) hanno esaminato i segnali neuronali nel cervello.

Henneberger dice: «Gli esperimenti indicano che la CCL17 attenua la trasmissione del segnale nella regione ippocampale del cervello». Mentre Förster conclude: «Poiché l’autismo nell’uomo è anche associato a livelli elevati di CCL17 nel sangue, la CCL17 potrebbe avere un ruolo in questo disturbo dello sviluppo, ad esempio a causa di un’infezione o di una reazione allergica nella prima infanzia. Ma finora queste sono solo speculazioni. Gli effetti esatti della CCL17 devono ancora essere dimostrati da ulteriori ricerche».

A cura di Mario Amendola

Pubblicità
Pubblicità

Benessere e Salute

Mele e salute: meno colesterolo con due Renette Canada al giorno

Pubblicato

-

Non una, ma due mele al giorno sono sufficienti a ridurre i livelli plasmatici di colesterolo, importante biomarcatore di patologie cardiovascolari.

A rivelarlo è una ricerca condotta da Fondazione Edmund Mach di San Michele dell’Adige e Università di Reading (Regno Unito), in collaborazione con l’Università di Trento, che ha portato avanti uno studio umano di nutrizione da poco pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition.

La ricerca ha studiato l’effetto del consumo giornaliero di mele Renetta Canada coltivate in Trentino, una varietà particolarmente ricca di fibre e di proantocianidine, ovvero una classe di polifenoli con molti effetti benefici sulla salute, noti per la capacità di contrastare il colesterolo cattivo LDL e di promuovere così la salute cardiovascolare.

Pubblicità
Pubblicità

Lo studio ha coinvolto 40 soggetti volontari con lieve ipercolesterolemia ossia livelli leggermente alti di colesterolo nel sangue, che hanno partecipato allo studio di nutrizione clinica svoltosi presso la Hugh Sinclair Unit of Human Nutrition dell’Università di Reading (Regno Unito), consumando due mele al giorno, fornite dal Consorzio Melinda, per otto settimane o il succo di mela impoverito ovvero privato delle benefiche fibre e dei polifenoli antiossidanti, come controllo.

Al termine delle otto settimane i ricercatori hanno misurato vari parametri chiave per malattie cardiovascolari, inclusi la glicemia, l’insulinemia, la lipidemia e la funzionalità di vene e arterie. Le analisi hanno dimostrato una diminuzione significativa del 4% dei livelli di colesterolo totale e anche del cosiddetto “colesterolo cattivo LDL” dopo consumo cronico di mele.

Tale diminuzione, seppur moderata rispetto a quella ottenibile con farmaci mirati contro l’ipercolesterolemia, quali le statine, è comunque significativa e porta a considerare il consumo di alimenti sani, come la mela, un buon mezzo di prevenzione da malattie cardiovascolari. Lo stesso effetto non è stato riscontrato dopo l’assunzione di succo di mela impoverito.

Secondo i ricercatori autori di questo studio gli effetti benefici delle mele potrebbero essere legati, tra le altre cose, all’alto contenuto di fibre, un elemento che si perde spesso nella lavorazione delle mele per ottenere i succhi di frutta, ma anche ai polifenoli che probabilmente esplicano i loro effetti benefici interagendo con il microbiota intestinale, l’insieme di batteri residenti nel nostro intestino.

Pubblicità
Pubblicità

Il Dipartimento qualità alimentare e nutrizione della Fondazione Edmund Mach, dotato di strumentazione all’avanguardia (ad es° intestino artificiale, metabolomica) per lo studio degli effetti del microbiota intestinale sul metabolismo umano, è impegnato a capire esattamente quali sono i nutrienti delle mela responsabili di questi effetti.

In Trentino la Renetta Canada è una varietà coltivata da secoli nelle Valli di Non e di Sole, dove ha trovato il suo habitat ideale, per questo oltre il 90% della produzione italiana è ottenuta in tale areale. Grazie a questa lunga storia, testimoniata da una nutrita serie di documentazioni, la varietà ha ricevuto nell’anno 2003 il riconoscimento della D.O.P. (Denominazione di Origine Protetta) da parte della Comunità Europea.

Attualmente nelle valli del Noce è coltivata su circa 500 ettari, nei terreni più vocati situati tra i 400 e 700 m s.l.m.: in queste situazioni la Renetta C. esprime al meglio le sue caratteristiche (buccia leggermente rugginosa, ideale rapporto zuccheri/acidità, polpa morbida e profumata, ottima conservabilità).

Pubblicità
Pubblicità

Continua a leggere

Benessere

Nel 2020 tornate a usare carta e penna: fa bene alla mente

Pubblicato

-

Computer e tastiere hanno ormai preso il sopravvento su diari, fogli bianchi e penne. Ma è davvero un bene?

Scrivere a computer è veloce ed immediato, ma tende ad interrompere tutta quella serie di meccanismi che vanno a creare la “cura della scrittura”. Tramite PC è più difficile riuscire a raccogliere ed analizzare le proprie emozioni, mentre quando ci si trova davanti ad una pagina vuota con una penna in mano, la mente umana riesce a districarsi con più facilità in quell’intricato nodo di emozioni e pensieri che frullano dentro la testa di ognuno di noi.

L’ideale, sarebbe riuscire a ritagliarci 10-15 minuti al giorno per raccogliere le nostre idee e scriverle a mano: i benefici ricavati sarebbero immediati. 

Meno stress, meno pressione e più leggerezza. Anche un disegno a margine di appunti o quaderni può rivelarsi utile per rilassare la mente tra una lezione e l’altra o durante qualche meeting.

Secondo numerosi studi, anche l’area dell’apprendimento ricaverebbe numerosi benefici dalla scrittura a mano: colori, schemi e parole chiave scritte di proprio pugno hanno un altro valore rispetto allo schiacciare i tasti della propria tastiera: quell’organizzazione, quei colori e quelle frasi vengono spesso scritte di getto, così come le pensiamo, aiutandoci poi a memorizzarle al meglio quando le rileggiamo o quando ci mettiamo a studiare quel preciso argomento.

Insomma, anche se a computer tutto sembra più facile e veloce, il background di emozioni umane sembra perdersi nei contorni di una pagina immaginaria, mentre la lenta scrittura a mano ci mantiene fissi nel mondo reale, stimolando la nostra creatività e portandoci a fronteggiare più concretamente ogni nostro pensiero sia positivo che negativo. 

Questo 2020 può rivelarsi una sorpresa: in fin dei conti, mentre i file di un computer possono essere sempre recuperati, lo stesso non si può dire di un quaderno o di un diario. Se proprio vogliamo mantenere privato quello che riportiamo su carta, lo possiamo sempre distruggere bruciandolo o facendo a pezzi le pagine.

L’importante, infatti, non è rileggere e rimuginare su quanto scritto, ma su quello che stavamo provando mentre lo stavamo scrivendo, in compagnia del nostro solo inconscio.

Continua a leggere

Benessere e Salute

Alitosi, da cosa può dipendere? I rimedi naturali, dall’alimentazione alle cattive abitudini

Pubblicato

-

Esistono diverse patologie che possono metterci in crisi e avere delle ricadute anche sulla nostra vita sociale.

Vi basti pensare alle problematiche epidermiche come la psoriasi o, caso che vedremo oggi, all’alitosi.

Questa problematica può complicare molti aspetti della vita quotidiana, mettendoci in difficoltà con noi stessi e anche con gli altri.

Pubblicità
Pubblicità

Ecco perché oggi scopriremo insieme da cosa può dipendere e quali sono i rimedi migliori per combattere l’alitosi, dall’alimentazione alle abitudini virtuose.

CAUSE: DALL’ALIMENTAZIONE ALLE CATTIVE ABITUDINI – Prima di tutto, a causa della digestione e del reflusso, è importante agire soprattutto sul cibo che assumiamo, per evitare di appesantire la digestione e produrre cattivi odori.

In genere da questo punto di vista sono fortemente sconsigliate le spezie forti, come il peperoncino e il curry, insieme ad altri alimenti dall’odore molto pungente come l’aglio e la cipolla. Nella nostra “not to eat list” mettiamo anche la carne rossa, il pesce, verdure come i cavoli e i cavoletti di Bruxelles, insieme agli asparagi.

Poi si passa agli altri vizi che, al di là della dieta, riguardano quelle cattive abitudini che tutti noi dovremmo evitare. Prima fra tutte il tabagismo, visto che il fumo – oltre al cattivo odore – può provocare danni ai tessuti del cavo orale e quindi dar via a episodi di alitosi.

Pubblicità
Pubblicità

Oggi esistono però delle alternative alle tradizionali sigarette che possono ridurre questi effetti negativi: stiamo parlando delle sigarette elettroniche che offrono diversi liquidi e aromi tra cui scegliere.

In questo modo si possono eliminare i cattivi odori che solitamente si attaccano anche sui vestiti e si può optare invece per un gusto gradevole, come il mentolo.

Si chiude con un altro suo acerrimo nemico, ovvero l’alcool, fra i principali responsabili dei problemi di alitosi.

RIMEDI CONTRO L’ALITO PESANTE – Per fortuna ci sono anche diversi rimedi naturali che possiamo sfruttare, per migliorare l’odore del nostro alito, senza per questo fare troppa fatica. Fra questi merita di essere citata una soluzione come quella degli olii e delle essenze naturali, e la lista abbonda di opzioni. Uno degli esempi più significativi è il tree oil, che può essere applicato sullo spazzolino da denti mixandolo con il dentifricio e permette di uccidere i batteri migliorando di conseguenza l’alito.

Altre opzioni? Si possono masticare dei chiodi di garofano ad esempio, ma anche bere una tisana o un infuso a base di erbe digestive, dato che spesso l’alito cattivo dipende proprio da problemi relativi alla fase digestiva.

Un rimedio tradizionale è poi anche il decotto al prezzemolo, da utilizzare come collutorio, insieme ad altre soluzioni naturali importanti come il tè verde o il tè nero, utili ancora una volta per le loro proprietà battericide di queste bevande.

In conclusione, fra vizi, cibo e rimedi di madre natura, abbiamo molte opportunità per combattere l’alitosi.

Pubblicità
Pubblicità

Continua a leggere
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità

Archivi

  • Pubblicità
    Pubblicità

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Categorie

di tendenza