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Gastronomia Trascendentale

A pranzo con Rossini – di Diletto Sapori

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«Mangiare e amare, cantare e digerire: questi sono in verità i quattro atti di questa opera buffa che si chiama vita e che svanisce come la schiuma d’una bottiglia di champagne. Chi la lascia fuggire senza averne goduto è un pazzo.» (Gioachino Rossini)

Carissimi amici, compagni di vere merende e non di squallide altre paccianiane, credo che molti di voi già sappiano che il grande compositore Gioachino Rossini, di cui quest’anno ricorre il 150° dalla dipartita, era forse più convinto del suo cibo che della sua musica.

Ah, miei cari! Sempre Diletto deve spiegare che la cucina è trascendenza, sempre il vostro miglior commensale (virtuale e non) Sapori deve ricordare che il gusto è da intendere come mappa astrale, che aiuta a scoprire costellazioni antiche o nuovi mondi.

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Sappiate che mi ergerò parte civile nel processo, sempre aperto nel tribunale del (buon!) gusto e del convivio, contro il Mostro di Firenze, a causa del quale la locuzione “compagni di merenda” è stata espropriata, dotata di torvi significati di comunanze grottesche e sataniche, di morte e di violenza inaudita, anziché di gioiosi intermezzi alimentari.

Mai fu così a Firenze e dintorni per un panino col lampredotto, signora merenda gigliata, mai così per i manicaretti che a ogni ora del giorno il grandissimo Maestro Rossini preparava per i suoi amici, fino alle mitiche 14 portate dei suoi banchetti nella villa di Passy

A chi non crede a questo ecumenico principio del Sapori, non resta che la vergogna: Diletto afferma con sicurezza che il viaggio del convivio non è quello del mangiare, ma il mangiare ne è pretesto, e viene utilizzato al semplice scopo di fare società, non foss’altro che di fare sopravvivere l’umano consorzio con vari e articolati espedienti calorici.

Ecco, allora, la vera “buona tavola” e il non prendersi troppo sul serio, grandi insegnamenti del grand’uomo Rossini.

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Rossini vive, Rossini soffre malattie e depressioni sempre ironizzando, ma Rossini cucina per i suoi amici e per le persone a cui vuol bene.

Rossini, il maestro di cento e una sonata (se ne contano 133, di cui 42 opere), vuole far bene a chi lo contorna e gli offre manicaretti prelibati…

E se qualcuno è da lui, come il giovane trentenne Richard Wagner, per capire le vie del successo, lui se ne dimentica, e cucina, cucina i suoi tournedos, pensando dentro la sua anima gioviale di mattatore benefico che il gusto è messaggio, e che il messaggio è società.

Prendete, sembra dire sempre, siam qui per far fiorire il bene e combattere la bulimia, sia essa di cibo, denaro, potere o successo.

Rossini francescano, Rossini molto sobrio?

No, questo non si può proprio dire, ma dirlo distante dalla materialità volgare, dall’aggiottaggio feroce, dall’ingordigia questo sì.

E non è un paradosso: cucinare bene, creare occasione di dibattito e confronto profondo a partire da accostamenti alimentari signorili o arditi, ben sapendolo, è azione angelica.

Che vuol dire sempre allargare l’area del bene e allontanare la guerra. Indiscutibile la profondità del personaggio: indiscutibile proprio per la qualità eccezionale della sua produzione musicale.

Con essa, Rossini ha segnato il suo tempo e un’epoca della musica umana, l’epoca della melodia, con quell’apparente ripetizione che in realtà è continua sperimentazione a tema, preziosa, variegata modulazione in attesa del contrasto romantico, quasi a invocarlo.

Qui sì c’è ansia e un pizzico di angoscia, in Gioachino nostro…

Ed ecco allora il bisogno di sorridere con la musica (“Il barbiere di Siviglia”, piatto forte del menù Rossini Opera Festival del 150° e “Adina”, ottime entrambe) e di rinfrancarsi con la cucina.

Ecco perché non è sbagliato dilungarsi sul come la mente del Maestro Rossini agisse in rapporto alla cucina, sul come una filosofia gastronomica di prim’ordine seguisse l’arte del grande pesarese.

Rossini, come ogni italiano, trova nel suo territorio d’origine una bella gamma di eccellenze gastronomiche di riferimento, anche se forse non educate come in Francia.

Ancor’oggi ottimo pesce dal piccolo porto prende la strada della panoramica verso Gabicce per rendersi disponibile in ristoranti dal target differente, oppure del lungo mare per giungere nelle cucine di alcuni alberghi.

Roberto Signorini, bravo albergatore pesarese, rossiniano nel gusto, spiega come l’accoglienza sia molto importante e anche la cucina abbia il suo grande peso, dal momento che l’immagine della città e di tutte le sue attività, ricettive e di ristorazione, sono in qualche modo legate a Rossini.

Ma c’è anche chi spudoratamente gli ha affibbiato una pizza.

Credo che Rossini rivoltandosi nella tomba, l’abbia maledetto, constatata la ricetta: che fredda maionese e uova sode possano gravare il celeberrimo disco bollente è davvero una trovata buffa…

E per fortuna che c’è chi, sull’onda della familiarità nella ricerca gastronomica connessa sempre al Maestro, riscatta, con magistralità, questo peccato: Paolo Severi di Farina studia con attenzione il mondo innovativo della pizza ne produce di davvero speciali, onorando, lui sì, il gusto del Maestro e la sua civiltà gastronomica.

L’amore per il tartufo giunge a Rossini dalla non lontana Ascoli, ma il profumatissimo tubero (versione nera) era penetrato nella cucina francese già dai tempi di Caterina de’ Medici, sposa a Enrico II re di Francia.

Da lì nasce il concetto di cucina internazionale che vede tre secoli dopo Marie Antoine Carême, affermarsi quale primo grande chef dei grandi d’Europa.

È lui che al Congresso di Vienna interpreta gastronomicamente gli animi che si spartivano il corpo malconcio dell’Europa ex napoleonica.

E in lui, Gioachino trova i segni di quel familiare savoir faire coi fornelli che la cucina italiana (fiorentina in particolare) aveva lasciato nella grande francese. Il tartufo sarebbe già quello francese del Perigord, ma Gioachino insiste con quello di Ascoli…

Carême e Rossini si conoscono da tempo e il compositore, che vive ormai a Parigi, è molto esigente.

Dice lo chef dei re: “Rossini si fa mandare i tartufi e le olive da Ascoli, il panettone da Milano, i maccheroni da Napoli, gli stracchini e il gorgonzola dalla Lombardia, la mortadella, i tortellini e ‘il cappello del prete’ da Bologna, il prosciutto da Siviglia, i formaggi piccanti dall’Inghilterra, la crema di nocciole da Marsiglia...”.

Carême stravede per lui e quando il suo “Guillaume Tell” viene rappresentato per la prima volta, l’amico chef gli prepara una enorme torta di mele con al centro una mela infilzata da una freccia di zucchero.

Ma poi si spegne il 12 gennaio del 1833, a 50 anni, lasciando Gioachino vedovo di un quanto mai vero ed elevato compagno di merende.

Dite allora, cari amici, dite al vostro Diletto se questa storia di Rossini e Carême non è proprio… Gastronomia Trascendentale!

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Gastronomia Trascendentale

La minestra di pesce in brodo ha la sua capitale mondiale. A Fano il XVII Festival internazionale del brodetto

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E lasciatemi divertire!”, diceva il poeta Aldo Palazzeschi riguardo a chi, come i poeti, mettono l’anima in ciò che fanno e magari non sono capiti

Carissimi lettori, voi forse anche non capite il gravosissimo peso umano di chiamarsi Diletto Sapori, ed essere, non per vostra scelta ma per volontà di prepotenti genitori (ché la mamma mi volle Diletto, mentre il padre si chiamava Sapori), costretto, vita natural durante, a dilettarsi di sapori…

Quindi la fatica di affrontare un intero festival di un unico (ma è davvero unico?) cibo: il brodetto abruzzese, veneto e marchigiano, caciucco livornese o viareggino, buillabaisse a Marsiglia, ciuppin o buridda a Genova, la zuppa di pesce alla siciliana, alla crotoniate, alla gallipolina, la ghiotta alla trapanese, la quatara di Porto Cesareo, la zuppa alla portoghese con il granchio, e poi all’irlandese e alla russa, o il suquet all’andalusa e alla catalana dove il pesce prima viene fritto, o ancora la bisque francese, la dashi (Giappone), la fanesca (Ecuador), l’halászlé (Ungheria), l’ucha (Russia), la waterzooi delle Fiandre…

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Abbiate pietà, vi prego, amici di lettura: capite l’immane sofferenza del vostro Diletto?

Ma se questo è il mio destino, e virilmente l’accettassi, non resterebbe che renderlo utile a tutti, che almeno il mio… sacrificio, serva ad altri!

Veniamo, allora, a questo tappa della mia Via Crucis. Credevo che, come gli altri anni, il Festival del Brodetto si sarebbe svolto a Fano in settembre e, con l’intenzione di distrarmi da acuti impegni con le cucine emiliane, tra la sublime Clinica Gastronomica di Arnaldo (e il suo firmamento più che semisecolare di stelle Michelin) e l’eroismo del padre dei ristoratori bolognesi Palmirani nel salvare il suo Diana (dopo l’aggressione dei cotonari, che gli rubarono la vetrina), fuggii in incognito, usando il nome di Sergio Bevilacqua, nella ridente costa fanese.

Ah! Nessun impegno, finalmente! Il festival a settembre…: solo il mare e il cielo, il sole e, preziosissimo, l’anonimato!

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Macché! Cartelloni mi assalirono già all’uscita dell’autostrada: il Festival mi aveva seguito e, per non darmi respiro, mi si era presentato in luglio, dal 4 al 7. Destino!

Ed eccomi nuovamente di fronte all’obbligo ereditario: dilettarmi di sapori. Una maledizione.

Feci allora, come spesso, buon viso a “cattiva” (si fa per dire…) sorte, e m’immersi nei miei doveri di cronaca gastronomica trascendentale.

Come sempre accade trovai aiuti, e cito i primi che la memoria mi propone: Otello Renzi, stupendo poeta del “sommelierato” e non solo, che ha curato la presentazione dei diversi Bianchello del Metauro che la “regìa” aveva disposto di abbinare ai 9 (nove) brodetti presentati, autore di un bellissimo libello di poesia enologica (insieme con Davide Eusebi, “Vini veri.

Viaggio nei sensi sulle orme di Mario Soldati”) e i due conduttori Notari e Quaranta, il primo carne viva e passione, il secondo una macchina di coscienza gastronomica, efficiente motore di concetti culinari e cultura alimentare.

Ma vediamo i protagonisti:

  1. Giorgio Barchiesi, alias Giorgione, con un brodetto che è servito da ouverture alla kermesse;

  2. Stefano Ciotti, patron di un ristorante pesarese finalmente suo, dove la qualità gastronomica si sposa con il perfezionismo di un locale calibrato nei materiali e quindi nell’esperienza conviviale, spostata su livelli molto virtuosi e sofisticati, con il “Nostrano” di Pesaro, stellato;

  3. Carmelo Carnevale, simpatico siciliano ambasciatore di tradizione e creatività italiana a Londra;

  4. Flavio Cerioni, fanese d.o.c., immancabile giocatore di casa, benché pedinato dalla grande qualità del brodetto fanese del ristorante Mosquito, non presente al Festival;

  5. Fabio Giorgini di Porto Recanati, coraggioso sfidante in duello del precedente;

  6. Jean Pierre Soria, brodettista alla vastese, in bianco col pomodoro fresco;

  7. Giorgio da Forno, punta di diamante della grande tradizione di pesce della laguna maranese;

  8. Andrea Mainardi, un simpaticone allenatosi in Tivù, conosciuto come Chef Maina, lucidissimo e sapiente;

  9. Daniel Canzian, ora milanese, ma vecchia conoscenza della montagna veneta, tra il Dolada e il Tivoli di Cortina d’Ampezzo.

Doveroso elenco: con gl’innesti d’entroterra tardo veneziano, come Mainardi di Bergamo ove il Leone di Venezia ruggiva agli Sforza, e Canzian neo milanese ma cresciuto sulle più belle Alpi dolomitiche cortinesi e dintorni, il Festival 2019 ha presentato una carrellata davvero esauriente del vero e proprio “brodetto”, nome diffuso in Adriatico per indicare la minestra di pesce in brodo, cioè quel piatto basato su un elemento liquido di base che lega pesci diversi (scelti, trovati, rimasti a seconda delle ricette e delle storie) e che si può presentare rosso (col pomodoro, ad esempio la conserva nel fanese) o bianco, come nel vastese.

Al di là dell’ex Golfo di Venezia, che condiziona l’identica definizione di “brodetto” che regge dal Friuli a Brindisi, la minestra di pesce cambia nome: “zuppa”, con un richiamo immediato alle fette di pane raffermo o anche leggermente croccante che s’inzuppano nel liquido generato dalla cottura e dalla manifattura, “cacciucco” che sembra derivare dal termine turco küçük, (che significa ‘di piccole dimensioni’), in riferimento ai piccoli pezzetti di pesce che compongono la zuppa, oppure, non senza problemi semantici, dallo spagnolo cachuco, nome di una specie di dentice, usato anche per indicare genericamente il pesce, e ci fermiamo, anche perché, come accennato sopra, da Genova al Portogallo e alla Russia la lista sarebbe lunga.

E veniamo a noi, ai brodetti del XVII festival di Fano: riporto le impressioni di questo ciclo importante, soffermandomi sugli elementi più importanti emersi. Il primo a memoria è l’ottimo uso delle spezie e degli aromi, e in particolare dello zafferano, nel brodetto di Giorgini di Porto Recanati.

Il secondo è il generoso consiglio di Mainardi nella cottura della pasta di farine nobili “risottata” (mia definizione) cioè come un risotto, aggiungendo progressivamente liquidi (acqua, brodi, liquidi anche acidificanti come vino e aceti), in modo da non disperderne gli amidi, per ottenere cremosità, gusto del cereale e, alla fine, anche dell’accostamento ittico, ideale per i pesci di gusto delicatissimo.

Proviene da varie fonti delle 9 suddette la importanza dello scorfano, con la sua frammista natura di pesce-crosataceo. Stefano Ciotti insiste sulle cotture differenziate dei diversi tipi di pesce, saggio principio da applicare sempre.

Purtroppo, Daniel Canzian non viene ed è rappresentato con un poco di timidezza da due validi collaboratori che non lasciano molta impressione, mentre lui è un cuoco di grande carattere e di notevole esperienza di palati fini.

L’elemento internazionale, in questa edizione 2019, è lasciato al bravo Carmelo Carnevale, siciliano e portabandiera delle minestre di pesce in brodo italiche e non solo nella terra di Albione, sua capitale Londra. Ottima la sua interpretazione della Matalotta (a sua volta figlia di una zuppa francese di pesce e cipolla, di nome “matelote”) siracusana, abbinata con tartare di gambero e calamarata.

Ritorniamo da Otello Renzi per gli abbinamenti enologici: il Bianchello del Metauro è un certo tipo di Trebbiano abbastanza docile e resistente. Nato come beverino, incontra l’esperienza di una serie di cantine, tutte meritevoli (Cignano, Di Sante, Fiorini, Mariotti, Caudio Morelli, Terracruda, Fattoria Villa Ligi, Bruscia e Conventino) che lo portano a livelli di importanza inattesi.

Ottime produzioni, Otello non sbaglia, ma alcune più audaci e coraggiose, ed è su queste che mi soffermo, rischiando forse di essere riduttivo: ma non sono solo io, anche il tempo è tiranno e mi son dovuto affidare al “naso”. Quindi ecco a voi 2 case: Bruscia e Conventino. Coraggio nell’andare oltre con l’invecchiamento, fino a sfidare dei grandi vini come il Gavi o lo Chablis, per entrambe le cantine.

Su questo versante, soprattutto Conventino, che sgancia, in approfondimento con una mia visita, del Bianchello del 2009 e altro del 2012 sorprendendomi.

Anche perché il giovane imprenditore Mattia Marcantoni, sostenuto dalla famiglia, dimostra di avere nelle sue note la padronanza completa del business e anche una notevole sensibilità enologica. Bravo.

Ma anche Bruscia ha grandi qualità: la vastità della gamma, la comprensione del vino come prodotto sistemico, ove la degustazione apre a scenari diversi d’evocazione e cultura varia del territorio e di sinestesie. Ecco allora le altre arti, con eventi culturali in cantina che avvicinano a una produzione dalla storia concreta e solida, con le generazioni (Tullio e Dino, che aprono la via a Paolo, Davide, Stefano e Modestino) che lasciano strati di humus enologico che le nuove tecnologie saggiamente introdotte valorizzano, sotto l’occhio vigile di Paolo, anima della produzione.

Un Festival di grande eco mediatica sul web, di notevole spessore tecnico sui brodetti adriatici e sulle esperienze enologiche del Bianchello del Metauro, una vera scoperta in queste vinificazioni audaci e riuscite. Nonostante l’autorevole presenza apolide di Carmelo Carnevale, appare un poco allegra la definizione di Festival Internazionale: ma forse così deve essere, non prendiamoci troppo sul serio!

Il periodo appare anche azzeccato, dato un luglio fanese turisticamente appena un poco sottotono: certo, il tema è allettante e, con tutta l’attenzione che il mondo dedica alla civiltà gastronomica italiana, con un piccolo ulteriore investimento in comunicazione da parte delle istituzioni, ci si potrebbe permettere di farne un’attrazione globale e dunque dare alla economia turistica locale una briscola da giocare in bassa stagione, spingendo sull’internazionalità, sul Globale…

Un Brodetto Globale che interessi un poco tutti e che, ad esempio in ottobre o novembre, richiami da tutti i continenti esponenti di questa umanità gastronomica che trova nel pesce un proprio alimento centrale e nella sua minestra in brodo una forma principe di degustazione e consumo. Sarebbe anche una buona occasione per valorizzare il contributo di sponsor come DeguStazione, in grado di fornire “vagoni” di produzioni gastronomiche diverse con elevati standard qualitativi lontani dai litorali marini e dai tempi di vacanza. L’operazione d’internazionalizzazione vera non è semplice, e prevede diversi passi progressivi: una edizione “Europa”, una successiva “Eurasia”, una ulteriore “Italo-Americana” e, forse, un’ultima “Brodetto Globale”.

Coraggio. Un programma ambizioso come questo, peraltro doveroso a questo punto, trova nella XVII edizione compiutasi del Festival Internazionale del Brodetto di Fano, un avvio davvero incoraggiante.

Anche Diletto Sapori ne è convinto, perché tutto ciò che trascende la Gastronomia stretta lo interessa: altrimenti che Gastronomia Trascendentale sarebbe, la sua?

E… lasciatelo divertire!

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Gastronomia Trascendentale

Alla Clinica gastronomica di Rubiera tornano vino e violino, ma speciali

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Alle soglie dell’Antropocene, l’era che abbiamo iniziato a vivere noi umani moltiplicati, Diletto vostro torna nella sua patria emiliana.

Essere lì, a pochi chilometri da Reggio Emilia, dove ebbe i natali dal padre Sapori e dalla madre che lo volle di nome Diletto, per l’amore che già gli portava, è sempre un’emozione per il vostro accompagnatore trascendentale…

Oggi, allo scoccare dei 60 anni di stelle Michelin (verità!) del firmamento del gusto per “Arnaldo, Clinica Gastronomica” in Rubiera, si programma una serata storica, epica e davvero unica: iniziate a udire dentro di voi suoni di violino, che v’introducano a un’esperienza memorabile, perché il 6 giugno essi potrebbero deliziare le vostre orecchie, come il gusto verrebbe beneficiato dai manicaretti insuperati della grandiosa tradizione cispadana, e la memoria accarezzata da un episodio di vera storia della tradizione conviviale dell’umanità, che oggi dilaga in numerosità…

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Arnaldo, il fondatore della mitica Clinica gastronomica di Rubiera, suonava volentieri il violino (ma anche la chitarra e il mandolino, esposti come reliquie nel locale stellato per 60 volte di fila e ormai tutt’uno con il nome di Reggio nel mondo, chef Roberto Bottero di sangue arnaldesco) per i suoi clienti, passando da un tavolo all’altro. Anche per questa passione, e non solo per la sua cucina, che ha conquistato palati di ogni rango, nazionale e internazionale, Arnaldo diventò famoso in tutto il mondo.

Oggi quella tradizione viene ricordata, celebrata e rinnovata attraverso una cena come poche, la sera di giovedì 6 giugno: il violino tornerà a suonare tra i tavoli, ma sarà anche un violino molto speciale.

Un vino-violino ideato da Tullio Masoni, titolare del vigneto più grande del mondo in ZTL (zona a traffico limitato), al quinto piano di via Mari 10 nel centro storico di Reggio Emilia, e anche lui ormai una celebrità.

Il suo prodotto? Una trentina di bottiglie di Sangiovese classico all’anno, invecchiate in vere sculture di rovere, bottiglie ricercatissime, mai in vendita ed esposte nelle gallerie d’arte.

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La serata, ideata dal vostro Diletto, si dipanerà in modo non convenzionale tra gli antipasti del grande carrello della Clinica Gastronomica rubierese, i cappelletti e i tortelli, i bolliti e gli arrosti, il trionfo dei dolci.

Tullio Masoni effettuerà religiosamente nell’occasione un tributo di bottiglie, per una degustazione irripetibile del suo “Via Mari 10”, a tutti i presenti.

Detto supremo nettare, udite udite, al fine di magnificarsi nei profumi, verrà prima «suonato» come uno speciale violino davanti ai fortunati commensali, a cura della violinista e soubrette Angela Amato, che intercalerà tale procedura di affinamento, tramite le vibrazioni del violino, con l’esecuzione di alcuni brani tra i prediletti del grande Arnaldo.

La serata sarà incorniciata dalla lettura di brani sulla storia del locale, ricreando l’atmosfera del fondatore: l’attrice Maria Antonietta Centoducati, presentatrice dell’evento trascendentale, emetterà parole vellutate come il bouquet del “Via Mari 10”, presentando i protagonisti e leggendo come “C’era una volta…” un grandissimo ristoratore e conviviale di nome Arnaldo. E…, per finire la storia: “…vissero tutti, felici e contenti, in una serata di meraviglia!”

Or posso dirlo: grazie a Diletto e alla sua trascendenza e a Roberto e Ramona, i due patron della Clinica Gastronomica, la storia ritorna, e torna “…più bella e più superba che pria!” “Bravo.” “Grazie.” (Petrolini).

Scusate, ma se non è Gastronomia Trascendentale questa, io deposito la penna d’oca e mi abbandono al fois gras: parola di Diletto Sapori!

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Gastronomia Trascendentale

L’amore per la tradizione emiliana: Arnaldo di Rubiera e Diana di Bologna

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L’umanità è diventata sempre più omogenea, soprattutto negli ultimi 50 anni: l’impennata demografica e la sua miscellanea hanno contribuito non poco a creare dei modelli mondiali di vita e alimentazione.

Le fiere globali stimolano la fusione di cotture e materiali, caratteristici dei più lontani popoli del mondo, e il web non pone più limiti alla fantasia.

Se è vero che il Popolo Globale è sempre più presente in estensione e profondità dentro di noi, il Popolo Locale difende con caparbietà i suoi confini.

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Quale sarà il suo destino? Sarà travolto e diventerà un elemento del tessuto globale, con grande sacrificio di pluralità? Resisterà, come le macchie del leopardo, circoscrivendo propri ambiti in un comune organismo planetario, o capitolerà miseramente?

Io, Diletto Sapori, costretto dalla discendenza (il papà aveva cognome Sapori e la mamma volle darmi nome Diletto, in onore dell’amato nonno) e dal vocabolario a dilettarmi di sapori, ormai raggiunta una certa vetta d’esperienza, posso dire che ho idee ben chiare in merito…

Ma tali idee devono essere trattate con spirito scientifico, cari amici, altrimenti quale potrebbe mai essere l’utilità di leggere i miei testi anziché orecchiare tanta semplice e complessa gastronomia sul piccolo schermo, ormai invaso?

Il convivio non è più solo nutrirsi: è un’esperienza sociale a vario titolo, vuoi di cultura, vuoi di amicizia, vuoi di altri modi di essere insieme… E, dunque, che senso ha l’aspetto locale, quella dimensione che una volta era circoscritta da barriere geografiche soprattutto, e che oggi è invece asserragliata in una sorta di “repubblica mentale” caratterizzata da miti, e tradizioni sempre più segrete?

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Questo tema vale per tutto e per tutti, nel mondo.

Ma per l’Italia vale di più, in quanto l’Italia è il Paese della varietà e della molteplicità: lo dice il biologo, che constata nello stretto e lungo Stivale il più elevato numero di specie vegetali e animali, oltre 10 volte quello dei Paesi più estesi del mondo (Canada, grande Russia, Cina…); lo dice lo storico delle arti tutte, che conta nello Stivale la presenza del 70% delle risorse attrattive dell’intero pianeta.

Vediamo allora, sul piano della mia Gastronomia Trascendentale (cioè oltre i cibi in sé, a parlare dell’Uomo!), che cosa succede a un bacino emblematico, la storica Emilia (Bologna, Modena, Ferrara, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, non la Romagna!), ove ebbi i natali e che ancor’oggi alberga nel mio cuore come una madre generosa e socievole.

Non facile trattare l’argomento in un testo che vi possa raggiungere, cari lettori…: le parole non posson esser troppe, che sennò l’editore insorge! Così, il vostro Diletto ha deciso di rischiare con una scelta di testimonianza emblematica.

Magari in vista di un matrimonio… riparatore! Perché riparatore? Perché i 2 che ho deciso di citare in giudizio in questa vicenda della tradizione emiliana, rispetto all’incedere della globalizzazione, portano i nomi di un uomo, Arnaldo, e una donna, Diana.

Mentre persone della stessa provenienza rurale di Arnaldo portavano nelle città emiliane le materie prime di un territorio ricchissimo di varietà, i “cittadini” (ad esempio la famiglia della nostra “Diana”), attingendo al mercato e alla cultura, producevano succulenti manicaretti.

E allora, una domanda: la cucina emiliana nasce nella vasta campagna o nell’evoluta città, e magari nella sua ancora incontrastata capitale, la turrita Bologna, ad esempio? Fu l’Arnaldo, prestante, a fecondare Diana, o fu Diana a desiderarlo e offrirsi?

Niente di meglio che andare a domandare ai due promessi sposi: quindi raggiungere Arnaldo, nella piccola Rubiera in mezzo alla campagna, quasi mediana della tratta di via Emilia suddetta, da Bologna a Piacenza ove termina, e poi raggiunger Diana nella capitale petroniana, celata dietro le vetrine (che furon sue) della via Indipendenza, i cui portici sono ormai feudo d’altra civiltà, concorrente, quella Globale.

Constata, il vostro Diletto, che tutto quadra: accanto a vezzi di piatti originali, trionfa in Arnaldo e Diana la comune visione del mondo, come in un grande amore. I ciccioli freschissimi della campagna di Arnaldo lasciano presso Diana il campo alla crescente (focaccia con piccoli pezzi di prosciutto nell’impasto), cotta presso di lei come nei migliori forni di Bologna; la mortadella, a golosi pezzi grossolani dall’Arnaldo, diventa una deliziosa spuma, morbida di ricotta, da Diana; il vero tortellino bolognese, in brodo di manzo e gallina, con il ripieno di lonza sapiente, prosciutto, mortadella, parmigiano, uova e l’odore della noce moscata di Diana diviene un cappelletto orgoglioso di differente ripieno dall’Arnaldo, ma col brodo di cappone, che lo richiede solitario bagnante nella piscina del cucchiaio, secondo lo stile sobrio della campagna; i bolliti trionfanti di varietà e dovizia di Rubiera divengono i meno numerosi, sceltissimi tipi bolognesi; gli arrosti seguono, proprio come i bolliti; e, dopo aver innaffiato il tutto con lambrusco adorabile in campagna, un Sangiovese Superiore (in tutti i sensi!) in città ci ristora e ammalia; e avanti coi dolci, con un gelato di crema davvero matrimoniale (altrettanto grazioso al desco dei due) e dolci di notevole prestanza.

Lascio ai gastronomi il vaglio.

La mia mente e la mia compagnia è magnificata da questo sincero amore emiliano, che si viva in città o in campagna, da Arnaldo o al desco di Diana. E anche se il padre di Diana, il coraggioso scudiero de “La Grassa” e dei suoi ristoratori, Eros Palmirani, ha dovuto abbandonare la storica vetrina della sua creatura ad arroganti mercanti di cotone, c’è un patto d’acciaio che lega l’Emilia: l’amore per la tradizione. È un matrimonio che… “s’ha da fare!”, quello di Diana e Arnaldo, e che è già nei fatti: la terza generazione di Arnaldo Degoli prosegue a dare la sua forza naturale alla tenera e delicata mano della bella cittadina bolognese Diana, creatura del Palmirani.

Evviva, allora, la tradizione emiliana, che resiste alla globalizzazione, con la forza dell’amore. Evviva l’Emilia, da Bologna a Piacenza con i suoi due portabandiera gastronomici: la Clinica gastronomica di Arnaldo Degoli a Rubiera e il Ristorante Diana di Eros Palmirani, in via Volturno a Bologna.

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