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Io la penso così…

Il via vai delle adozioni, il mercato dei bambini stranieri in America. Fare i genitori non è un gioco. – di Gian Piero Robbi

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Gian Piero Robbi (Agire per il Trentino)

Egregio Direttore,

negli Stati Uniti le seconde (a volte terze, quarte e quinte) adozioni stanno diventando la norma. Diventa sempre più semplice “sbarazzarsi” di un bambino non voluto o che non si “allinea” alla propria famiglia e sempre più difficile ricollocarlo presso un’altra.

In America questo processo si chiama rehoming, letteralmente “riaccasare”, un progetto che mira a ricollocare tutti quei bambini, o ragazzi, che non hanno trovato la casa giusta la prima volta. Questo vale anche e soprattutto per le adozioni a distanza: mettiamo che una ragazza haitiana venga adottata da una famiglia americana, per esempio nel North Carolina, e che poco dopo questa stessa famiglia, per un motivo o per un altro, non la voglia più. Ecco che può scattare il rehoming, un vero e proprio incubo.

Il rehoming, spiega Nita Dittenber, ceduta dai primi genitori adottivi a una coppia dell’Ohio, “è quando due genitori stupidi e inetti decidono di sbarazzarsi del bambino che avevano promesso di amare per sempre. Come di un vestito comprato per posta che è troppo stretto”. Parole dure, le sue. E ne ha tutte le ragioni.

Nita è stata affidata, dopo il primo collocamento andato male, a Jean Paul e Emily Kruse, una coppia di cui nessuno aveva controllato le credenziali. Ed è così che Nita è finita in un incubo: Jean Paul era uno stupratore seriale, che sfruttava il rehoming per avere sempre “carne fresca” cui attingere. Sarà proprio grazie alla testimonianza di Nita che Jean Paul finirà in prigione a vita.

“È una vergogna”. “Certe famiglie si liberano dei ragazzi e dei bambini come fossero degli animali; anzi, peggio. Prima di adottare un bambino bisogna essere sicuri di voler donare la propria vita a qualcun altro. Fare i genitori non è un gioco”.

Se le adozioni “ufficiali” devono essere gestite da un tribunale e l’idoneità dei futuri genitori va verificata dai servizi sociali, nel caso del rehoming non è così. I bambini già regolarmente adottati possono essere inviati a una seconda famiglia con una semplice “firma di una procura”, in pratica una dichiarazione che attesta che il bambino è affidato alle cure di un’altra persona. Sulla carta, questa procedura era stata creata per dare la possibilità a un genitore che si trovi in difficoltà temporanee di mandare il piccolo a vivere presso un conoscente o un parente di fiducia, mentre negli anni si è tramutata in un modo per sbarazzarsi di un bambino non più voluto.

“Basti pensare che alcuni siti di rehoming permettono lo scambio di messaggi da parte dei «genitori» tramite Social come Facebook”. “La famiglia che si vuole sbarazzare del bambino offre una quota di denaro, la dichiarazione della procura, ed è fatta”.

Bambini di tutte le età, soprattutto venuti dall’estero, sono ancora più suscettibili ad essere adottati più volte, perché nessuna istituzione americana controlla quello che accade dopo l’arrivo negli Stati Uniti. Una volta che i piccoli vengono dati alla nuova famiglia, i servizi sociali si dileguano, e basta cambiare Stato perché il tribunale che ha autorizzato l’adozione non se ne occupi più.

“Questo rehoming non è altro che un commercio, una forma di traffico di bambini”. “In pratica è un trasferimento della custodia del bambino a un estraneo, per giunta senza l’ispezione preliminare della famiglia cui il piccolo o la piccola comincerà a far parte. Non c’è nemmeno la supervisione di un tribunale! Spero che si faccia qualcosa al più presto, o una folla di piccoli innocenti potrebbe finire nelle mani di persone inadatte o, come accaduto a Nita, in quelle di veri e propri mostri.”

Gian Piero Robbi – Agire per il Trentino

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