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Italia ed estero

Crollo viadotto: Bilancio di 39 morti, ecco chi sono i responsabili

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I morti sono saliti a 39, ma il bilancio è provvisorio, infatti sotto le macerie si sono ancora molte auto e per il momento i dispersi sarebbero 15

Sono invece 17 i feriti, 12 dei quali ancora gravi.

Fra le vittime 3 minorenni ed un’intera famiglia.

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Il governo ha subito stanziato 5 milioni di euro per i primi interventi e deciso il ritiro immediato della concessione ad Autostrade per l’Italia (ASPI) controllata dal fondo Atlantia, e una multa di 150 milioni di euro.

È stato dichiarato per la città Genova lo stato di emergenza per 12 mesi

Una tragedia, seconda solo a quella del Vajont e di Stava. L’Italia piange altri morti. 

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Ma in queste ore cominciano ad uscire i nomi delle vittime innocenti e le loro strazianti storie che nessuno avrebbe mai voluto raccontare.

Dopo la catastrofe che ha messo in ginocchio la città Genova tutti gli italiani si interrogano sui responsabili e su tutti gli allarmi rimasti inascoltati soprattutto dalla politica.

«Non è stata una fatalità, ma un errore umano a provocare il crollo del ponte a Genova». Così il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi ha risposto ai giornalisti al termine di un sopralluogo nella zona del ponte.

L’errore umano, ma di chi?

La Procura ha aperto un fascicolo per disastro colposo e omicidio plurimo, e questo farà luce sui possibili responsabili.

I responsabili questa volta hanno un nome e un cognome e sono Autostrade per l’Italia.

La società che aveva in appalto la gestione e la manutenzione di quel tratto autostradale è il fondo Atlantia dei fratelli Benetton che nelle ultime ore è finito nel mirino di mezza Italia e le cui azioni sono praticamente crollate facendo perdere oltre un miliardo di capitalizzazione in poche ore.

Il fondo dei Benetton è anche proprietario di 5.000 km di autostrade sparse nel mondo e degli aeroporti di Ciampino e Fiumicino e ha più o meno finanziato le campagne elettorali dei precedenti governi.

Gli allarmi erano comunque stati molti negli ultimi anni, a partire dalle due interrogazioni che il parlamentare Rossi depositò all’indirizzo del ministro Del Rio, alle quali il ministro delle infrastrutture non rispose nemmeno, forse perché impegnato in qualche sciopero della fame per lo «ius soli» o in qualche battaglia per i matrimoni gay o per la fecondazione artificiale, che certo per la nostra Italia sono ben più importanti.

Ma gli allarmi erano arrivati anche da numerosi pareri di fior di ingegneri e architetti che più di una volta hanno segnalato il pericolo crollo del ponte.

Una struttura inaugurata nel 1967 e costruita con caratteristiche tali da poter assorbire il passaggio di 3 milioni di auto ogni anno diventate nel corso degli anni oltre 20 milioni. Studiata anche per il passaggio di autovetture e camion leggeri come quelli degli anni ’60 e non certo per i mezzi di oggi.

E questo sarebbe bastato da solo per alzare le antenne e i radar degli addetti ai lavori. Cosa che invece non è avvenuta

L’Italia è purtroppo lo Stato d’Europa che durante la crisi ha tagliato di più per la manutenzione delle proprie infrastrutture.

Uno Stato che negli ultimi anni ha preferito svendere pezzi delle proprie proprietà invece che nazionalizzare.

E mi trovo in sintonia con quanto detto da Giorgia Meloni quando dichiara che «le autostrade vanno nazionalizzate».

Come sempre l’Italia è il paese delle incongruenze  e delle contraddizioni.

Vengono infatti costruite infrastrutture importanti con i soldi degli italiani che poi arricchiscono pochi e, cosa incredibile, su alcuni documenti di queste aziende rimane il segreto di Stato.

Ma in queste ore il dito è puntato anche sul movimento cinque stelle che ha sempre remato contro la costruzione della «Gronda» , cioè la soluzione alternativa che avrebbe decongestionato il ponte Morandi e salvato quindi molte vite. Una soluzione che risale al 1984, ma che è sempre stata ostacolata dai NO TAV da sempre contrari alle grandi opere.

Spunta anche un documento del 2013  dove Beppe Grillo scriveva che che l’allarme sul crollo del ponte era solo «un’imminente favoletta». Il documento dopo la tragedia è stato subito rimosso dal suo sito.

Ebbene, questo è il risultato, siamo tornati all’età della pietra e siamo finiti in prima pagina su tutti i giornali del mondo. Complimenti!

Dopo la tragedia,  Matteo Salvini ha scritto su Facebook: “Andremo fino in fondo per accertare le responsabilità di questo disastro immane“, e poi aggiunto che chi ha portato morte pagherà

“E’ una catastrofe, una disgrazia spaventosa a assurda“, ha commentato invece Sergio Mattarella. 

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte appena raggiunto il luogo della tragedia ha dichiarato, “Tutti si devono interrogare. Tutte le autorità competenti e tutte le persone che hanno responsabilità. Dovremo accertare le cause e occorrerà del tempo. Ma una tragedia del genere è inconcepibile in un Paese moderno“.

Il vicepremier Luigi Di Maio ha scritto sui social: “È una tragedia immane. I soccorritori sono incessantemente al lavoro e li ringrazio per il loro impegno. Mi sto recando sul posto perché lo Stato, in questo momento, deve far sentire la sua vicinanza ed essere accanto prima di tutto alle famiglie delle vittime”.

Dopo anni che si è detto che le cose dai privati sarebbero state gestite molto meglio, ci troviamo con uno dei più grandi concessionari europei che ci dice che quel ponte era in sicurezza. Queste sono scuse. Autostrade deve fare la manutenzione e non l’ha fatta. Prima di tutto si dimettano i vertici”. Lo ha detto il vicepremier, Luigi Di Maio.

Dopo il crollo di un pezzo del viadotto dell’Autostrada A10, diventa anche inevitabile fare un collegamento con quanto successo nel 1964 a uno dei due altri ponti gemelli, progettati dalla stessa persona – l’ingegnere Riccardo Morandi – e realizzati in Venezuela Libia.

Il ponte crollato in Venezuela

In Venezuela una petroliera urtò il ponte che ebbe un parziale cedimento e portò ad un bilancio finale di 7 morti. Quello in Libia fu chiuso alle fine degli anni 80.

Ad Agrigento invece su un ponte simile sempre progettato da Morandi si sfiorò la tragedia. La struttura rimane chiusa in attesa di capire cosa fare.

Idem sul ponte di Catanzaro che fu costruito dall’ingegnere su una palude.

Rimane il colossale danno economico, d’immagine e sociale per la città di Genova. Per lo smaltimento delle macerie e la rimozione del resto del ponte dovranno essere abbattute anche le case nell’imminente perimetro. Oltre 600 persone non rivedranno mai più le loro case.

Stando ai dati dei crolli di ponti e viadotti in Italia – dieci negli ultimi cinque anni – sembrerebbe che il pericolo di altre tragedie sia reale, anche se la questione appare piuttosto complessa.

Gli esperti sono generalmente d’accordo che negli ultimi anni i soldi investiti nella manutenzione dei ponti e viadotti non siano stati sufficienti – anche perché spesso le spese di manutenzione superavano le stime di spesa per la costruzione di nuove strutture, più moderne e più sicure – ma hanno opinioni diverse sulla tenuta del calcestruzzo armato, il materiale usato per la costruzione dei ponti in Italia.

Concludo riportando qualche dato riportato oggi sul quotidiano cartaceo La Verità che fa emergere la «solita» Italia della vecchia politica e alcuni estratti del libro di Mario Giordano «Avvoltoi».

In sintesi Prodi privatizza Autostrade s.p.a. tramite Gian Maria Gros Pietro, allora presidente dell’IRI.

Gli appalti se li aggiudica la famiglia Benetton, la quale, indovinate chi mette a dirigere Autostrade?

Naturalmente lo stesso Gian Maria Gros Pietro, e ci mancherebbe.

Bankitalia ha calcolato che ogni chilometro di autostrada nel nostro Paese rende 1,1 milioni di euro (il doppio della Spagna, il triplo della Grecia, infinitamente più della Germania dove le autostrade sono gratis).

Di questi la gran parte (850.000 euro al chilometro) finisce alle concessionarie.

Che, per altro, ci aggiungono ulteriori guadagni: per esempio gestendo le attività commerciali sulla rete autostradale e assegnando appalti per i lavori di manutenzione a società che fanno parte del loro stesso gruppo. Non è un incastro meraviglioso?

Nel periodo 2008-2016 Autostrade s.p.a. si è fatta autorizzare rincari dei pedaggi del 25%.

L’aumento dell’inflazione del calcolatore ISTAT nello stesso periodo è stato pari al 10,9%.

Dunque in termini reali Autostrade ha aumentato le tariffe del 14%.

Perché? Le motivazioni addotte sono state per aumentare gli investimenti. Benissimo, se non fosse che rispetto agli investimenti promessi e già pagati con le tasche delle tariffe, mancano all’appello 1,5 miliardi di euro di investimenti non effettuati. Sul tratto ligure, a fronte dei 280 milioni promessi, Autostrade ne ha realizzati solo 76.

Ogni anno gli italiani hanno pagato pedaggi per quasi 6 miliardi di euro, molto più di quanto pagavano con la tassa sulla prima casa, il triplo di quello che pagano con il canone Rai. Di questi soldi, solo una minima parte va allo Stato: 842 milioni.

Il resto rimane nelle tasche delle 24 società che gestiscono le 25 concessioni in cui è divisa la nostra rete autostradale. E voi direte: come li spendono questi soldi? Per pagare il personale (circa 1 miliardo). Per gli investimenti (circa 1 miliardo). Per la manutenzione (646 milioni). Per le altre spese. Ma poi alla fine una bella fetta (1,1 miliardi) viene distribuita sotto forma di moneta sonante ai soci, per lo più privati. Ai quali, per l’appunto, non sembra vero di aver trovato l’albero della cuccagna.

E per finire la ciliegina finale. Pensate che le tasse questa gente non le paga nemmeno in Italia ma in Lussemburgo. Otre che il danno insomma anche la beffa.

Una gallina dalle uova d’oro che finiscono direttamente dal casello alle tasche dei Gavio o dei Benetton, che non a caso guidano la classifica dei Paperoni 2017: il patrimonio dei primi è cresciuto del 101 per cento, passando da 1,9 a 3,9 miliardi di euro; il patrimonio dei secondi è cresciuto del 20,2 per cento, passando da 6,8 a 8,1 miliardi di euro. Fortunati loro, si capisce. Ma noi potremo almeno chiederci se è giusto farci spennare al casello per renderli sempre più ricchi?

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