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Politica

Allontanamento dei Minori, Robbi (AGIRE): “Nella prossima Legislatura Agire per il Trentino difenderà i diritti dei genitori.”

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Gian Piero Robbi (Agire per il Trentino)
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“Suscita sempre un certo interesse ‘negativo’ quando si parla di allontanamento dei minori dalle proprie famiglie, negli ultimi anni, ho assistito ad un vero e proprio ‘massacro sociale’ messo in atto dal braccio esecutivo delle istituzioni: gli assistenti sociali.” Questo è quanto ci dice Gian Piero Robbi, candidato nella coalizione di centrodestra con Agire per il Trentino.

“Ne ho sentito di tutti i colori, tutte bruttissime considerazioni verso una categoria che, recentemente, ha subito anche delle aggressioni verbali e fisiche.

In tutti questi anni ho raccolto centinaia di segnalazioni e altrettante non ho potuto raccontarle perché non autorizzato dai genitori per paura delle cosiddette ritorsioni. Agire per il Trentino, – continua Robbi – nella prossima legislatura, sarà al fianco di tutti quei genitori che dovranno affrontare questo delicatissimo problema. Lo faremo con fermezza utilizzando tutti i mezzi consentiti dal nostro ordinamento giuridico grazie anche alla collaborazione di un famoso Avvocato, impegnato da anni nella difesa dei diritti dei genitori e della loro capacità genitoriale.”

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Vi ricorderete quando l’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali sanzionò con la “censura” una propria iscritta per avere minacciato una bambina, davanti a due agenti di Polizia.

Per completezza dell’inchiesta che feci qualche anno fa, vorrei segnalarvi quello che succede tra le parti coinvolte. Sentiamo spesso parlare di affido, assistenti sociali, Giudici, tutori legali e psichiatri dove a volte, una loro perizia, decide il futuro di tanta gente, genitori, figli e anche la parentela più stretta.

Sì, perché è risaputo che gli assistenti sociali (non solo loro) abbiano in Italia un potere immane: quello di decidere se un bambino debba stare con un genitore o con un altro o se debba essere strappato ad entrambi.

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E le scelte spesso vengono prese seguendo criteri assai discutibili. Un esempio banale? Se una bambina, contesa da papà e mamma, disegna se stessa che dà la mano ad una figura anziché a due, significherebbe che vuole stare solo con un genitore, e non con entrambi. E, in Italia, poi c’è l’errata convinzione, permessa dalla legge, che la prescelta è sempre la mamma, mentre il padre è considerato l’elemento debole del rapporto emotivo.

Per ovvi motivi di riservatezza, segreto istruttorio e privacy dei minori, non possiamo darvi i nomi degli “attori” coinvolti, possiamo solo dire che la mano che impugna quella penna, che tante volte distrugge la vita della gente, più o meno, è la stessa.
Per di più, bisogna anche sapere che gli assistenti sociali prediligono l’azione dello “strappo” quando una decisione è presa. Il bambino, infatti, viene letteralmente strappato via dalle braccia del genitore “perdente”, senza utilizzare tappe intermedie (vi ricordate il caso del bambino portato via con forza da una scuola di Cittadella? Il video scatenò feroci polemiche…).

Ecco, di fronte a questo, la decisione di censurare un’assistente sociale da parte dell’Ordine di riferimento è una buona cosa. Perché significa che si può fare anche appello alla giustizia “interna” e sperare in un provvedimento che difenda i diritti dei genitori e salvaguardi la salute mentale dei bambini. Una famiglia, infatti, non è un luogo in cui la società può permettersi una tale invadenza da modificarne gli equilibri senza ragioni giustificate o comprovate.

E soprattutto non si può concedere la libertà di distruggere una famiglia perché un’assistente sociale ritiene, in virtù della propria percezione della realtà, che ci siano gli elementi affinché non debba più sussistere.

Sono decisioni naturalmente assai delicate, che andrebbero gestite con perizia e controlli incrociati e soprattutto con una modalità che non dovrebbe mai essere messa da parte: l’umanità.

Non bisogna, infatti, mai dimenticare che le vittime non sono soltanto i bambini ma anche i genitori, a cui capita di venire tolta la potestà genitoriale, generando sofferenze indicibili che vanno ad aggiungersi ai disagi che hanno condotto l’assistente sociale a prendere decisioni così radicali.

E, poi, non c’è alcuna sicurezza sul fatto che un bambino possa trovare giovamento all’interno di un istituto, dove gli manca senza dubbio l’elemento più importante: l’affetto, anche perché non è detto che ci sia sempre un’altra famiglia disposta ad accoglierlo e a dargli ciò che gli serve per crescere come gli spetta.

Tengo a precisare che l’inchiesta non voleva fomentare una caccia alle streghe nei confronti degli assistenti sociali, degli psichiatri o dei giudici ma voleva fare chiarezza nello stesso interesse delle categorie citate e dei tanti professionisti che lavorano quotidianamente con serietà, coscienza ed attenzione.

Le storie e i drammi familiari di cui vi ho raccontato hanno approfondito episodi in cui un comportamento poco professionale e decisamente superficiale, di chi ha tra le mani la enorme responsabilità di decidere sulla vita e sul destino degli altri che finisce col danneggiare irrimediabilmente l’equilibrio di una famiglia ed il destino di un minore.

Per permettere di capire meglio l’entità del fenomeno legato alla “sottrazione dei minori” forniamo qualche cifra relativamente alle “case famiglia” alle quali vengono normalmente inviati quando sono allontanati dalle famiglie di origine.

In Italia si stima ci siano oltre 1800 strutture da nord a sud, con maggior concentrazione in Lombardia, Emilia Romagna, Lazio e Sicilia. Poco più di 30.000 sono i minori allontanati dalle proprie famiglie, di cui poche centinaia al di sotto dei sei anni d’età.

Dai 70 a oltre 300 euro al giorno è il costo per mantenere un minore in un una casa famiglia che normalmente viene sostenuto dai Comuni, per un giro di affari che sfiora il miliardo di euro all’anno. Le coppie in attesa di adozione sono circa 10.000, mentre soltanto un minore su cinque che finisce in casa famiglia viene affidato dai tribunali in adozione o in affido.

Sempre più spesso un minore che entra in casa famiglia ne esce quando diventa maggiorenne, segnato dall’esperienza. Ci chiediamo se a fronte dei 2000 – 3000 euro spesi dalla comunità per mantenere mensilmente un minore in un istituto, non sarebbe meglio aiutare economicamente, con cifre inferiori, le famiglie in difficoltà a conservare la propria integrità e a crescere amorevolmente i propri figli.

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