Connect with us
Pubblicità

Socialmente

Il vortice dei docenti di sostegno, Robbi (AGIRE): “A farne le spese sono i nostri ragazzi.”

Pubblicato

-

Per uno studente, la continuità didattica e l’inserimento all’interno di un percorso educativo stabile è fondamentale; per un alunno disabile questa necessità diventa essenziale.

Purtroppo, ad oggi, in Italia un insegnante di sostegno su tre cambia incarico ogni anno. Essendo gli insegnanti di sostegno poco meno di 88.000 e coprendo circa 368.000 classi, significa che quasi 30.000 persone si muovono ogni anno da una scuola all’altra, da una regione all’altra, e che quindi più di 120.000 classi (e annessi alunni disabili) vedono un volto nuovo, un metodo di insegnamento differente ad ogni nuovo anno scolastico.

“È una vera e propria emergenza” commenta Gian Piero Robbi, di AGIRE per il Trentino, presente alle prossime elezioni provinciali in ottobre. “Troppi insegnanti di sostegno precari che si aggiungono agli ottantottomila di ruolo, terribilmente pochi per il fabbisogno. E c’è inoltre un enorme spreco sulle ore di supplenze, un vortice di spostamenti senza fine che non giova né ai lavoratori né ai ragazzi.”

Pubblicità
Pubblicità

Agli 88.000 insegnanti di sostegno di ruolo, infatti, se ne aggiungono più di 50.000 a tempo determinato, di cui 40.000 attivati sulle ore aggiuntive rispetto al tetto nazionale. Purtroppo, il canale degli insegnanti di sostegno è stato spesso usato come porta di accesso al “posto fisso”, per poi richiedere lo spostamento su cattedre ordinarie.

Gian Piero Robbi

“Tutti i precari sono nominati quasi sempre in istituti nuovi” continua Robbi, “e in questo modo si mina ancora di più la continuità didattica tanto importante per gli alunni. Serve stabilizzare questi posti di lavoro e non affidarsi alle deroghe, che non risolvono il problema e anzi sono solo in grado di acuirlo.”

Tutto questo si traduce in dati allarmanti, che dovrebbero spingere a riflettere. In tutto, più del 10% delle famiglie di alunni con disabilità hanno presentato negli anni un ricorso al Tar per ottenere l’aumento delle ore di sostegno, evidentemente non sufficienti, soprattutto a chi è colpito da disabilità grave.

In base alle stime dell’ISTAT, il 40% degli alunni disabili ha cambiato l’insegnante per il sostegno nel nuovo anno scolastico, potendo contare su sole 12 ore settimanali di sostegno ad personam, cioè dedicate al singolo alunno. Nel Mezzogiorno le ore di riducono ancora, scendendo a 9.

Purtroppo non è finita qui: a causa delle poche ore di sostegno, alcuni alunni disabili sono costretti molto spesso a non partecipare alle gite scolastiche organizzate dalla scuola, anche a quelle brevi che si sviluppano nell’arco di una sola giornata; le difficoltà aumentano ulteriormente per quanto riguarda le gite più lunghe con pernottamento di due o più giorni.

“Il problema del personale di sostegno nelle scuole si aggiunge a tanti altri” conclude Robbi. “Basti pensare alle barriere strutturali presenti in tante scuole non ancora a norma e alla sensibilità istituzionale che fa acqua da tutte le parti su questi temi. Bisogna lottare ogni giorno e io, insieme ad Agire, lo sto facendo. L’ultima cosa che voglio è lasciare soli questi ragazzi e le loro famiglie: non lo faremo e vigileremo anche nel nostro Trentino.”

Pubblicità
Pubblicità

Socialmente

Caregivers familiari: ancora lontani da un aiuto concreto

Pubblicato

-

I caregivers familiari sono ancora lontani dal ricevere un aiuto concreto nonostante l’approvazione della legge che ne ha riconosciuto la figura e l’impegno, ciò è quanto dichiara il CONFAD (coordinamento nazionale famiglie con disabilità) in un comunicato a firma del presidente Alessandro Chiarini. (altro…)

Pubblicità
Pubblicità

Continua a leggere

Socialmente

Disabili: il Comune di Trento sacrifica gli stalli riservati anche per i traslochi

Pubblicato

-

Non c’è rispetto per i diritti elementari dei disabili nemmeno più nella civilissima città di Trento. (altro…)

Pubblicità
Pubblicità
Continua a leggere

Socialmente

In 10 anni i divorzi sono raddoppiati. il 54% si pente e vorrebbe tornare insieme al proprio partner

Pubblicato

-

Dopo le statistiche che abbiamo pubblicato ieri relative ad un sondaggio che indicava come il 62% degli intervistati considerasse come famiglia unicamente quella composta da persone di sessi diversi, prendiamo in esame i dati del Censis sui divorzi: nel 2016 sono stati 99.071, dieci anni prima 49 mila.

Dei divorziati il 19,1% si sposa una seconda volta: il 68%uomini e il 60% donne.

Ma a pentirsi di aver divorziato è il 54% di cui il 19% dopo appena una settimana e 1 su 5 in tempo reale.

Pubblicità
Pubblicità

E non mancano nemmeno i casi di chi dopo aver divorziato, si sia risposato con lo stesso partner.

In tutta questa confusione ci sono alcuni aspetti pratici che possono a contribuire a spiegare dei dati anche in contrasto tra loro.

In certi casi nozze troppo rapide che spesso nascondono la voglia di risolvere in maniera radicale dei problemi di convivenza nell’ambito della famiglia d’origine.

Ma anche contratte troppo tardi, spesso per problemi economici che non permettono di creare un nuovo nucleo famigliare.

Ci si sposa cioè a rapporto già logoro e la convivenza di certo non aiuta.

Sui ritorni di fiamma incidono invece la nostalgia per i figli; relazioni extraconiugali che funzionavano da sposati, ma che crollano quando cambia la situazione e non per ultime le condizioni economiche del tutto diverse da single.

Una domanda lecita è anche se la velocità del ripensamento è direttamente proporzionale alla facilità di chiudere la relazione?

Ma quanti sono i separati che sono tornati a convivere senza comunicarlo agli uffici anagrafe che di fatto dovrebbero annullare la separazione in quanto in attesa del divorzio, non sono esauriti gli effetti legali del matrimonio?

Senza contare le false separazioni chieste solo per motivi di interesse.

Il Censis conferma come l’impennata di separazioni e quindi di divorzi cresciute del 100% negli ultimi dieci anni stiano portando ad una trasformazione antropologica dell’Italia.

In più la così detta “pausa di riflessione” passata da 5 a 3 anni e poi 6 mesi, potrebbe cambiare ulteriormente la situazione.

La Chiesa non vede favorevolmente questo cambiamento di un sacramento per la vita ad una sorta di contratto temporaneo che di fatto andrà ad indebolire la famiglia.

Secondo uno studio inglese il 54% dei divorziati vive di rimpianti.

Fra chi si è accorto di amare ancora il partner, il 42% prova a ricostruire il rapporto, ma a riuscirci è solo il 21%.

Pubblicità
Pubblicità
Continua a leggere
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità

Archivi

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Categorie

di tendenza