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La storia di “Enzo”, sarà cambiato qualcosa?

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Parlando di inclusione con una persona disabile può venire fuori che l’inclusione è forse, solo sulla carta e che nella realtà si può vivere una situazione durissima, per certi aspetti peggio della galera, di emarginazione per paura di… Il piccolo racconto che segue è l’estratto di una chiacchierata con un disabile che, dopo un po’, mi rivela una vicenda terribile.

A distanza di qualche mese, ho voluto incontrare nuovamente questa persona, per controllare se stesse bene e se ci fossero sviluppi nella sua situazione. Ma intanto, ecco cosa è successo.

«Il mio nome è “Enzo”, nome di fantasia per ovvi motivi di riservatezza. Sono un essere umano come voi. Guardo con gli occhi, ascolto con le orecchie, parlo con la bocca, tocco con la mano. Una sola, però.

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Perché gli altri tre arti non mi funzionano. Sì, sono un disabile e la mia vita, a causa della mia malattia, non è per niente semplice. Comunque sia, sono vivo e ho diritto ad essere trattato come ogni altro essere umano, no? Sì, direte voi… Beh, non è proprio così scontato.

Per le cosiddette persone normali, il disabile, il malformato ha un qualche difetto di produzione, rappresenta un’anomalia di sistema e, poiché non si può aggiustare, va messo da parte, o addirittura buttato in discarica, in attesa che, prima o poi, si consumi, così come avviene per i rifiuti organici.

A maggior ragione, se il disabile in questione diventa anche un ‘mostro’. Non perché si sia reso protagonista di un qualche fatto criminale ma perché, poco a poco, col passaparola si è diffusa la più brutta delle voci: gli piacciono i bambini. Sì, è vero.

Mi piacciono i bambini. I bambini sono il fulcro della vita e rappresentano la parte migliore dell’essere umano, per me sono la concretizzazione dell’innocenza e della spensieratezza. Per questi esseri umani in miniatura siamo davvero tutti uguali: neri, bianchi, bipedi e ‘carrozzati’. I bambini, inoltre, si sorprendono e si meravigliano di fronte a innumerevoli cose e gli basta poco per avvertire in sé la felicità.

Sì, quindi, mi piace stare accanto ai bambini, i quali non mi guardano con gli occhi ipocritamente compassionevoli di certi adulti. È terribile, però, che ci sia chi ha scambiato tale vicinanza con qualcosa di colpevole, così terrificante che non riesco neanche a scrivere quella maledettissima parola.

Beh, vi assicuro che avrei preferito essere trafitto da un coltello nel cuore piuttosto che sapere che c’è chi pensa che io possa turbare e maltrattare l’innocenza dei bambini. La caccia al mostro, però, è partita e io sono solo in una comunità che mi detesta.

Ecco perché sto considerando di trasferirmi altrove, lontano da dove vivo. Sì, lo so… vincerebbero loro. Chi mi disprezza avrebbe ciò che vuole. Ma per preservare la mia dignità e, soprattutto, per contrastare il dolore smisurato che provo, la fuga sarebbe un’azione logica.

Tuttavia, non ho ancora preso questa decisione. Cerco ancora – forse stupidamente – un barlume di umanità negli occhi di chi incontro. Qualcuno che non mi veda né come un orco storpio né come un essere da commiserare ma semplicemente mi veda come un uomo. Perché è quello che sono.

Vedete, possiamo parlare di diritti, pensioni di invalidità, indennità varie, agevolazioni, ma fino a quando le persone vedranno il diverso con il culo, scusatemi per la volgarità, invece che con il cuore, le cose non cambieranno mai, continuerà l’indifferenza generale e il disabile verrà sempre messo da parte e trattato come oggetto che può essere utile a portare soldi, magari chiuso in una teca con scritto “rompere il vetro in caso di necessità”. Quale necessità? Quella economica naturalmente. Degli altri».

Leggendo questo racconto, che non è frutto di fantasia ma appartiene alla vita reale, mi commuovo ancora e mi addoloro, così come si addolora Enzo, perché per lui non è cambiato assolutamente niente. Intorno a lui terreno bruciato sempre di più, altro che inclusione sociale, altro che “società aperta a misura di disabile”.

La situazione è deprimente, grazie alle politiche sociali di una classe dirigente che ha pensato ad altro invece di aiutare i propri cittadini. Enzo è solo la punta di un iceberg che ci mostra tutti i limiti di un governo provinciale assente. E non c’è solo Enzo, ricordiamolo!

Ma Enzo e tutti quelli come lui sono sempre più soli, sempre più emarginati, noi cosa vogliamo fare? Quali sono le azioni concrete che la politica può e deve mettere in campo per aiutare i nostri cittadini più bisognosi? Azioni serie e concrete, non promesse da marinaio. Trentini, abbiate pazienza…

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