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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Marco Andreatta: «Verità per noi vuol dire togliere dall’oblio»

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Napoleone Bonaparte fu il primo statista ad essere profondamente interessato, sin da da giovane, alla matematica (in particolare alla geometria).

Durante gli anni della vita militare e poi del potere, ritenne che la matematica e la scienza potessero essere di grande aiuto per vincere le battaglie e per organizzare al meglio il suo Impero, mentre negli anni dell’esilio, quelli dell’impotenza, sembra che la matematica continuasse ad interessarlo per motivi filosofici, come un sostegno razionale alla fede religiosa ritrovata.

Anche oggi la matematica è nello stesso tempo terreno di discussioni filosofico-religiose e oggetto di attenzioni da parte del potere.

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In Cina e in Corea del Sud c’è una corsa ad accaparrarsi i migliori matematici, offrendo stipendi d’oro a matematici occidentali che vanno in pensione, assumono molti giovani. Si stanziano quantità di denaro che da noi sono impensabili, nella convinzione che anche da qui passi il primato economico-politico nel prossimo futuro“: lo afferma Marco Andreatta, matematico di prestigio internazionale, professore di Geometria all’Università di Trento, presidente del grande Museo delle Scienze della città, il Muse, e soprattutto direttore del Centro Internazionale di Ricerche Matematiche (CIRM).

Professore, come è iniziata la sua passione per la matematica?

“Non mi è chiarissimo. In una precedente intervista ricordavo che un qualche ruolo può averlo avuto anche la lezione di un giovane e brillante sacerdote che un giorno disegnò sulla lavagna non il solito triangolo con l’occhio al centro ma un magnifico cerchio e disse: così come capite che il cerchio non ha un punto di inizio e uno di fine, così potete anche capire che Dio è tutto, è inizio e fine al tempo stesso. Ero incerto tra la filosofia, la medicina, perchè mi allettava l’idea di poter fare qualcosa di concreto per il prossimo, e, appunto, la matematica. Alla fine ho scelto quest’ultima”.

E’ iniziata così l’avventura in una Libera Università giovanissima, quella di Trento.

“Sì, a Trento era nata da poco la celebre università di Sociologia, e Bruno Kessler, politico della Dc, decise di farvi sorgere anche una facoltà di scienze, piccola ma speciale, moderna ed avanzata, aperta alla comunità internazionale. Per renderla più appetibile offriva ai professori ottimi finanziamenti per laboratori e salari più alti che nel resto d’Italia. Tra i fisici, arrivò il professor Fabio Ferrari, che fu il primo preside della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, dal 1972 al 1977 e poi rettore. Ferrari aveva lavorato in America con il Premio Nobel Emilio Segrè”.

E per la matematica?

“Arrivarono professori dalla Normale di Pisa, allievi del grande Ennio De Giorgi, come Mario Miranda ed Enrico Giusti, e da Padova, come l’algebrista Giovanni Zacher. Ho avuto la fortuna di studiare con personalità davvero di spessore. Poi, dalla piccola università con professori celebri, al mondo sono andato, prima a Bologna, Trieste, poi negli Usa, in Germania e di nuovo in Italia a Milano, per allargare gli orizzonti”.

Oggi lei dirige il Cirm. Di cosa si tratta?

“Il CIRM è un centro di produzione e diffusione della ricerca matematica, unico nel suo genere in Italia, e simile a molti altri centri prestigiosi in tutto il mondo. Il suo obbiettivo è quello di favorire lo scambio culturale, libero e di alta qualità scientifica, attraverso l’organizzazione di workshop, scuole e convegni a cui partecipano matematici da tutto il mondo. Centinaia di matematici si ritrovano da noi ogni anno per affrontare una qualche tematica, e per discutere tra loro. Vede, ai matematici piacciono molti gli scambi personali e orali, magari con lavagna e gessetto. Le intuizioni più belle possono venire come una scintilla mentre si ascolta un collega che espone risultati recenti, durante una riflessione a due. La matematica infatti è un modo esplicito di ragionare: ci sono rigore, regole, ma c’è anche spazio per la fantasia, la creatività, il libero arbitrio… E’ interessante vedere come due matematici possono arrivare in modo diverso allo stesso risultato. Un Teorema matematico viene formulato in maniera universale, ma un ricercatore giapponese, ad esempio, può arrivare alla sua dimostrazione per strade diverse da quelle percorse da un europeo, sia nella forma che nella intuizione; la dimostrazione riflette l’ambiente culturale nella quale è stata costruita”.

Riguardo alla matematica, Lei ebbe a dire: «Non ho mai dato troppo peso all’aspetto utilitaristico, ma ho sempre pensato che sotto questo ragionamento razionale ci sia la speranza che la fatica terrena avrà un senso superiore».

Chiariamo due cose: anzitutto non c’è solo la matematica, ci sono tante altre cose che non sono ad essa riducibili, ad esempio l’amore per il prossimo. Quando un uomo dà ad un altro il suo mantello, per coprirlo dal freddo, non lo fa per la matematica. Questo tipo di fatica terrena ha probabilmente un senso superiore; ma forse lo ha anche un impegno serio e rigoroso nella ricerca scientifica per il progresso umano. In secondo luogo la matematica, la scienza in generale, opera con ragionamenti basati sulla causalità; questo è ciò che sosteneva già Platone qualche migliaio di anni fa. Ci si chiede: qual’è la causa? L’uomo cerca sempre la causa, e poi a ritroso la causa iniziale. Euclide comincia i suoi libri con questa definizione: un punto è ciò che non ha parti. Prosegue quindi derivando altre definizioni e poi proposizioni. Partiamo da una causa iniziale, e questo suggerisce evidentemente un parallelo con la ricerca filosofica e religiosa di una Causa di tutto, di un’ Origine. Scienza e fede in questo senso sono due strade parallele, che non confliggono, mantenendo la loro autonomia. Certamente un uomo nella sua vita si deve porre la domanda: c’è o non c’è un fine ultimo dell’esistenza?”

Per voi matematici, le formule sono “belle”, godibili. Ma anche utili…

“C’è un’etica della matematica che ci educa a cogliere con rigore una verità contingente, e c’è anche un’estetica: la bellezza è anche ordine, armonia, proporzione… E poi c’è l’utilità della matematica, oggi alla base dello sviluppo scientifico e delle sue applicazioni tecnologiche. Oggi la lotta mondiale per la supremazia nella ricerca scientifica punta ad assicurarsi un buon esercito di matematici. Questa è la politica delle potenze emergenti del far east, come la Cina, il Giappone, la Corea del Sud: con notevoli investimenti finanziari per l’istituzione di centri di ricerca e di convegni nel campo della matematica queste nazioni diventano sempre più luoghi di scambi scientifici. Ho partecipato recentemente ad alcuni convegni in Asia e posso testimoniare che l’accoglienza è sempre in pompa magna, con rispetto per le nostre ricerche ma con un’ esplicita volontà di fare meglio. La Cina sta pensando di trasformare una splendida isola del Pacifico in un luogo di ricerca permanente”.

Nel Novecento l’Europa perse il proprio primato scientifico anche a causa del nazismo e del comunismo, che fecero fuggire in America i migliori cervelli. E oggi?

“Una lettura storica è forse più complessa di quella riassunta nella domanda: le leggi razziali del fascismo e del razzismo fecero indubbiamente fuggire alcuni tra i migliori nostri cervelli, anche una politica culturale autarchica ha prodotto molti danni. Oggi in Europa ed anche negli Stati Uniti si possono ripetere errori analoghi, causati da posizioni di rinnovato sapore autarchico. Le potenze asiatiche sopra menzionate da questo punto di vista si muovono molto meglio, e forse anche la Russia. Oggi i miei migliori allievi troverebbero subito una cattedra pagata profumatamente in Asia, mentre qui i finanziamenti alla ricerca crollano. Nel contempo, mentre cercano i nostri cervelli, i cinesi richiamano dagli USA i loro connazionali fuggiti durante la rivoluzione culturale. Come detto sopra non c’è solo una lotta per l’egemonia politica ed economica, nel mondo, ma anche per quella culturale, scientifica”.

estratto da un’intervista comparsa su La verità dell’8 luglio 2018

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Religioni di pace o ideologie della dominanza: l’Occidente verso l’islamizzazione

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Argomentare sull’Islam in maniera approfondita e in poche righe di giornale è quanto meno presuntuoso. Però, con una sintesi, si può evidenziare la confusione che alberga nei paladini dell’Islam a tutti i costi, i quali dimostrano scarsa padronanza dei termini e delle parole che usano e, superficiale conoscenza della storia e della religione.

Nel libro del Corano le Sura specifiche contro l’unica vera Fede, quella cattolica, sono 17. L’islam per questo, oltre essere una religione per certi versi barbara, è anche discriminatoria, soprattutto verso le donne: sia d’esempio l’impostazione familiare. La famiglia musulmana è assolutamente differente da quella cristiana.

In arabo viene infatti definita harem.

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L’harem, come tutti sanno, presuppone la poligamia (solo dal punto di vista maschile) in cui il concetto di sposa non è nettamente distinto da quello di domestica.

Il tipo classico di poligamia dove un uomo può possedere più mogli e concubine. E’ normale che il personale femminile dell’ harem si rinnovi per divorzio annuale, perfino mensile o settimanale. Per il diritto musulmano, il matrimonio è un mero contratto che ha per oggetto l’unione fisica e il godimento della donna da parte dell’ uomo.

Scrisse al riguardo un autorevole dottore coranico:”In un mercato si acquista una merce, nel matrimonio si acquista la zona genitale della donna (Trattato elementare del Diritto musulmano algerino, riportato sul quotidiano Il Tempo 10.02.1992”.

Il matrimonio può venir sciolto per volontà del marito (ripudio), per mutuo consenso (divorzio), per riscatto della moglie dal proprio marito con il pagamento di una certa somma (hul).

Essendo considerata come un essere inferiore la donna non viene ritenuta pienamente attendibile come testimone.

La donna è inferiore all’uomo o, per essere più precisi, ne vale la metà. Per ciò, in tribunale, due testimoni di sesso femminile ne valgono uno di sesso maschile”(Corriere della Sera , n. 101, marzo 1993, pag. 6).

La donna colpevole di adulterio va condannata ad una sorta di ergastolo domestico, viene cioè rinchiusa in casa finchè la morte la colga, secondo legge coranica. E che dire della macabra pratica che mutila l’organo genitale femminile, meglio conosciuta come infibulazione.

L’Islam è dunque, per i suoi presupposti culturali, praticamente incompatibile con la nostra cultura, perché una religione barbara. Senza voler scomodare la Storia, testimone della nocività dell’Islam per l’occidente, mi soffermo a ricordare le numerose Sura del Corano, che istruiscono i seguaci di Maometto ad ammazzare i cristiani e gli infedeli.

Gli islamici, sempre da insegnamento coranico possono avere rapporti sessuali con bestie, l’importante che dopo il rapporto sessuale non ne vengano mangiate le carni. La scrittrice somala Ayaan Hirsi Ali, citando le hadit che riferiscono del matrimonio celebrato tra il cinquantaduenne Maometto con Aisha di soli sei anni, consumato dal principale profeta islamico 3 anni dopo, dichiarò che “Maometto è, per gli standard occidentali, un pervertito”.

Per il momento in occidente è impensabile oltre che fuorilegge un matrimonio con una bambina, perché considerata pedofilia.

A tal proposito Random House, la più grossa casa editrice di lingua inglese, qualche anno fa non pubblicò il libro della scrittrice americana Sherry Jones, autrice di un libro che racconta della terza moglie di Maometto, Aisha, nel timore di rappresaglie da parte di islamici.

Con queste premesse, che sono la consuetudine per gli islamici, non si può che essere d’accordo con l’ex deputata al parlamento olandese Ayaan Hirsi Ali quando afferma: “il mondo degli ‘infedeli’ è lontano dalla perfezione, ma è comunque di gran lunga superiore al mondo offerto dall’Islam, se come dottrina l’Islam riduce l’uomo in uno stato di schiavitù”.

Sono convinto, più dei nostrani giannizzeri difensori dell’islam, che non bastino le Sura del Corano a dimostrare l’aggressività della religione maomettana, ma occorrano anche testimonianze dirette come quella maturata da Padre Charles de Foucauld missionario in nord africa.

Attraverso il suo biografo, René Bazin, possiamo apprendere come si esprimeva: “La storia di quattordici secoli, unita all’esperienza quotidiana di tutti i coloni che vivono in mezzo a popolazioni musulmane, ci insegna che l’animosità contro il cristiano è di fatto portata avanti attraverso l’insegnamento della legge coranica. (..).

Da tutto ciò possiamo dedurre che ogni atto del potere pubblico che tenda a sviluppare l’insegnamento del Corano viene compiuto contro di noi. Dobbiamo perciò evitare di prendere iniziative sulla libertà religiosa dei musulmani, lasciandoli liberi di professare il loro culto e di praticare i loro costumi e comportandoci in modo perfettamente giusto e buono verso di loro: se andiamo oltre, siamo deboli e anche un po’ di più che deboli”.

È vero inoltre che i problemi di convivenza con l’Islam sorgono con la nascita stessa dell’Islam, poiché quando Maometto era ancora vivo già le sue schiere di “fedeli” avevano iniziato la guerra santa per la conquista di popoli e territori alla nuova religione.

In breve i nuovi maomettani s’impadronirono delle coste del Nord Africa, fagocitando fiorenti cristianità e il Medio Oriente, poi penetrarono in Spagna costringendo l’Europa ad una guerra difensiva durata circa mille anni.

Potiers nel 732, Lepanto nel 1571, l’assedio di Vienna nel 1683, sono date della storia che ci ricordano questo attacco alla fortezza Europa.

Le Crociate furono spedizioni militari promosse dalla Santa Sede non per imporre la fede cattolica ai musulmani, ma solo per difendere le comunità cristiane perseguitate nel vicino Oriente e per liberare i luoghi santi ingiustamente invasi dalle armate maomettane.

Con buona pace delle vittime della scolastica giacobina-comunista anti clericale, le crociate (la prima crociata si ebbe nel 1099) furono una tardiva quanto necessaria risposta all’aggressività e ferocia degli islamici. Altresì, dobbiamo essere coscienti che l’attacco all’Europa da parte dei discepoli di Maometto continua anche oggi, anche se con armi diverse, non meno pericolose però, così come continuano da parte dell’Islam le persecuzioni contro i cristiani in varie parti del mondo.

La pianificazione di una islamizzazione dell’occidente non è un mistero ma esplicita: basta ricordare le parole del socialista ex presidente dell’Algeria Houari Boumedienne, quando a New York ad una conferenza dell’ONU nel 1974, così si espresse:

Un giorno milioni di uomini abbandoneranno il Sud del mondo per fare irruzione negli spazi relativamente accessibili dell’emisfero Nord alla ricerca della propria sopravvivenza. E questi milioni di esseri umani non verranno da amici. Non ci sarà bisogno di combattere saranno i ventri delle nostre donne che ci daranno la vittoria”.

Diretto e schietto anche lo sceicco Omar Bakri portavoce del Fronte Internazionale Islamico per l’Europa, il quale ha dichiarato: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.

Sempre lo stesso sceicco in una intervista apparsa su “La Repubblica” del 14 settembre 1998 (pag.16), ha testualmente affermato: ”Nessun musulmano dubita che l’Italia sarà islamizzata e che la bandiera dell’Islam sventolerà su Roma”.

Chi ha il coraggio di parlare apertamente e in maniera critica dell’islam è costretto a vivere sotto scorta, quando va male viene ammazzato. Ricordo l’ultima vittima illustre: il regista Theo Van Gogh. Si, l’Islam è una religione affabile di pace, si, quella eterna per chi l’ostacola!

Concludo, consapevole dei livelli di ignoranza, consigliando a chi fa della presunzione uno stile di vita di scrostarsi la patina di demagogia che li ricopre e di studiare la storia, ma non sui manuali del comintern.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, referente per l’associazione Progetto Nazionale (foto sotto).

 

 

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

«Le donne sono intuitive e multitasking, gli uomini logici e razionali»

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L’ Almanacco delle scienze del CNR, nel numero di marzo 2016 riportava un articolo sulle differenze tra il cervello dei maschi e quello delle femmine.

Elisabetta Menna, dell’Istituto di neuroscienze del Cnr, riassume così lo status delle ricerche: “Di differenze ve ne sono a livello sia strutturale sia funzionale. In generale gli uomini hanno più neuroni (materia grigia) e le donne hanno maggiori connessioni (materia bianca)”.

Ciò significa, per semplificare al massimo, che la percezione popolare della differenza tra maschio e femmina, riassumibile pressappoco in un concetto come questo: “le donne sono intuitive e multitasking, gli uomini logici e razionali”, non è peregrina.

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Non si tratta certo di utilizzare la scienza, oggi, come si faceva nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, quando un’ eccessiva fiducia nel metodo sperimentale, applicato agli uomini portarono a stabilire graduatorie molto rigide sulla superiorità del maschio sulla femmina.

Nel contesto materialista e riduzionista di allora, l’intelligenza, per usare una parola molto generica, doveva essere connessa non a qualche entità spirituale (la classica e ormai negletta “anima”), ma a fattori fisici ben documentabili e sperimentabili.

Si riteneva che l’uomo fosse studiabile, per citare Emile Zola, come “un ciottolo della strada”, non solo quanto alla sua corporeità, ma anche riguardo alle sue scelte.

E che l’intelligenza, trasformata in un’ entità sconnessa e isolata da educazione, passioni, emozioni, motivazioni…, fosse misurabile con opportuni test creati da psicologi, antropologi e psichiatri.

Per questo specialisti in fisiognomica, antropometria, frenologia e craniometria, tutte discipline che oggi consideriamo senza fondamento (pseudoscienze), ma allora ritenute il top del pensiero scientifico di contro alle vecchie “superstizioni religiose”, non avevano dubbi: come nel cranio di un uomo bianco stanno più pallini di piombo di quelli contenuti nel cranio di un nero, così il cranio dei maschi è più capiente di quello delle donne. E ciò ne dimostra la superiorità.

Ancora: poiché il cervello del maschio pesa di più di quello della femmina, possiamo stare tranquilli sulle conclusioni già desunte grazie a pallini e misurazioni effettuate con compassi di vario genere.

A queste convinzioni aderivano personalità come Charles Darwin, ne L’origine dell’uomo, o Cesare Lombroso, psichiatra di grido e fondatore dell’antropologia criminale, nel suo La donna delinquente, la prostituta e la donna normale.

Oggi sappiamo che le misurazioni con il bilancino degli scienziati materialisti ottocenteschi erano esatte, ma non tenevano conto del fatto che è tutto il corpo maschile a pesare di più.

Quanto al cervello femminile, oggi sappiamo che possiede le sue caratteristiche peculiari, originali, tra cui un maggior numero di connessioni tra i due emisferi (“Pur avendo le donne un numero minore di neuroni, tuttavia possiedono aree cerebrali con almeno il 10% di neuroni e connessioni in più…”; G. Maira, Sole 24 ore, 25/7/2014).

Ciò sta a significare, come scrivono lo psichiatra Tonino Cantelmi e lo psicologo Marco Scicchitano, nel loro Educare al femminile e al maschile (un ottimo mix di conoscenze scientifiche, esperienza, buon senso e buona filosofia), che decidere chi sia “superiore” o “inferiore” tra l’uomo e la donna, è come stabilire se a tavola sia più importante il coltello o la forchetta.

Uomo e donna sono dunque molto diversi tra loro, anatomicamente e fisiologicamente, e persino nel cervello: è proprio questo a renderli complementari.

Se è vero che un figlio nasce dalla relazione tra due persone con differente identità sessuale, un maschio e una femmina, è altrettanto vero che costoro non si completano soltanto perché uno fornisce lo spermatozoo e l’altra l’ovulo, ma anche perché persino i loro cervelli sono strutturalmente e funzionalmente differenti, complementari, come la loro psicologia.

Come a dire che solo con entrambi, cervello maschile e cervello femminile, si legge la realtà a 360 gradi. Il buon senso lo insegna e le neuroscienze lo confermano: camminando a braccetto, maschio e femmina, vedono più chiaro.

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Andreas Hofer non trova pace: lo spirito cattolico e il tradimento dell’Impero che gli voltò le spalle

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Andreas Hofer non trova ancora pace.

Crescendo ho imparato che non vi sono nemici da combattere, ma verità da difendere.

Dovuta premessa per fugare ogni dubbio dall’idea che il mio approccio ad Hofer “diverso” dagli Schutzen sia pretestuoso, campanilistico, da tifoseria o addirittura anti Asburgico.

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Il casato degli Asburgo, fino alla rinuncia dell’imperatore Francesco II d’Asburgo del titolo di imperatore del sacro romano impero, scegliendo di mantenere solo il più modesto titolo di imperatore di Austria e Ungheria, trasmetteva il titolo di imperatori del Sacro Romano Impero, titolo che ha avuto origine dall’incoronazione di Carlo Magno, avvenuta la notte di natale dell’anno 800.

Dunque chi ha a cuore e trova nella classicità romana il proprio modello e riferimento valoriale, non può che abbracciare benevolmente il casato degli Asburgo. Certamente, come accadde nel periodo dell’impero romano, anche durante le reggenze degli Asburgo, non tutti gl’Imperatori furono all’altezza e degni dell’incarico ad essi affidato.

Ad esempio l’imperatrice Maria Teresa, con mano più energica rispetto ad imperatori che secoli prima l’avevano preceduta – vedi Corrado II e Massimiliano I – mise in atto una germanizzazione dei territori di lingua d’origine latina senza precedenti: Costa divenne Kostner, Ciampac divenne Kompatscher e così via.

Il figlio Giuseppe II nell’anno 1785 di propria iniziativa rinominò il Trentino in Tirolo meridionale. Il suo successore al trono, il fratello Leopoldo, fu illuminista massone come Giuseppe II, entrambi anti cattolici. Francesco Giuseppe (del quale si racconta che sia stato figlio di Napoleone) volle e firmò la legge anti italiana.

Così si espresse il Consiglio della Corona il 12 novembre 1866, «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua maestà richiama gli uffici centrali al forte dovere di procedere in questo modo a quanto stabilito».

Con questi precedenti, le accuse volte al governo Giolitti, conseguentemente alla legge del governo italiano volta all’italianizzazione dei territori del Trentino e dell’Alto Adige – nome cambiato da Napoleone – sono ingiustificate, in quanto rientrano nella spietata legge del contra e patior, “soffrire il contrario”.

Per tornare ad Hofer, la storia ineluttabilmente testimonia che fu un patriota, difensore della sua terra e dei principi religiosi cattolici, non fu mai anti italiano, perché l’Italia politicamente esiste dal 1861. Fu italiano geograficamente, in quanto la natura ha stabilito che le alpi segnassero il confine settentrionale della penisola italica, così come anche ricordato nella divina commedia dal sommo poeta Dante.

Hofer fu un eroe e martire cristiano, tradito da un suo compaesano Franz Raffl, e dal suo imperatore Francesco II d’Asburgo.

Quest’ultimo – mentre Andreas si accingeva ad esalare l’ultimo respiro – nel contempo a Vienna festeggiava il matrimonio tra Napoleone e Maria Luisa d’Asburgo. Hofer aveva dunque combattuto contro Napoleone, lo stesso che lo condannò a morte!

Sul patibolo furono queste le ultime sprezzanti parole di Hofer: “Franz, Franz, questo lo devo a te!“, con ciò riferendosi a Francesco I (rinunciando al titolo di imperatore del sacro romano impero il nome da Francesco II, cambiò in I), che era passato dalla parte di Napoleone.

Andreas Hofer era fervente cattolico sempre immerso nella preghiera, con una condotta di vita esemplare.

Riporto il seguente dettaglio di una sua ordinanza: ”Molti de’ miei buoni fratelli d’armi e difensori della Patria si sono scandalizzati che le donne d’ogni condizione coprano il loro petto e i loro bracci troppo poco ovvero con pezze trasparenti, ed in conseguenza danno occasione a stimoli peccaminosi, ciò che non può che sommamente dispiacere a Dio, ed a chiunque pensa cristianamente. Si spera che al fine di tener lontano il castigo di Dio, esse miglioreranno; in caso contrario dovranno ascrivere a sé stesse se in un modo loro sgradevole verranno lordate”.

Lo spirito cattolico che animava la battaglia di Hofer, contro lo spirito anticattolico della rivoluzione francese esportato da Napoleone, oggi alberga tra gli Schutzen?

Immagino che siano tutti cattolici praticanti, nessuno di essi è divorziato, risposato, nessuno utilizza contraccettivi, nessuno ha mai abortito o quant’altro. Sarà, ma Christian Kolmann delfino di Eva Klotz gay dichiarato (Alto Adige 17 aprile 2016), Claudio Tessaro de Weth, capitano onorario ed emerito della prima compagnia schutzen di Trento, intervistato in merito al Dolomiti pride di Trento, asseriva che i gay non erano un loro problema (Trentino 8 giugno 2018), fanno pensare che agli Schutzen di Andreas Hofer interessa una strumentale quanto inesistente rivendicazione di anti italianità, che nel martire ed eroe cattolico non è mai esistita.

Furono italiani coloro che cercarono di riscattare la vita di Andreas Hofer con 5000 scudi, frutto di una colletta popolare. Fu il vice Re d’Italia a chiedere a Napoleone la grazia per l’oste della Val Passiria.

Non vogliamo il rafforzamento della regione Trentino- Suedtirol, ma le distinzioni di questo matrimonio forzato. Con il Trentino ci hanno portato una sposa che non abbiamo scelto, con l’Italia come una suocera cattiva che viene coinvolta in questioni che non li riguardano” (Sven Knoll, Sud – Tiroler Freiheit).

Ps. A Mantova nei pressi del parco dedicato ad Andreas Hofer, adiacente a Porta Giulio Romano vi è un cartello informativo, che definisce Andreas Hofer indipendentista Tirolese.

Chissà, forse nel grossolano errore – che nessuno tra gli eruditi Schutzen mai deve aver notato -, si cela una verità: se Hofer fosse rimasto vivo, considerato il tradimento dell’imperatore Francesco I, avrebbe nuovamente impugnato le armi per chiedere l’indipendenza del suo Tirolo da quell’impero che gli voltò le spalle.

 

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, referente per l’associazione Progetto Nazionale (foto sotto).

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