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Benessere e Salute

Metodo Imperial: Perdere peso ed essere felici e in salute.

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Diete disperate ed esercizio fisico senza risultati apprezzabili, metodi fai-da-te per cercare di dimagrire senza un programma ben strutturato.

Storie comuni a milioni di persone che ben presto si stancano e si rassegnanoa quello che è il loro destino di individui obesi o in sovrappeso con relative frustrazioni quotidiane.

Qualcuno che invece, grazie ad anni di studi ed esperienze, conosce il segreto per dimagrire efficacemente, con risultati e prove tangibili alla mano, esiste e ha perfino brevettato il suo innovativo Metodo Imperial”.

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Lui si chiama Vincenzo Mazzamauro, personal trainer e nutrizionista, e a lui abbiamo chiesto di illustrarci il percorso che lo ha portato a ottenere strabilianti successi nel suo centro di via Romagnosi, a Trento.

Ma prima è necessario ricordare che ogni persona che si avvicina al Metodo Imperial viene invitata ad effettuare un primo incontro introduttivo / check-up, che è totalmente gratuito e non impegnativo.

In questo primo incontro, vengono chieste quali siano le proprie abitudini alimentari, gli obiettivi che si vorrebbero raggiungere, le proprie aspettative.

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Il tutto in un’atmosfera rilassante e serena.

«Sono nel mondo dello sport fin da ragazzino, – spiega Vincenzo Mazzamauro –  ho visto spesso persone andare in palestra e fare super-allenamenti senza avere un reale risultato sulla perdita del peso. Come si dice: più faccio, più consumo calorie ma spesso questa equazione non risulta esatta. Unaltra falsa credenza sul mondo della nutrizione è quella di pensare che “se mangiamo meno calorie dimagriamo. Questa credenza può essere vera per un breve periodo fino a che il nostro cervello istintivo, collegato alla nostra sopravvivenza, si difende abbassando il metabolismo. Queste sono le storie che sento da anni dai miei clienti».

Ma come funziona il metodo Imperial? «La mia attenzione è focalizzata sul far accelerare il metabolismo del corpo e quindi dei grassi, ma soprattutto creare i giusti presupposti per divenire consapevoli attraverso la giusta combinazione dei cibi per mantenere il peso ideale raggiunto col programma stesso».

successi più importanti? «Ci sono stati tanti casi nel corso della mia carriera che mi hanno dato grandi soddisfazioni, dai 20 ai 50 kg persi, ma uno in particolare, quello della signora Paola che si è presentata nel mio studio con un peso di 150 kg. Lei mi ha messo davanti ad una sfida non facile. Evidentemente le sfide più grandi arrivano quando sei pronto ad affrontarle e così è stato. Solo dopo il primo anno aveva perso 65 kg. E questo straordinario risultato lo ha fatto divenire un caso più unico che raro. La cosa che più mi ha dato soddisfazione oltre al peso perso è stato che la sua salute ne ha beneficiato. La signora soffriva di diabete di tipo 2 e di tiroide mal funzionante ed era costretta a prendere parecchie compresse al giorno. Alla fine del primo anno il medico le ha completamente sospeso le medicine e ha dimezzato la dose di eutirox in quanto il suo corpo aveva reagito al nuovo stile di vita debellando una malattia silente che si sarebbe sicuramente trasformata in  insulino-dipendenza».

Il consiglio migliore di Vincenzo? «La giusta e corretta attività fisica collegata alla giusta nutrizione apporta benefici ad entrambe le aree della nostra vita: quella fisica e quella psicologica. Sentendoti in piena forma la sicurezza in te stesso aumenta e affrontare la vita in questa nuova condizione ti rende più sereno, felice e capace di affrontare anche momenti meno facili. Nella mia consulenza dico sempre che dopo il percorso con me tu diventerai nutrizionista di te stesso e diverrai capace di comprendere quale sia la giusta attività fisica, eseguire i giusti esercizi fisici per tenere il tuo corpo tonico ed essere una vera e propria macchina brucia grassi».

Vincenzo Mazzamauro Nasce nel 1968, a 18 anni entra a far parte del gruppo Fiamme gialle di karate e dopo una breve carriera da agonista diventa istruttore di difesa personale della GdF.

Presta servizio a Bergamo presso lAccademia GdF fino al 1995.

Trasferito nella sede di Trento, dopo pochi mesi decide di congedarsi e dedicarsi completamente alla sua passione aprendo un centro fitness dove al suo interno crea un centro dimagrimento.

Da subito sposa la filosofia dellutilizzo di apparecchiature cardiovascolari con lausilio dellinfrarosso e crea un vero e proprio circuito cardiovascolare ad infrarosso.

Nel corso del tempo si diploma nutrizionista e comincia a concentrare la sua attenzione sul problema del sovrappeso ed obesità.

Nel 2011 decide di dare un nome alla sua propensione di vita ed ecco la nascita del “Metodo Imperial” che prende il nome dal suo primo centro, chiamato Fitness Imperial Center.

Ad oggi nella nuova struttura di via Romagnosi 26 si dedica in maniera personalizzata ad ogni cliente. Da chi deve perdere peso, proponendo il suo metodo completo, a chi vuole tonificare il corpo proponendo delle sessioni di Personal Training, a chi, essendo atleta, vuole migliorare le sue prestazioni.

Qui il link alla pagina Facebook

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Benessere e Salute

L’autismo e la proteina CCL17: un nuovo studio tedesco

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L’università di Bonn ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio che potrebbero spiegare l’insorgenza dell’autismo a causa di una infezione o di una reazione allergica nella prima infanzia (fonti). (altro…)

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Benessere e Salute

21 settembre 2018: tra le pieghe della drammaturgia della Malattia di Alzheimer nascono nuovi semi di speranza – di Maria Rita Di Gioia

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Settembre è il mese dedicato al ricordo di chi, troppo spesso, tutto l’anno viene dimenticato: le persone che con-vivono con la Demenza e le loro famiglie.

Il 21 settembre è l’occasione per i media di riaccendere i riflettori sugli aspetti drammatici della malattia, per sottolineare violentemente l’impotenza che la contraddistingue, per sfoderare il loro linguaggio depotenziante che spegne qualsiasi luce di speranza.

Ma il nostro punto di vista sul mondo della Demenza, può fermarsi a questo quando il Italia sono 240 mila le persone che vivono questa condizione? Con-vivere con la Demenza significa davvero solo perdita e tragedia?

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É vero, non esiste cura farmacologica risolutiva per chi con-vive con questa malattia. É vero, l’Alzheimer porta via progressivamente frammenti della persona.

Ma tutto si ferma a questo? È solo degli aspetti di perdita che dobbiamo continuamente ricordarci? Sono queste le conoscenze che possono renderci società e comunità migliori, in grado di accogliere questo esercito silenzioso di persone che con-vivono con la Demenza e le loro famiglie?

Chi vive ogni giorno la malattia sulla sua pelle e la scienza stessa, ci racconta una storia diversa, una storia che parla di opportunità e speranza nonostante la diagnosi.

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È giunta l’ora quindi di raccontare “cosa rimane”, “cosa sopravvive” all’arrivo della Demenza.

É giunta l’ora di narrare come la Malattia di Alzheimer sia una degenerazione del cervello ma non dell’identità, non della personalità di chi con-vive con questa condizione!

Come è avvenuto in Italia per il cancro ed altre patologie, è giunta l’ora di “normalizzare” l’esperienza della Demenza e di trasformare la “tragedia” in una speciale condizione di vita: questo è un imperativo etico.

Le Neuroscienze lo hanno confermato già dal 2014 con lo studio “Feelings without memories”: la Demenza porta via diverse facoltà cognitive nella persona che viene colpita, ma non la capacità di provare emozioni e di “sentire” le emozioni degl’altri.

Coloro che vivono ogni giorno accanto alla Demenza, non sono “de-menti”, ossia persone “fuori” dalla propria mente; ma piuttosto “sente-menti”, ossia individui capaci di incarnare, cogliere e vivere le mille sfumature di emozioni che contraddistinguono l’esistenza.

Le persone che con-vivono con la Demenza stanno progressivamente prendendo parola per raccontarci la loro verità, per narrarci come vivono quotidianamente la malattia.

Oltre oceano, persone come Harry Urban e Kate Swaffer, da anni utilizzano i social media per diffondere il loro messaggio di speranza e opportunità aldilà della malattia.

Nel nostro paese, la voce più autorevole tra chi vive ogni giorno L’Alzheimer, è quella di Antonio Candela e anch’esso ogni giorno non manca di inondare Facebook di messaggi pieni di dignità e difesa dei diritti.

Ma chi è pronto ad accogliere queste voci “fuori dal coro”?

In Italia esiste un modello sociosanitario e organizzativo che ha fatto della diffusione e della tutela di queste voci il proprio motto e la propria missione.

Sto parlando del modello Sente-Mente creato nel 2014 dall’assistente sociale e formatrice di esperienza trentennale nel campo della Demenza, Letizia Espanoli.

Letizia Espanoli ha fatto del suo modello un punto di riferimento in Italia, e ora anche negli Stati Uniti, per tutti coloro che vogliono tutelare e supportare il messaggio di speranza dei grandi maestri che con-vivono con la Demenza e creare un mondo sociosanitario migliore.

Un mondo sociosanitario in cui la persona che con-vive con la Demenza non è più vista come un guscio vuoto a cui apporre etichette diagnostiche, ma innanzitutto come persona, la cui dignità, personalità e autonomia, va difesa e supportata.

Le persone che con-vivono con la Demenza sono molto più della somma dei loro sintomi ed è questo il messaggio che il modello Sente-Mente si propone di diffondere in Italia e oltreoceano, nelle organizzazioni sociosanitarie come tra gli operatori e le famiglie.

Sono ormai più di 80 i professionisti sociosanitari provenienti da tutta Italia ad aver abbracciato il modello, ed è in costante aumento il numero delle organizzazioni e dei Comuni che hanno scelto di diventare “comunità amiche delle persone che con-vivono con la Demenza”.

Insomma la rivoluzione della “Sentemenza” sta progressivamente contagiando l’Italia e per maggio si attende la certificazione di nuovi professionisti sociosanitari statunitensi.

Il panorama della Demenza ci mostra case farmaceutiche arrendersi di fronte all’enigma della malattia ma anche esempi di persone che con-vivono con la Demenza e professionisti che non vogliono arrendersi alla drammaturgia e desiderano trovare nella relazione un motivo per vivere!

Le persone che con-vivono con la Demenza hanno bisogno di essere guardate negli occhi ed essere riconosciute come individui e non come “malati“.

Le persone che con-vivono con la Demenza voglio che tu sieda accanto a loro per parlare e ridere insieme.

Le persone che con-vivono con la Demenza vogliono che i loro bisogni e desideri vengano ascoltati, vogliono vedere le loro autonomie sostenute.

Le persone che con-vivono con la Demenza vogliono amare e sentire l’amore di chi sta loro accanto, fino all’ultimo istante.

E noi cosa vogliamo? Come ogni 21 settembre, possiamo scegliere!

Scegliere se allearci con la drammaturgia della malattia di Alzheimer e cadere nel pietismo, oppure iniziare a costruire, mattone dopo mattone, il ponte di riconoscimento e amore che ci unirà alle persone che con-vivono con la Demenza facendoci vivere istanti di vita ricchi di significato.

Io questo 21 settembre ho scelto di fare la differenza e tu?

Maria Rita Di Gioia – Psicologa-psicoterapeuta Felicitatrice del Sente-Mente® project

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Benessere e Salute

Ozio e pigrizia ci aiutano a non sprecare energie

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Cambia la stagione, c’è chi lo vive in modo negativo: è la fine dell’estate, basta ciabatte e braghe corte, tocca tornare a pensare e dedicarsi a cose più serie, la scuola, gli impegni di lavoro, gli allenamenti sportivi, ecc… e c’è chi invece lo vive in modo positivo: fine del gran caldo, temperature decenti, si possono spegnere i condizionatori, si lavora più serenamente, le giornate ancora belle ma più corte, la frenesia estiva se ne va’ e si può oziare più a lungo.

Ci prende una certa pigrizia di cui vorremmo incolpare l’inclinazione dell’asse terrestre, ed invece è innata in noi, consolidata in millenni di pratica di conservazione della specie.

E’ il nostro cervello che ci invita ad evitare di sprecare energie e cercare di conservare quelle residue per le cose più importanti.

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Lo ha rivelato la rivista Neuropsychologia pubblicando una ricerca condotto dalle Università della British Columbia e di Ginevra.

Le gambe vorrebbero uscire a fare jogging, mentre il cervello ci bisbiglia di restare comodamente a casa a controllare che il divano non si senta troppo solo.

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Un “duello” condotto tutto all’interno delle nostre meningi, che cercheranno di far vincere la posizione “pigrizia in corso”. Mathieu Bisgontier, uno dei relatori della ricerca spiega “La conservazione dell’energia è stata essenziale per la sopravvivenza dell’uomo, il fallimento delle politiche pubbliche per contrastare la pandemia dell’inattività fisica è dovuto a processi cerebrali che sono stati sviluppati attraverso l’evoluzione“.

Il cosiddetto “paradosso dell’esercizio” trova così una spiegazione razionale.

Per anni si sono incoraggiate le persone ad essere più fisicamente attive, ma le statistiche mostrano che c’è una fase di recessione.

La sedentarietà sta prendendo il sopravvento, rispetto alla ricerca di consumare energie, sudando su strada, pista o palestra.

Lo studio ha coinvolto 29 giovani adulti, che posti di fronte al dilemma attività fisica o inattività, dovevano fare alcune operazioni su un terminale, mentre le loro operazioni cerebrali venivano registrate tramite elettrodi.

Il risultato è stato che, pur privilegiando la parte di attività, il cervello dei “pazienti” faceva registrare una resistenza per cercare di favorire l’inattività, questa scontro interiore comportava un’extra attività cerebrale, mentre il corpo restava statico.

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