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Politica

Festa dell’Europa. Dorfmann: «Ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide»

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Tutto cominciò il 9 maggio del 1950, quando l’allora Ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, propose la nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

A quasi settant’anni da quella storica iniziativa, che pose le basi dell’Unione europea così come la conosciamo ora, il nostro continente si trova di nuovo a far fronte a una serie di sfide, che ne mettono alla prova l’unità e che rischiano di offuscare i grandi progressi compiuti nei decenni precedenti. Di queste sfide abbiamo parlato con Herbert Dorfmann, europarlamentare sudtirolese eletto nel collegio del Trentino Alto Adige.

Herbert Dorfmann, oggi si celebra la Festa dell’Europa. Quali sono i temi attualmente in cima all’agenda del Parlamento europeo?
Stiamo discutendo il bilancio europeo per il periodo 2021-2027, la nuova politica agricola comune, quella di coesione, ma anche la tutela dei nostri confini, la creazione di un meccanismo di difesa europeo e la promozione di un sistema di ricerca sempre più interconnesso. Sono temi sui quali si decide la permanenza dell’Europa alla frontiera del processo di globalizzazione e la sua capacità di gestirne gli effetti indesiderati.

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La recente proposta della Commissione europea per il nuovo bilancio riduce le risorse a disposizione dell’agricoltura e aumenta quelle a favore dei migranti. Cosa pensa di questa situazione?
Non sono d’accordo con questa proposta: non è giusto far pagare agli agricoltori per la Brexit e, nel dettaglio, è sbagliato tagliare le risorse per lo sviluppo rurale ancora più di quelle per il primo pilastro.

Per quanto riguarda l’immigrazione, credo si debba investire soprattutto per proteggere i confini esterni dell’Unione. In tal senso, l’obiettivo principale è che meno persone entrino e facciano richiesta d’asilo.

L’idea di pagare i costi di gestione dei richiedenti asilo direttamente attraverso il bilancio europeo non mi sembra invece sbagliata. Al momento ci sono, infatti, ancora alcuni stati che non accettano la ripartizione dei richiedenti asilo e rifiutano di partecipare ai costi degli altri stati. Attingendo direttamente dal bilancio europeo, ogni stato si troverebbe a pagare la quota che gli spetta per la gestione di questo problema comune.

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L’anno scorso l’elezione di Emmanuel Macron in Francia aveva dato grande speranza ai sostenitori del progetto europeo. Questa dinamica sembra essersi affievolita. Qual è la sua impressione?
Il presidente francese è intervenuto la scorsa sessione plenaria davanti a noi in Parlamento europeo, ribadendo proposte ambiziose come la creazione di un bilancio unico per l’eurozona o l’istituzione di una forza europea di protezione civile per gestire i disastri ambientali e, al contempo, mettendo in guardia di fronte all’avanzata di nazionalismi che si nutrono della paura del diverso. Finora, Macron non è riuscito a trovare la sponda che cercava nella cancelliera tedesca Angela Merkel, che è uscita indebolita dai lunghi mesi di trattative per la formazione del governo.

Se il motore franco-tedesco s’inceppa, la locomotiva europea non riparte…
Dobbiamo andare oltre questa logica: l’Europa è molto di più di un territorio che si estende a est e a ovest del Reno. L’Unione è costituita da ventotto Stati membri, che vanno dal Mediterraneo al polo nord, dall’oceano Atlantico alla Russia. Parlare di motore franco-tedesco è riduttivo e svia l’attenzione dalla questione principale: dobbiamo lavorare ancora di più per riuscire a fare una sintesi delle molteplici sensibilità dei vari Stati membri e delle loro popolazioni. Ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide.

Non l’avranno pensata così i britannici, che l’anno prossimo abbandoneranno l’Unione europea…
Non lo nego: è chiaro che la Brexit ha inferto il colpo più duro al processo di integrazione europea. Stiamo parlando del terzo Stato membro in termini di Pil dopo Germania e Francia. Tuttavia, le enormi difficoltà che il primo ministro britannico, Theresa May, sta incontrando nel tenere unito il fronte interno sono il chiaro segno di una classe politica che si è pentita della scelta compiuta. Una scelta scellerata, che, perlomeno, è servita da lezione a chi sventolava a cuor leggero lo spettro dell’uscita dall’Unione europea. Mi dica, lei sente ancora qualcuno paventare la possibilità di una Frexit o di una Italexit?

Il 2019 non sarà solo l’anno della Brexit. Importanti scadenze sono all’orizzonte, come la scelta del successore di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea. Come valuta il suo operato?
Negli anni scorsi Draghi è stato uno dei principali protagonisti sulla scena europea: ha avuto il coraggio di prendere decisioni straordinarie in momenti straordinari. Solo la storia saprà dire se ha fatto bene a immettere nuovo denaro nell’economia europea. In ogni caso, per ora la realtà dei fatti sembra dargli ragione: se l’economia è in crescita in tutta Europa è anche merito suo.

L’anno prossimo, a maggio, si rinnova anche il Parlamento europeo. Cosa ne sarà degli attuali equilibri politici? Gli euroscettici rischiano di avanzare ancora?
Ci saranno dei cambiamenti, certo, ma credo che la dinamica predominante sarà un’altra. Da un lato, i socialisti dovranno far fronte a una perdita di consensi in varie parti d’Europa. Dall’altra, bisognerà vedere cosa vorrà fare Macron. I deputati del suo partito, La République En Marche, andranno nel gruppo dei liberali di Guy Verhofstadt e costituiranno così probabilmente la seconda forza in Parlamento? O Macron fonderà un nuovo gruppo, insieme a partiti “nuovi” come Ciudadanos, in Spagna, e il Movimento Cinque Stelle, in Italia? Gli scenari sono ancora completamente aperti.

Un’ultima battuta sullo stato della politica italiana. Come viene percepita da Bruxelles l’attuale situazione di stallo e, soprattutto, la prospettiva di nuove elezioni?
Non spetta a Bruxelles valutare le scelte degli elettori italiani. Gli italiani hanno scelto di votare così: per l’Unione europea non è un risultato ottimale ma va accettato. Al di la di questo, è chiaro che un governo in grado di svolgere le proprie funzioni a Roma sarebbe un bene non solo per l’Italia ma anche per l’Europa. 

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