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Il punto da Roma

«Verso una nuova stagione europea». Parla Andrea de Bertoldi

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Nei giorni scorsi il Senatore Andrea de Bertoldi ha incontrato Ádám Zoltán Kovács, Ambasciatore ungherese a Roma, in occasione del seminario “La nostra Europa e l’Ungheria di Orbán”, promosso dalla Fondazione Farefuturo.

È stato un interessante approfondimento politico e culturale”, ha commentato a caldo il Senatore trentino sui social network. Lo abbiamo contattato per discutere con lui della sua visione di Europa.

Andrea de Bertoldi, che impressione le ha fatto l’ambasciatore ungherese a Roma?
Un’impressione di assoluta concretezza. L’ambasciatore è un uomo al passo con i problemi contemporanei, è l’espressione di una nazione che è più avanti di noi, che non vede nell’Europa un insieme di tecnocrati, ma guarda piuttosto a un’Europa che possa essere una confederazione di stati, di patrie, che mettano in comune dei temi forti, come ad esempio, la politica estera. Cosa che purtroppo al momento non è, se è vero come è vero che la Francia ha bombardato la Siria senza nemmeno consultarsi con gli alleati.

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Cosa intende quando dice che l’Ungheria è “più avanti di noi”?
L’Ungheria è più avanti di noi nell’affrontare i problemi e nell’aver capito quale Europa dobbiamo perseguire. Noi siamo ancora legati a un’Europa molto tecnocratica, non abbiamo capito che, come diceva il generale De Gaulle, solamente un’Europa delle patrie diventa essa stessa patria. Credo che l’Ungheria, con gli altri paesi del gruppo di Visegrad, abbia saputo interpretare questa esigenza di cambiamento, perché questa Europa ormai non piace più a nessuno, se non quei pochi che ne beneficiano e, in particolare, a quell’asse franco-tedesco che sta di fatto spadroneggiando nella politica europea. Gli altri paesi sono vittime di questa Europa dei tecnocrati.

Voi di Fratelli d’Italia che Europa volete?
Noi vogliamo un’Europa più democratica, dove contino di più le strutture elette dal popolo, mentre oggi per assurdo l’organo meno importante in Europa è proprio il Parlamento europeo. I poteri veri sono nella Commissione, dove c’è questa presenza di burocrati.
In tal senso, credo che l’Ungheria, con gli altri paesi di Visegrad, si stia muovendo nella direzione di un’Europa delle patrie e credo che l’Italia dovrebbe accostarsi a loro. Noi potremmo garantire loro anche il bacino del Mediterraneo. Ci siamo mossi in quest’ottica con Fratelli d’Italia e la Fondazione Farefuturo. Stiamo allacciando rapporti con le fondazioni dei paesi dell’Europa centrale, consci che potremmo inaugurare a breve una nuova stagione europea.

In termini di politiche, in che modo il gruppo di Visegrad sarebbe “più avanti di noi”?
Penso ai problemi dell’immigrazione. Hanno saputo porre una barriera chiara alla frontiera balcanica, che ha dato dei vantaggi pure a noi, che altrimenti saremmo stati stretti nella morsa tra l’invasione dal mare e quella dai Balcani.

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L’Ungheria di Viktor Orban viene però spesso criticata da molti per la repressione della libertà di stampa e di espressione. Cosa pensa a riguardo?
Penso che l’unico paese dove si parla di Orban paragonandolo addirittura al fascismo è l’Italia. Gli altri paesi europei riconoscono ad Orban un’assoluta legittimità, tanto è vero che il suo partito in Parlamento europeo è membro del gruppo del Partito popolare europeo.

Lei a livello europeo si identifica con le posizioni del Partito popolare europeo?
Tendenzialmente sì. Fratelli d’Italia sta lavorando per affiancare i paesi di Visegrad e l’Ungheria di Orban in una posizione che potrebbe anche vederci – non è stato ancora deciso nulla – entrare nel Partito popolare europeo.

Il Partito popolare europeo ha posizioni distanti da quelle di Matteo Salvini e della Lega, che in Parlamento europeo fanno parte di un altro schieramento politico, il gruppo dell’Europa delle Nazioni e delle Libertà. Cosa pensa a riguardo?
Non sono d’accordo. Anche Salvini è molto vicino alle posizioni di Orban. Non vedo tutte queste differenze. Italia è Ungheria sono semplicemente paesi diversi, ma la difesa dell’identità e la cultura della patria, le radici cristiane della nostra Europa sono comunque elementi che accomunano Salvini, Meloni e Orban e per certi versi anche la Le Pen.
Le cose sono in fase di mutazione. In Europa bisogna riunirsi in grandi famiglie e non spezzettarsi in piccoli raggruppamenti privi di peso politico. In quest’ottica, credo che in Parlamento europeo i due grandi blocchi siano quello socialista, da una parte, e il Partito popolare europeo, dall’altra. Credo che la casa comune del centrodestra possa essere proprio quella.

A livello di contenuti, qual è a suo avviso la prima politica che l’Europa dovrebbe cambiare?
L’Europa dovrebbe innanzitutto dotarsi di una vera politica per gestire l’immigrazione e controllare le frontiere, perché oggi una delle minacce maggiori a cui ci troviamo a far fronte è proprio quella dell’immigrazione selvaggia, composta da migranti economici che vengono da paesi poverissimi. Se non diamo una risposta chiara, decisa e forte a questi problemi, rischiamo dei gravissimi problemi interni, di convivenza e di sicurezza.
In materia di immigrazione, l’Europa deve rispondere in maniera comune, non solo dividendosi i rifugiati, che vanno ripartiti equamente nei vari stati membri, ma soprattutto bloccando i migranti economici che non hanno nulla a che vedere con chi scappa dalla guerra.

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