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Uomini e robot pensano allo stesso modo? Ecco gli scenari preoccupanti

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Dall’11 al 14 aprile si svolge a Trento la RoboCup Junior, valevole per i Campionati Mondiali di Montreal 2018 e per il Campionato Europeo di Pescara 2018.

La sempre maggiore capacità dei robot di compiere attività utili all’uomo, genera speranze, preoccupazioni e non poche discussioni filosofiche.

Oggi i robot possono fare operazioni delicatissime e utilissime, in medicina; possono gradualmente sostituire gli uomini in varie attività e mestieri, compresi quello di badante e di segretario/a.

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Tutto ciò, come dicevo, affascina e spaventa: ruberanno posti di lavoro? Renderanno la nostra vita ancora più fredda e meccanica? Oppure saranno utili alleati dell’uomo in tanti campi?

Occorre che questi problemi vengano affrontati, dalla politica, evitando che siano solo la tecnologia e il mercato a dettare la linea.

Quello che però vorrei affrontare qui, molto brevemente, è un tema filosofico: i robot sono davvero assimiliabili all’uomo?

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C’è chi lo crede: c’è chi pensa che i robot potranno un giorno pensare, amare, provare sentimenti, addirittura prendere il sopravvento sull’uomo.

Ma credo sia pessima filosofia.

Nessuno degli uomini che hanno dato un importante contributo a questa storia, condividerebbe questa equiparazione.

Blaise Pascal, il fisico, matematico, filosofo e teologo che costruì la prima macchina calcolatrice, riteneva che l’uomo fosse un unicum: più “grande” dell’universo, perchè capace di pensare e di amare. Come lui gli altri pionieri: il filosofo e matematico Leibniz, Charles Babbage, Ada Loveloce e via discorrendo.

E’ chiaro, infatti, che i robot, anzitutto, non sono vivi. La vita è qualcosa di cui tanto parliamo, anche in biologia, ma che non sappiamo davvero cosa sia, nè come sia nata. Oggi nessun laboratorio al mondo è capace di produrre un solo batterio totalmente artificiale.

Per questo Karl Popper, già nel 1977, riteneva impossibile produrre computer all’altezza del cervello umano, cioè di una realtà così incredibilmente complessa che tutto l’universo materiale insieme risulta, rispetto ad esso, incredibilmente banale.

Oltre a non avere la vita, i robot non sono capaci di una interazione con l’ambiente, tramite corpo, sensi, emozioni, nè di alcun pensiero autocosciente.

Sono in tutto e per tutto oggetti e non, come gli uomini, soggetti, pensanti, liberi, autocoscienti.

Proprio lo studio dell’Ia (intelligenza artificiale), dunque, ci aiuta a comprendera meglio la grande dignità dell’uomo, che non è equiparabile ad alcuna macchina, ad alcun meccanismo puramente materiale e deterministico.

Pensare, amare, sentire, volere, sono capacità che non appartengono ai corpi, agli oggetti, alle macchine, ma solo agli uomini.

Lo spiegano molto bene, tra gli altri, Roberto Cingolani, fisico, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, e l’ingegner Giorgio Metta, che guidano lo sviluppo del robot umanoide iCub, esempio di robotica davvero “prodigioso”.

I robot, hanno scritto in un loro testo, “non hanno alcunchè di sentimentale, di personale o di emozionale” e “non esiste tecnologia che possa rendere una macchina intelligente anche dotata di emozioni e di autocoscienza, con buona pace di tanto cinema e letteratura“.

Analoga la posizione di Federico Faggin, fisico italiano che lavora alla Silicon Valley, che ha iniziato a 19 anni a realizzare tecnologie all’avanguardia, aprendo le porte alle prime memorie dinamiche, alle prime memorie non volatili, al primo microprocessore monolitico al mondo, agli schermi touch… e che ho avuto l’onore di intervistare in uno dei suoi ritorni in patria.

Faggin sostiene che “c’è una differenza incolmabile tra un uomo e un computer. E questa differenza incolmabile, ontologica, sta nella consapevolezza”, che è qualcosa di immateriale, di “miracoloso” (qualcosa che filosofi e teologi chiamerebbero anima, spirito, coscienza).

Noi uomini, afferma Faggin, non abbiamo computer abbastanza potenti per eguagliare neppure un paramecio, cioè un protozoo, composto da una singola cellula vivente senza sistema nervoso, che pure nuota con rapidità, “vibrandi i villi con moto squisitamente coordinato, evita gli ostacoli e i predatori, cerca cibo, riconosce un paramecio con cui accoppiarsi e così via”.

Una singola cellula, dunque, è infinitamente più complessa del più progredito dei robot (che non sono vivi, non pensano, non amano): questo tanto per ricordarci che l’uomo ha grandi doni, forse unici nell’universo (intelligenza, libertà, linguaggio potenzialmente infinito…), ma da qui a diventare il Creatore di nuovi uomini-robot, ce ne passa!

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