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Arte e Cultura

Con Rambert un’autentica dichiarazione d’amore al teatro

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Nonostante sia passata meno di una settimana da «IL CIELO NON È UN FONDALE» del duo Deflorian/Tagliarini, la rassegna “Altre Tendenze” che il Centro Servizi Culturali S. Chiara propone a Trento e Rovereto nell’ambito della Stagione di Prosa 2017/2018 non si ferma e anzi accelera il ritmo con il quarto dei cinque spettacoli in calendario nella città della quercia: giovedì 22 febbraio alle ore 21.00 il palcoscenico del Teatro-Auditorium “Fausto Melotti” ospiterà il monologo «L’ARTE DEL TEATRO», una scrittura drammaturgica del francese Pascal Rambert, che ne ha curato anche la regia.

L’autore, registra e coreografo Pascal Rambert, già apprezzato dal pubblico italiano con Clôture de l’amour e Prova, ritorna a calcare il palcoscenico italiano con la sua ultima produzione «L’ARTE DEL TEATRO», interpretato a Rovereto da Paolo Musio affiancato da un’insolita presenza in ascolto, due occhi che osservano: un cane.

Nato a Nizza nel 1962, dopo aver frequentato la Scuola del Teatro Nazionale di Chaillot, Pascal Rambert fonda nel 1984 la compagnia Side One Posthume Théâtre, per poi dirigere per oltre dieci anni il Theatre de Gennevilliers il quale, sotto la sua guida, diventerà presto il centro propulsore dell’arte drammaturgica contemporanea entro i confini nazionali francesi. La sua carriera artistica tuttavia non si esaurisce qui: dal 2014 l’artista francese è anche drammaturgo al Théâtre National di Strasburgo e, a partire da gennaio di quest’anno, anche artista residente al Théâtre des Bouffes du Nord di Parigi.

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La sua conoscenza intima, profonda e diretta dell’arte del teatro – maturata in anni di consumata esperienza fatta di sacrifici e soddisfazioni – troverà voce nelle parole di un dismesso Paolo Musio, preso nel tormentato tentativo di riflettere sull’arte del teatro e sulla necessità di essere e non fingere in scena.

«Studiando il testo “L’arte del teatro” di Rambert in vista della sua presentazione al pubblico nella versione italiana – spiega Musio, che si è occupato anche della traduzione – ho pensato: questo testo è un dono. Un dono di irriducibile umanità, leggerezza e ironia che l’autore fa a chi lo incontra sul terreno accidentato della propria esistenza, in cerca di un senso. È un dono come lo sono le lacrime, che sgorgando lavano il dolore e fanno scintillare la gioia negli occhi.»

Affidando il suo monologo all’ascolto silenzioso del fedele amico dell’uomo, Rambert in realtà consegna agli spettatori un’autentica dichiarazione d’amore nei confronti del mestiere dell’attore e del teatro nel suo complesso, in un altalenarsi ciclico di bello e brutto, alti slanci di passione e inevitabili voli pindarici.

Un rapporto contraddittorio quello tra l’uomo e l’arte drammaturgica, tormentato eppure vitale che, nelle parole dello stesso Musio, può essere colto nella sua essenza anche a chi del teatro non sa assolutamente nulla: «Il testo contiene in sé la possibilità di essere trasceso, di aprirsi e fornire a tutti, anche a chi del teatro non sa assolutamente niente, l’esperienza diretta e concreta di un modo di stare al mondo, alle prese con l’azione, con il vuoto, la solitudine, con l’altro da sé, ma soprattutto con l’amore e lo stupore per la vita, il tempo in corsa e le sue infinite variazioni di ritmo e di intensità.»

In un appassionato fluire di parole, l’attore sfoga la sua amarezza per un mestiere in cui non trova più la scintilla della creazione, per un teatro che avverte ormai malato, che è necessario riscoprire nei suoi aspetti più autentici. L’arte del teatro, come rivelerà il protagonista al suo compagno a quattro zampe non è infatti nient’altro che una lotta libera da ogni paura e timore per la bellezza genuina, nonché per la propria vita di artista (e non di superficiale mestierante).

Si tratta di un teatro, quello di Rambert, che già a partire da Side One Posthume Théâtre lavora sul corpo e sulla parola privilegiando a volte l’uno, a volte l’altro, secondo la sua esigenza creativa. «Percorrendo i vari capitoli del testo – afferma Paolo Musio – sento che esso è scritto, direi inciso, nel mio corpo di attore, e che l’unica azione possibile da parte mia sia dare umilmente, rigorosamente spazio a questa dimensione corporale, fisica della memoria come presenza.»

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