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Io la penso così…

Panarotta, quando si tutela più il business delle vite umane – di Grazia Castellini

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Grazia Castellini

Gentile direttore,
finalmente in Panarotta si torna a sciare: il consulente nominato dalla Provincia ha dato il via libera al dissequestro delle piste Malga 1, Malga 2 e campo scuola.

Dal sopralluogo disposto dopo la morte del poliziotto Bruno Paoli sono però emerse parecchie irregolarità. Pozzetti di innevamento a bordo pista non adeguatamente protetti, piloni delle seggiovie e muri privi di materassino, la presenza di un filo spinato appena fuori pista, un filo d’acciaio direttamente sul tracciato, cannoni da neve non protetti e segnaletica non corretta, e la rete dove è avvenuto l’incidente presentava un vistoso strappo alla base. Solerti gli interventi, tanto che in pochi giorni sono state messe in sicurezza metà delle piste della zona.

L’avvocato della Panarotta ritiene però sproporzionato un sequestro di queste dimensioni, forse scordandosi però che è morta una persona (un marito e padre di famiglia) a causa della superficialità di chi dovrebbe gestire gli impianti. Stupisce poi l’Assessore Dallapiccola quando sostiene che si è potuto verificare per l’ennesima volta l’efficienza del sistema provinciale che vigila sugli 800 km di piste presenti sul nostro territorio, spostando l’attenzione su di un servizio di impianti a fune tra i pochi in Europa; la soddisfazione dell’Assessore dovrebbe però spegnersi in casi come questi per poi chiedersi com’è possibile che una zona turistica come la Panarotta presenti lacune come quelle emerse.

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In rispetto alla famiglia della vittima, che oltre al dolore è costretta a leggere sui quotidiani l’euforia e certe esternazioni del tutto inappropriate da parte di chi dovrebbe tutelarci ma che in realtà pensa esclusivamente al business, bisognerebbe considerare l’idea di sostituire i colpevoli di questa tragedia in modo che non debbano mai più succedere incidenti mortali causati dall’inadempienza di regole obbligatorie ma spesso non considerate.

Grazia Castellini
Coordinatrice territoriale di AGIRE per il Trentino – Valli Giudicarie

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Io la penso così…

Metterò la mia macchina in Duomo sperando di essere assolto dal Dio dei Cretini – di Gianluca Rigoni

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera di un lettore che come specifica nell’antefatto «Paga le tasse da una vita» 

Spett.Le Direttore,

sono mediamente credente, non faccio male a nessuno e cerco, con tutta la fatica che si fa in questi tempi, di seguire i precetti del Vangelo.

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Ebbene, poco tempo fa sono stato a rischio di bestemmia davanti ad una Chiesa di Trento, e non ero il solo.

Succede che mandano mio figlio in visita scolastica al Duomo, con prelievo dei genitori davanti al sagrato.

Nulla di particolare, penso, prendo la macchina (perché abito lontano) e ci vado.

Non avevo calcolato che siamo a Trento, il regno della gestione municipale illuminata.

Raggiungo la zona a ridosso del Duomo e cerco un parcheggio, pur sapendo che sono cari, e proprio perché sono cari ritengo sia pacifico trovarne uno. Ritenevo male.

Giro e rigiro attorno al centro, via Verdi, via Rosmini, via Prati, ma nulla da fare, tutto pieno e nessuno che si smuove, e passando sul retro della facoltà di Sociologia vedo una via totalmente libera da macchine, o quasi.

Perché le uniche due macchine presenti erano parcheggiate davanti alla sala giochi della vietatissima via Maffei, e mentre ero in coda dietro ad altri disperati come me con la coda dell’occhio noto che erano circondate di gente, extracomunitari da quel che ho notato, seduti sul cofano e con lo sportello aperto a sentire la loro musica etnica a volume alto.

Via al Torrione e via degli Orti erano completamente deserte, ma parcheggiare in quella zona è l’equivalente di commettere un omicidio.

Mentre come uno stupido continuavo a girare a vuoto, e avevo già raggiunto e superato la mezz’ora, facevo i pensieri più maligni.

Tra tutti che prima di blindare il centro storico e immiserire i pochi negozi rimasti forse una giunta comunale più seria dovrebbe pensare a creare più parcheggi.

Se era la scusa dell’inquinamento quella di desertificare senza pietà il cuore della città, basterebbe vedere quello che hanno erogato e erogano le mille macchine in coda a girare nei pressi del centro senza possibilità di sosta.

Gli ecologisti della politica anti-uomo avrebbero da ribattere che basta prendere la bicicletta, al ché, maligno, risponderei che se anche non te l’avessero rubata come è prassi a Trento nonostante le sbandierate telecamere che non so dove guardino, non tutti girano con carrozzina al seguito per figli o spesa come i perfetti tedeschi, allenati da piste ciclabili non come le nostre, più larghe delle autostrade, e protette da regolamenti ferrei.

Di più se abiti appena ridosso della collina (ah già siamo in un paese montano..) e non sei un ciclista professionista, vorrei essere il primo a cronometrare i tempi di salita degli ecologisti della prima ora, magari con i soldini per auto elettrica e casa in centro.

Intanto che malignavo il tempo passava e già vedevo mio figlio consegnato ai Vigili perché abbandonato da padre degenere.

E dire che mi ero preso largo margine di tempo per andare a mangiare un gelato in centro, sempre che esista ancora un gelataio.

Alla fine mi sono arreso e diretto presso un parcheggio sotterraneo, lontano dal Duomo e costosissimo, e di corsa sono arrivato al sagrato in tempo per vedere altri genitori con canini esposti e occhi cerchiati d’odio per la mia stessa Odissea, e le bestemmie non si sono sentite solo perché le campane suonavano a festa credo per i cresimandi, ma con tutti si paventava un’azione comune di protesta con macchine esposte davanti al Duomo, o magari accanto a quelle degli sfaccendati della sala giochi via Maffei.

Dio mi avrà ascoltato e si sarà offeso ma spero mi abbia assolto visto che è anche il Dio dei cretini, non so se farà altrettanto con il Sindaco.

Gianluca Rigoni 

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Io la penso così…

Massimo ribasso sugli appalti pubblici: un boomerang per tutto il sistema – di Andrea Merler

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Ridare dignità al lavoro è un’affermazione che tutti possiamo condividere e guarda caso non smettiamo mai di sentirla alla Festa del Primo Maggio.

Il problema però è come realizzare l’obiettivo che la nostra Costituzione ci indica magistralmente già nei principi cardine dell’ordinamento.

In questa sede voglio porre l’attenzione su un tema fondamentale per lo sviluppo, quello degli appalti pubblici e che poi coinvolge a cascata anche un’altra tematica importante come la sicurezza nei luoghi di lavoro.

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Gli appalti pubblici sono una materia complessa sulla quale tutti i Governi hanno sempre cercato di intervenire.

Lo ha fatto anche questo Governo con il recente decreto legge “sblocca cantieri”.

A mio avviso è sempre corretto cercare di snellire e semplificare le procedure di aggiudicazione, ma il punto chiave rimane la regola del massimo ribasso.

In linea di principio sarebbe una regola di concorrenza tra le imprese che vogliono aggiudicarsi un appalto di lavori, servizi o di fornitura, ma in concreto rischia invece di diventare un boomerang per tutto il sistema.

Non per la regola in sé e per sé perché dovrebbe portare ad un risparmio di costi per la collettività e normativamente è la regola prevalente, ma per come viene applicata.
Il motivo è semplice.

Se per realizzare un’opera il costo stimato dai tecnici facendo riferimento a prezziari standard ovvero di mercato è pari a 100, la base di gara non può essere 100 meno il 20/30%.

A questo costo a base di gara reale di 70/80 si aggiungerebbe così la fase delle offerte al massimo ribasso tra le imprese che partecipano all’appalto e in tal modo l’opera verrebbe realizzata ad un costo finale assai ribassato anche della metà rispetto al costo corretto stimato ab origine.

Sappiamo bene che per un motivo o per l’altro- riserve delle imprese sui costi e le quantità, varianti in corso d’opera ecc. – i costi finali possono lievitare notevolmente.

Il meccanismo perverso della stima incongrua a base di gara e quella che definirei il ribasso sul ribasso sono una scelta consapevole delle stazioni appaltanti che dovendo sostenere i costi dell’opera decidono però di scaricare una serie di problemi di realizzazione delle opere pubbliche sulle imprese e i lavoratori.

Non è in questo modo che si può ridare dignità al lavoro e non è così che si garantiscono condizioni di sicurezza idonee nei luoghi di lavoro.

Le imprese “costrette” da questo sistema a sopravvivere nel mercato devono necessariamente contrarre i costi fissi e variabili e molte volte sono messe nella condizioni di doversi arrangiare ed eludere le norme a tutela dei lavoratori. Il divieto di ribasso sui costi della sicurezza e del lavoro che è un principio sacrosanto, viene così bypassato dalle prassi, dal fatto di doversi barcamenare in ogni modo.

La politica e la burocrazia sono i principali responsabili di questo modus operandi.

La prima perché vuole fare le opere senza garantire le necessarie coperture finanziarie che assicurino la copertura dei costi e consentano un equo guadagno e lo spazio per la formulazione di un ribasso adeguato. La seconda perché si adatta alla volontà politica senza rendersi conto che potrebbe risultare travolta dalle responsabilità -almeno sul piano morale- di un infortunio mortale o gravissimo in cantiere.

Per migliorare basterebbe poco.

La politica dovrebbe ragionare come il bonus pater familias e pertanto mettere in campo opere che una comunità può permettersi in termini economici e i tecnici dovrebbero invece essere guidati dalla deontologia professionale che li dovrebbe rendere attori consapevoli delle loro azioni.

Il nostro Trentino non è certo esente da tutto questo e le situazioni a dir poco imbarazzanti di questi ultimi tempi ne sono la prova lampante.

Prima di perdere definitivamente la bussola è indispensabile che le OO.SS. delle imprese e dei lavoratori, gli Ordini e i Collegi professionali, la politica ritrovino la retta via perché di questo passo il sistema non può reggere e non aspettiamo il prossimo morto sul lavoro, il prossimo appalto discutibile ad aprire gli occhi.

Evitiamo l’ormai stucchevole demagogia politica e agiamo subito per il cambiamento.

Le imprese serie e che per definizione devono fare utili e i professionisti affermati sanno benissimo cosa accade e stanno prendendo le giuste contromisure guardando altrove dove la Pubblica Amministrazione e la politica non vivono di sogni, ma stanno al passo con la realtà del lavoro che e’molto più complessa di come ci viene molte volte  descritta.

Non servono più norme e procedure, quelle ci sono già e forse sono anche troppe, ripartiamo dalla competenza, dalla consapevolezza, dalla serietà e da una sana umiltà che non hanno mai fatto male a nessuno.

Andrea Merler – Tecnico esperto in materia di sicurezza sul lavoro

«Io la penso così» – la rubrica dedicata ai lettori  – Facci sapere anche tu come la pensi su qualsiasi argomento a te caro – (invia a redazione@lavocedeltrentino.it)

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Io la penso così…

Lupo, clima da caccia alle streghe. – di Riccardo Ianniciello

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Spett.Le direttore,

perché tanto accanimento sul lupo?

Io credo non sia tanto per il fatto che il lupo arrechi danni agli allevatori (si parla di 170 mila euro annui ma certo non bisogna minimizzare l’impatto della predazione del lupo sui capi domestici ma gli allevatori devono attrezzarsi e soprattutto riabituarsi alla sua presenza come avviene in Abruzzo e ciò richiede tempi lunghi) o la sua presunta minaccia all’uomo (erano due cani a rincorrere quel ciclista il 31 maggio 2018 nel bellunese e non lupi come in un primo momento in toni allarmistici era stato perentoriamente affermato) ma perché rimane, nell’immaginario collettivo, il lupo cattivo delle favole, malvagio e pericoloso e in questo senso si presta straordinariamente a ogni sorta di strumentalizzazione: calcolo elettorale, capro espiatorio sul quale scaricare la rabbia di frustrate categorie di lavoratori, battaglia ideologica per affermare superiorità e potere decisionale (la Provincia sul Governo nazionale in materia di normative ambientali), insomma il lupo diventa il male assoluto.

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In questa visione fortemente antropocentrica, dove l’uomo è il signore e padrone della terra e dove gli animali sono alla sua mercé, i parchi naturali in Trentino, nati per arginare la follia distruttrice dell’uomo, diventano riserve di caccia per la potente lobby venatoria che sarà completamente soddisfatta fin quando non vedrà ucciso l’ultimo lupo (non certo quello del film, pellicola infarcita di preoccupanti pregiudizi, stereotipi e inesattezze sull’etologia del canide selvatico al punto che il regista è sotto accusa anche per l’uso spregiudicato dei lupi per esigenze cinematografiche: si parla di documentati maltrattamenti) sarà ammazzato.

I parchi naturali in Trentino sono sempre di più concepiti come banali giardini perché non c’è posto per un animale selvatico come il lupo che rappresenta un ecosistema sano con i suoi naturali predatori e perché soprattutto personifica lo spirito selvaggio che aleggia nei boschi ma anche il selvatico che è dentro di noi e che teniamo continuamente a bada, assopito e assoggettato e che tanta ricchezza ci può dare: la natura va addomesticata e niente deve minare la nostra quieta disperazione.

Non mi stupisco che venga istituito nel nostro trentino un tribunale per gli animali criminali, come avveniva nel basso medioevo dove agli animali venivano processati attribuendogli umane responsabilità e che si metta prima o poi una taglia sul lupo come nei secoli passati: il clima di caccia alle streghe mi sembra ci sia tutto.

Riccardo Ianniciello

«Io la penso così» – la rubrica dedicata ai lettori – (invia a: redazione@lavocedeltrentino.it)

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