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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Cosa resta dell’anima? Tutto, come ai tempi di Socrate e di Agostino

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L’origine dell’uomo non è, come spesso i libri di scuola o riviste divulgative tentano di far credere, qualcosa di chiaro e ben conosciuto.

Il biologo e genetista Edoardo Boncinelli, famoso per essere il “Dawkins italiano” (con riferimento al celebre biologo ateo autore del libro L’Illusione di Dio), nel suo Le forme della vita. L’evoluzione e l’origine dell’uomo (Einaudi, 2006) spiega perchè la preistoria umana è ancora, per molti aspetti, un mistero insondato, una “provincia inesplorata“: “Abbiamo sin qui esposto il nocciolo della teoria neodarwiniana… Sin dall’inizio si è chiarito che questa teoria spiega benissimo certe cose, meno bene altre, e pochissimo altre ancora. Quello che è successo prima della esplosione del Cambriano e gli eventi che hanno portato all’ evoluzione della specie umana esulano un po’ da ciò che la teoria spiega bene“.

A un certo momento– continua Boncinelli- però è avvenuto qualcosa che almeno ai nostri occhi appare eccezionale”. Cosa è accaduto? La comparsa dell’uomo.

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Boncinelli spiega poi che ci sono due facoltà, la coscienza di sè e il linguaggio –cioè proprio le facoltà che distinguono l’uomo dall’animale e che interessano filosofi e teologi-, di cui non comprendiamo l’origine, perchè risultano “quasi spuntate dal nulla“.

Ma, sta qui la domanda filosofica: in che sensodal nulla”, le facoltà che fanno sì che l’uomo sia l’uomo?

Coscienza e linguaggio, elementi distintivi umani, sono i segni della sua natura spirituale, ed hanno quindi un’ origine non materiale (come è sottinteso in una visione in cui esista un Dio Creatore, puro Spirito, che infonde l’anima spirituale, “dal nulla“, in un corpo animale creato; qui “dal nulla” significa dunque “non dalla materia”), oppure sono avvenimenti casuali, non voluti, derivanti da una materia che però, ordinariamente, non li possiede?

Può la coscienza nascere dall’in-coscienza e il linguaggio, questo potentissimo strumento che permette all’uomo di leggere la natura e di dominarla, dall’a-fasia?

Boncinelli non si rende conto di dire cose che fanno a pugni tra loro. Da una parte, nei suoi libri, attacca ogni concezione che abbia a che fare con il sacro (“appena compare la parola sacro smettiamo di ragionare“), dall’altra nella sua ricognizione scientifica si rende conto di non poter spiegare, in un’ottica materialistica, assolutamente nulla: non l’origine dell’universo (“dal nulla di materia”, come sembrerebbe dal Big Bang?); non l’origine della vita; non le caratteristiche peculiari dell’uomo, coscienza e linguaggio, cioè ciò che ci rende non solo oggetti ma anche soggetti; non solo sottoposti alle leggi fisiche, ma anche liberi; non semplici automi, ma creature dotate di coscienza morale, domanda di senso, domanda di Bene e di Giustizia.

IL MISTERO DELL’UNIVERSO – In un’intervista tutta incentrata sulla sua “fede nella scienza”, Boncinelli ammette: “E siamo così arrivati al punto, all’autentico mistero dell’universo. Non la morte ma neppure la vita. Bensì la coscienza. E’ la comparsa della mia consapevolezza di esserci e la conquista della mia identità il vero problema al quale per ora, al di là delle chiacchiere, non ha mai messo mano nessuno” (La Verità, 11 agosto 2017).

Tralasciamo ora una semplice obiezione (la vita stessa è ancora un mistero: non ne conosciamo l’origine nè, in senso pieno, l’essenza); mettiamone a fuoco una seconda: cosa vuole dire “mettere mano” alla coscienza? Si tratta di qualcosa di misurabile, di pesabile con la bilancia? Se così fosse, questa coscienza dovremmo incontrarla, prima o poi, e non resterebbe un mistero insondato. Ma se la coscienza, come il pensiero, la volontà, la libertà, dice spirito, anima, come si può metterci sopra la mano?

Concludiamo concentrandoci sull’ ammissione di Boncinelli: la nostra coscienza è il mistero dell’universo.

Parafrasando il titolo di un suo testo, Quel che resta dell’anima, si può allora affermare: dell’anima resta proprio tutto, non è cambiato nulla dall’epoca di Socrate, quell’ uomo così affascinato dal sacro, dal “mistero dell’universo” che chiamava “anima”, da affermare: “conosci te stesso (cioè la tua anima, ndr), e conoscerai l’universo e gli Dei“.

Nonostante tanti secoli di scienza sperimentale, Boncinelli non me ne voglia, non cambia nulla neppure rispetto al pensiero di sant’Agostino, il quale ricordava all’uomo l’impossibilità, causa la sua natura umana, di accedere completamente al Mistero, cioè a verità non irrazionali, ma superiori alla ragione umana perchè divine, e lo invitava anche a rientrare in se stesso, per poter così accedere al luogo intimo dell’incontro con il Divino stesso.

Didascalia: l’immagine in alto illustra molto bene il concetto espresso da Boncinelli con l’espressione “quasi dal nulla”. Ciò che distingue l’uomo dalla scimmia, coscienza e linguaggio, non è un mutamento solamente fisico, non solo perchè tutte le forme intermedie tra scimmia e uomo non esistono e non sono mai esistite, ma anche perchè non è cambiando la curvatura della schiena e il numero dei peli che si creano coscienza, linguaggio, pensiero umano. C’è, accanto ad una evidente parentela, anche una evidente alterità tra animale ed uomo, e questa alterità evidente, ma non misurabile con strumenti scientifici, sperimentali, non “sta” in una semplice evoluzione fisica.

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

«Le donne sono intuitive e multitasking, gli uomini logici e razionali»

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L’ Almanacco delle scienze del CNR, nel numero di marzo 2016 riportava un articolo sulle differenze tra il cervello dei maschi e quello delle femmine.

Elisabetta Menna, dell’Istituto di neuroscienze del Cnr, riassume così lo status delle ricerche: “Di differenze ve ne sono a livello sia strutturale sia funzionale. In generale gli uomini hanno più neuroni (materia grigia) e le donne hanno maggiori connessioni (materia bianca)”.

Ciò significa, per semplificare al massimo, che la percezione popolare della differenza tra maschio e femmina, riassumibile pressappoco in un concetto come questo: “le donne sono intuitive e multitasking, gli uomini logici e razionali”, non è peregrina.

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Non si tratta certo di utilizzare la scienza, oggi, come si faceva nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, quando un’ eccessiva fiducia nel metodo sperimentale, applicato agli uomini portarono a stabilire graduatorie molto rigide sulla superiorità del maschio sulla femmina.

Nel contesto materialista e riduzionista di allora, l’intelligenza, per usare una parola molto generica, doveva essere connessa non a qualche entità spirituale (la classica e ormai negletta “anima”), ma a fattori fisici ben documentabili e sperimentabili.

Si riteneva che l’uomo fosse studiabile, per citare Emile Zola, come “un ciottolo della strada”, non solo quanto alla sua corporeità, ma anche riguardo alle sue scelte.

E che l’intelligenza, trasformata in un’ entità sconnessa e isolata da educazione, passioni, emozioni, motivazioni…, fosse misurabile con opportuni test creati da psicologi, antropologi e psichiatri.

Per questo specialisti in fisiognomica, antropometria, frenologia e craniometria, tutte discipline che oggi consideriamo senza fondamento (pseudoscienze), ma allora ritenute il top del pensiero scientifico di contro alle vecchie “superstizioni religiose”, non avevano dubbi: come nel cranio di un uomo bianco stanno più pallini di piombo di quelli contenuti nel cranio di un nero, così il cranio dei maschi è più capiente di quello delle donne. E ciò ne dimostra la superiorità.

Ancora: poiché il cervello del maschio pesa di più di quello della femmina, possiamo stare tranquilli sulle conclusioni già desunte grazie a pallini e misurazioni effettuate con compassi di vario genere.

A queste convinzioni aderivano personalità come Charles Darwin, ne L’origine dell’uomo, o Cesare Lombroso, psichiatra di grido e fondatore dell’antropologia criminale, nel suo La donna delinquente, la prostituta e la donna normale.

Oggi sappiamo che le misurazioni con il bilancino degli scienziati materialisti ottocenteschi erano esatte, ma non tenevano conto del fatto che è tutto il corpo maschile a pesare di più.

Quanto al cervello femminile, oggi sappiamo che possiede le sue caratteristiche peculiari, originali, tra cui un maggior numero di connessioni tra i due emisferi (“Pur avendo le donne un numero minore di neuroni, tuttavia possiedono aree cerebrali con almeno il 10% di neuroni e connessioni in più…”; G. Maira, Sole 24 ore, 25/7/2014).

Ciò sta a significare, come scrivono lo psichiatra Tonino Cantelmi e lo psicologo Marco Scicchitano, nel loro Educare al femminile e al maschile (un ottimo mix di conoscenze scientifiche, esperienza, buon senso e buona filosofia), che decidere chi sia “superiore” o “inferiore” tra l’uomo e la donna, è come stabilire se a tavola sia più importante il coltello o la forchetta.

Uomo e donna sono dunque molto diversi tra loro, anatomicamente e fisiologicamente, e persino nel cervello: è proprio questo a renderli complementari.

Se è vero che un figlio nasce dalla relazione tra due persone con differente identità sessuale, un maschio e una femmina, è altrettanto vero che costoro non si completano soltanto perché uno fornisce lo spermatozoo e l’altra l’ovulo, ma anche perché persino i loro cervelli sono strutturalmente e funzionalmente differenti, complementari, come la loro psicologia.

Come a dire che solo con entrambi, cervello maschile e cervello femminile, si legge la realtà a 360 gradi. Il buon senso lo insegna e le neuroscienze lo confermano: camminando a braccetto, maschio e femmina, vedono più chiaro.

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Andreas Hofer non trova pace: lo spirito cattolico e il tradimento dell’Impero che gli voltò le spalle

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Andreas Hofer non trova ancora pace.

Crescendo ho imparato che non vi sono nemici da combattere, ma verità da difendere.

Dovuta premessa per fugare ogni dubbio dall’idea che il mio approccio ad Hofer “diverso” dagli Schutzen sia pretestuoso, campanilistico, da tifoseria o addirittura anti Asburgico.

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Il casato degli Asburgo, fino alla rinuncia dell’imperatore Francesco II d’Asburgo del titolo di imperatore del sacro romano impero, scegliendo di mantenere solo il più modesto titolo di imperatore di Austria e Ungheria, trasmetteva il titolo di imperatori del Sacro Romano Impero, titolo che ha avuto origine dall’incoronazione di Carlo Magno, avvenuta la notte di natale dell’anno 800.

Dunque chi ha a cuore e trova nella classicità romana il proprio modello e riferimento valoriale, non può che abbracciare benevolmente il casato degli Asburgo. Certamente, come accadde nel periodo dell’impero romano, anche durante le reggenze degli Asburgo, non tutti gl’Imperatori furono all’altezza e degni dell’incarico ad essi affidato.

Ad esempio l’imperatrice Maria Teresa, con mano più energica rispetto ad imperatori che secoli prima l’avevano preceduta – vedi Corrado II e Massimiliano I – mise in atto una germanizzazione dei territori di lingua d’origine latina senza precedenti: Costa divenne Kostner, Ciampac divenne Kompatscher e così via.

Il figlio Giuseppe II nell’anno 1785 di propria iniziativa rinominò il Trentino in Tirolo meridionale. Il suo successore al trono, il fratello Leopoldo, fu illuminista massone come Giuseppe II, entrambi anti cattolici. Francesco Giuseppe (del quale si racconta che sia stato figlio di Napoleone) volle e firmò la legge anti italiana.

Così si espresse il Consiglio della Corona il 12 novembre 1866, «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua maestà richiama gli uffici centrali al forte dovere di procedere in questo modo a quanto stabilito».

Con questi precedenti, le accuse volte al governo Giolitti, conseguentemente alla legge del governo italiano volta all’italianizzazione dei territori del Trentino e dell’Alto Adige – nome cambiato da Napoleone – sono ingiustificate, in quanto rientrano nella spietata legge del contra e patior, “soffrire il contrario”.

Per tornare ad Hofer, la storia ineluttabilmente testimonia che fu un patriota, difensore della sua terra e dei principi religiosi cattolici, non fu mai anti italiano, perché l’Italia politicamente esiste dal 1861. Fu italiano geograficamente, in quanto la natura ha stabilito che le alpi segnassero il confine settentrionale della penisola italica, così come anche ricordato nella divina commedia dal sommo poeta Dante.

Hofer fu un eroe e martire cristiano, tradito da un suo compaesano Franz Raffl, e dal suo imperatore Francesco II d’Asburgo.

Quest’ultimo – mentre Andreas si accingeva ad esalare l’ultimo respiro – nel contempo a Vienna festeggiava il matrimonio tra Napoleone e Maria Luisa d’Asburgo. Hofer aveva dunque combattuto contro Napoleone, lo stesso che lo condannò a morte!

Sul patibolo furono queste le ultime sprezzanti parole di Hofer: “Franz, Franz, questo lo devo a te!“, con ciò riferendosi a Francesco I (rinunciando al titolo di imperatore del sacro romano impero il nome da Francesco II, cambiò in I), che era passato dalla parte di Napoleone.

Andreas Hofer era fervente cattolico sempre immerso nella preghiera, con una condotta di vita esemplare.

Riporto il seguente dettaglio di una sua ordinanza: ”Molti de’ miei buoni fratelli d’armi e difensori della Patria si sono scandalizzati che le donne d’ogni condizione coprano il loro petto e i loro bracci troppo poco ovvero con pezze trasparenti, ed in conseguenza danno occasione a stimoli peccaminosi, ciò che non può che sommamente dispiacere a Dio, ed a chiunque pensa cristianamente. Si spera che al fine di tener lontano il castigo di Dio, esse miglioreranno; in caso contrario dovranno ascrivere a sé stesse se in un modo loro sgradevole verranno lordate”.

Lo spirito cattolico che animava la battaglia di Hofer, contro lo spirito anticattolico della rivoluzione francese esportato da Napoleone, oggi alberga tra gli Schutzen?

Immagino che siano tutti cattolici praticanti, nessuno di essi è divorziato, risposato, nessuno utilizza contraccettivi, nessuno ha mai abortito o quant’altro. Sarà, ma Christian Kolmann delfino di Eva Klotz gay dichiarato (Alto Adige 17 aprile 2016), Claudio Tessaro de Weth, capitano onorario ed emerito della prima compagnia schutzen di Trento, intervistato in merito al Dolomiti pride di Trento, asseriva che i gay non erano un loro problema (Trentino 8 giugno 2018), fanno pensare che agli Schutzen di Andreas Hofer interessa una strumentale quanto inesistente rivendicazione di anti italianità, che nel martire ed eroe cattolico non è mai esistita.

Furono italiani coloro che cercarono di riscattare la vita di Andreas Hofer con 5000 scudi, frutto di una colletta popolare. Fu il vice Re d’Italia a chiedere a Napoleone la grazia per l’oste della Val Passiria.

Non vogliamo il rafforzamento della regione Trentino- Suedtirol, ma le distinzioni di questo matrimonio forzato. Con il Trentino ci hanno portato una sposa che non abbiamo scelto, con l’Italia come una suocera cattiva che viene coinvolta in questioni che non li riguardano” (Sven Knoll, Sud – Tiroler Freiheit).

Ps. A Mantova nei pressi del parco dedicato ad Andreas Hofer, adiacente a Porta Giulio Romano vi è un cartello informativo, che definisce Andreas Hofer indipendentista Tirolese.

Chissà, forse nel grossolano errore – che nessuno tra gli eruditi Schutzen mai deve aver notato -, si cela una verità: se Hofer fosse rimasto vivo, considerato il tradimento dell’imperatore Francesco I, avrebbe nuovamente impugnato le armi per chiedere l’indipendenza del suo Tirolo da quell’impero che gli voltò le spalle.

 

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, referente per l’associazione Progetto Nazionale (foto sotto).

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

«Dieci brevi lezioni di filosofia»: in uscita il nuovo libro di Francesco Agnoli

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Esce tra qualche giorno, per l’editore Gondolin, Dieci brevi lezioni di filosofia, di Francesco Agnoli, giornalista e scrittore trentino.

Nel giorno dei morti, riportiamo due pagine del libro, quelle in cui Alain Turing discute, in un dialogo immaginario con Tommaso d’Aquino, dell’immortalità dell’anima.

Nella storia delle macchine il fisico e matematico Alain Turing (1912-1954) è un nome imprescindibile.

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Nel 1931 l’autore di The bomb, una macchina elettromeccanica capace di decifrare il codice segreto tedesco Enigma, e l’ideatore della “macchina universale di Turing“, scrive un saggio, Nature of spirit per la madre di un caro amico defunto, Christopher Morcom.

In questo saggio Turing nota che “noi possediamo una volontà capace di determinare, probabilmente in una piccola porzione del cervello, possibilmente su tutto il cervello, l’azione degli atomi. Il resto del corpo agisce in modo da amplificare questa volontà“.

Esiste dunque una volontà umana, invisibile, immateriale, eppure efficace, che governa la materia, gli atomi.

Continua Turing:Personalmente ritengo che lo spirito sia in realtà eternamente connesso con la materia, ma di certo non sempre dallo stesso tipo di corpo. Un tempo ho creduto possibile che, alla morte, uno spirito entri in un universo completamente separato dal nostro, ma oggi considero materia e spirito così intimamente connessi che ciò sarebbe una contraddizione in termini. E tuttavia è possibile, anche se improbabile, che un universo del genere esista… Quanto poi alla connessione stessa tra spirito e corpo, io penso che quest’ultimo possa ‘attrarre’ e tenere unito a sè uno ‘spirito’ in virtù del suo essere un organismo vivente, e quindi che i due siano tra loro saldamente connessi finchè il corpo sia vivo e sveglio”, mentre “quando il corpo muore” accade che ciò che “consente al corpo di tenere unito a sè lo spirito se ne va anch’esso, e presto o tardi, forse immediatamente, l’anima trova un nuovo corpo“.

Francesco Agnoli

Infine, continua Turing, “quanto alla questione del perchè si abbia un corpo, e perchè non si voglia o non si possa vivere liberi come spiriti e come tali comunicare, probabilmente potremmo farlo, ma allora non ci resterebbe più assolutamente niente da fare. E’ il corpo che fornisce allo spirito le cose di cui occuparsi e le cose da usare“.

E’ evidente che Turing, al di là di molti dubbi, ha due idee ben chiare: lo spirito esiste ed è immortale; il corpo è ad esso “saldamente connesso“, quasi necessario. Almeno per l’uomo, si potrebbe aggiungere.

Proviamo ora ad immaginare un confronto tra Turing e Tommaso d’Aquino.

Anche per il filosofo medievale lo spirito umano è incorruttibile; anche per lui, nel solco di Aristotele, spirito e corpo non sono – come invece volevano l’orfismo, i pitagorici, Platone, le filosofie orientali e come dirà Cartesio-, due realtà ben distinte e dualisticamente separate, bensì due co-principi costantemente interagenti di un’unica sostanza, di quell’unico essere che è l’uomo.

In altre parole il corpo non ospita semplicemente un’anima, ma è materia vivificata e guidata dall’anima (e di conseguenza il cadavere, non animato, è altra cosa rispetto al corpo umano).

E la morte, allora? Ricordiamo Turing: egli non sa dove mettere lo spirito, una volta morto il corpo. In un “universo completamente separato dal nostro“, o in un “nuovo corpo“?

La prima soluzione gli sembra non sia logica, proprio in nome del profondo legame esistente tra spirito e corpo.

Ma la seconda, solo adombrata, è però contraddittoria con quanto detto in precedenza da lui stesso.

Immaginiamo ora che Tommaso provi a spiegargli la contraddizione: Caro Turing, ci unisce la comune credenza nell’esistenza dello spirito. Ora però facciamo un passo ulteriore: tu sostieni l’intima connessione, sostanziale e non accidentale, tra lo spirito, che è immateriale, personale, soggettivo, unico, e il corpo ad esso connesso: se anima e corpo sono così profondamente compenetrati e non meramente accostati, dovresti logicamente dedurre che il corpo non può essere un semplice contenitore dell’anima. Invece, in modo non coerente, separi lo spirito dal suo corpo, riducendo di fatto il corpo ad un mero contenitore, come i sostenitori della reincarnazione. Così però ricadi nello spiritualismo che hai negato, e che riconosce di fatto dignità soltanto allo spirito (perchè fa del corpo qualcosa di insignificante, impersonale, intercambiabile). Per comprendere la realtà dell’uomo dobbiamo tenere insieme immortalità dello spirito e sua intima connessione con il corpo, secondo il dettato biblico e il retto uso della ragione. Io credo che la risposta stia nella risurrezione dei corpi, un dogma cattolico estraneo sia alle filosofie materialiste sia a quelle spiritualiste. Infatti senza la risurrezione del corpo, l’anima umana rimarrebbe in una condizione per lei innaturale, data la relazione essenziale che ha con il suo proprio corpo. Risurrezione dei corpi significa dunque che l’unicità e la personalità di ogni spirito sta insieme, sempre, con l’unicità di ogni corpo, e che non esiste per me, per te, salvezza vera che non sia salvezza anche del corpo“.

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