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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Cosa resta dell’anima? Tutto, come ai tempi di Socrate e di Agostino

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L’origine dell’uomo non è, come spesso i libri di scuola o riviste divulgative tentano di far credere, qualcosa di chiaro e ben conosciuto.

Il biologo e genetista Edoardo Boncinelli, famoso per essere il “Dawkins italiano” (con riferimento al celebre biologo ateo autore del libro L’Illusione di Dio), nel suo Le forme della vita. L’evoluzione e l’origine dell’uomo (Einaudi, 2006) spiega perchè la preistoria umana è ancora, per molti aspetti, un mistero insondato, una “provincia inesplorata“: “Abbiamo sin qui esposto il nocciolo della teoria neodarwiniana… Sin dall’inizio si è chiarito che questa teoria spiega benissimo certe cose, meno bene altre, e pochissimo altre ancora. Quello che è successo prima della esplosione del Cambriano e gli eventi che hanno portato all’ evoluzione della specie umana esulano un po’ da ciò che la teoria spiega bene“.

A un certo momento– continua Boncinelli- però è avvenuto qualcosa che almeno ai nostri occhi appare eccezionale”. Cosa è accaduto? La comparsa dell’uomo.

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Boncinelli spiega poi che ci sono due facoltà, la coscienza di sè e il linguaggio –cioè proprio le facoltà che distinguono l’uomo dall’animale e che interessano filosofi e teologi-, di cui non comprendiamo l’origine, perchè risultano “quasi spuntate dal nulla“.

Ma, sta qui la domanda filosofica: in che sensodal nulla”, le facoltà che fanno sì che l’uomo sia l’uomo?

Coscienza e linguaggio, elementi distintivi umani, sono i segni della sua natura spirituale, ed hanno quindi un’ origine non materiale (come è sottinteso in una visione in cui esista un Dio Creatore, puro Spirito, che infonde l’anima spirituale, “dal nulla“, in un corpo animale creato; qui “dal nulla” significa dunque “non dalla materia”), oppure sono avvenimenti casuali, non voluti, derivanti da una materia che però, ordinariamente, non li possiede?

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Può la coscienza nascere dall’in-coscienza e il linguaggio, questo potentissimo strumento che permette all’uomo di leggere la natura e di dominarla, dall’a-fasia?

Boncinelli non si rende conto di dire cose che fanno a pugni tra loro. Da una parte, nei suoi libri, attacca ogni concezione che abbia a che fare con il sacro (“appena compare la parola sacro smettiamo di ragionare“), dall’altra nella sua ricognizione scientifica si rende conto di non poter spiegare, in un’ottica materialistica, assolutamente nulla: non l’origine dell’universo (“dal nulla di materia”, come sembrerebbe dal Big Bang?); non l’origine della vita; non le caratteristiche peculiari dell’uomo, coscienza e linguaggio, cioè ciò che ci rende non solo oggetti ma anche soggetti; non solo sottoposti alle leggi fisiche, ma anche liberi; non semplici automi, ma creature dotate di coscienza morale, domanda di senso, domanda di Bene e di Giustizia.

IL MISTERO DELL’UNIVERSO – In un’intervista tutta incentrata sulla sua “fede nella scienza”, Boncinelli ammette: “E siamo così arrivati al punto, all’autentico mistero dell’universo. Non la morte ma neppure la vita. Bensì la coscienza. E’ la comparsa della mia consapevolezza di esserci e la conquista della mia identità il vero problema al quale per ora, al di là delle chiacchiere, non ha mai messo mano nessuno” (La Verità, 11 agosto 2017).

Tralasciamo ora una semplice obiezione (la vita stessa è ancora un mistero: non ne conosciamo l’origine nè, in senso pieno, l’essenza); mettiamone a fuoco una seconda: cosa vuole dire “mettere mano” alla coscienza? Si tratta di qualcosa di misurabile, di pesabile con la bilancia? Se così fosse, questa coscienza dovremmo incontrarla, prima o poi, e non resterebbe un mistero insondato. Ma se la coscienza, come il pensiero, la volontà, la libertà, dice spirito, anima, come si può metterci sopra la mano?

Concludiamo concentrandoci sull’ ammissione di Boncinelli: la nostra coscienza è il mistero dell’universo.

Parafrasando il titolo di un suo testo, Quel che resta dell’anima, si può allora affermare: dell’anima resta proprio tutto, non è cambiato nulla dall’epoca di Socrate, quell’ uomo così affascinato dal sacro, dal “mistero dell’universo” che chiamava “anima”, da affermare: “conosci te stesso (cioè la tua anima, ndr), e conoscerai l’universo e gli Dei“.

Nonostante tanti secoli di scienza sperimentale, Boncinelli non me ne voglia, non cambia nulla neppure rispetto al pensiero di sant’Agostino, il quale ricordava all’uomo l’impossibilità, causa la sua natura umana, di accedere completamente al Mistero, cioè a verità non irrazionali, ma superiori alla ragione umana perchè divine, e lo invitava anche a rientrare in se stesso, per poter così accedere al luogo intimo dell’incontro con il Divino stesso.

Didascalia: l’immagine in alto illustra molto bene il concetto espresso da Boncinelli con l’espressione “quasi dal nulla”. Ciò che distingue l’uomo dalla scimmia, coscienza e linguaggio, non è un mutamento solamente fisico, non solo perchè tutte le forme intermedie tra scimmia e uomo non esistono e non sono mai esistite, ma anche perchè non è cambiando la curvatura della schiena e il numero dei peli che si creano coscienza, linguaggio, pensiero umano. C’è, accanto ad una evidente parentela, anche una evidente alterità tra animale ed uomo, e questa alterità evidente, ma non misurabile con strumenti scientifici, sperimentali, non “sta” in una semplice evoluzione fisica.

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

62 anni fa, la sciagura di Marcinelle (Belgio)

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Sono passati 62 anni dalla sciagura di Marcinelle (Belgio) dove 262 minatori, tra questi 136 italiani, perirono l’8 agosto 1956, nella miniera di carbone al Bois du Casiez. Tra i 136 Caduti italiani anche il perginese Primo Leonardelli.

Passate le prime ore di stupore, la mobilitazione fu generale.

La Croce Rossa, i Pompieri, la Protezione Civile, l’Esercito e la Polizia (ma anche semplici cittadini) unirono le loro forze.

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Nei giorni successivi arrivarono rinforzi di soccorso da Ressaix, Frameries, Beringen. Dalla Francia arrivò Emmanuel Bertieaux con delle apparecchiature di radiotelefonia, dalla Germania arrivò Karl Von Hoff con un laboratorio mobile per le analisi dei gas.

Le scuole dei dintorni furono convertite in mense e dormitori, le chiese in camere ardenti. E mentre in superficie l’assistente sociale G. Ladrière, “l’angelo del Cazier”, cerca di consolare le famiglie, nelle gallerie, Angelo Galvan “la volpe del Cazier” cerca i suoi compagni di lavoro. Galvan e i suoi amici soccorritori, tra molti pericoli, nel fumo, nel calore e nella puzza di bruciato e di morte cercarono, invano, eventuali superstiti.

La notte del 22 agosto, alla profondità di 1035m, svanirono le ultime speranze. Il giorno 8 agosto intanto la giustizia aveva avviato la sua inchiesta. Il 13 agosto furono sepolte le prime vittime. Il 25 agosto, il ministro dell’economia Jean Rey creò una commissione d’inchiesta, alla quale presero parte due ingegneri italiani, Caltagirone e Gallina del Corpo delle Miniere Italiane. Anche la confederazione dei produttori di carbone creò la sua inchiesta amministrativa. Queste tre inchieste dovevano fare “ogni luce” su cosa era accaduto nel pozzo St. Charles di Marcinelle il mattino dell’8 agosto 1956. Nessuna di queste istituzioni mantenne pienamente le sue promesse.

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Nel quarantesimo anniversario della sciagura, vale a dire l’8 agosto del 1996, ebbi l’onore di rendere omaggio, in rappresentanza del Consiglio Provinciale e Regionale, con i Gonfaloni della Provincia e della Regione, assieme all’on. Mirko Tremaglia, segretario generale del Comitato Tricolore Italiani nel Mondo, a tutti i Caduti della sciagura della miniera di “Bois du Casiez “.

Per quanto riguarda il ricordo della sciagura di Marcinelle qui potete avere tutte le notizie nel merito

Nella foto, la delegazione del MSI-DN, con l‘on. Mirko Tremaglia, capo del CITM (ndr Comitato Tricolore Italiani nel Mondo), nel quarantesimo anniversario della tragedia. Tra gli altri, il sottoscritto (l’ultimo a destra).

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Marco Andreatta: «Verità per noi vuol dire togliere dall’oblio»

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Napoleone Bonaparte fu il primo statista ad essere profondamente interessato, sin da da giovane, alla matematica (in particolare alla geometria).

Durante gli anni della vita militare e poi del potere, ritenne che la matematica e la scienza potessero essere di grande aiuto per vincere le battaglie e per organizzare al meglio il suo Impero, mentre negli anni dell’esilio, quelli dell’impotenza, sembra che la matematica continuasse ad interessarlo per motivi filosofici, come un sostegno razionale alla fede religiosa ritrovata.

Anche oggi la matematica è nello stesso tempo terreno di discussioni filosofico-religiose e oggetto di attenzioni da parte del potere.

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In Cina e in Corea del Sud c’è una corsa ad accaparrarsi i migliori matematici, offrendo stipendi d’oro a matematici occidentali che vanno in pensione, assumono molti giovani. Si stanziano quantità di denaro che da noi sono impensabili, nella convinzione che anche da qui passi il primato economico-politico nel prossimo futuro“: lo afferma Marco Andreatta, matematico di prestigio internazionale, professore di Geometria all’Università di Trento, presidente del grande Museo delle Scienze della città, il Muse, e soprattutto direttore del Centro Internazionale di Ricerche Matematiche (CIRM).

Professore, come è iniziata la sua passione per la matematica?

“Non mi è chiarissimo. In una precedente intervista ricordavo che un qualche ruolo può averlo avuto anche la lezione di un giovane e brillante sacerdote che un giorno disegnò sulla lavagna non il solito triangolo con l’occhio al centro ma un magnifico cerchio e disse: così come capite che il cerchio non ha un punto di inizio e uno di fine, così potete anche capire che Dio è tutto, è inizio e fine al tempo stesso. Ero incerto tra la filosofia, la medicina, perchè mi allettava l’idea di poter fare qualcosa di concreto per il prossimo, e, appunto, la matematica. Alla fine ho scelto quest’ultima”.

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E’ iniziata così l’avventura in una Libera Università giovanissima, quella di Trento.

“Sì, a Trento era nata da poco la celebre università di Sociologia, e Bruno Kessler, politico della Dc, decise di farvi sorgere anche una facoltà di scienze, piccola ma speciale, moderna ed avanzata, aperta alla comunità internazionale. Per renderla più appetibile offriva ai professori ottimi finanziamenti per laboratori e salari più alti che nel resto d’Italia. Tra i fisici, arrivò il professor Fabio Ferrari, che fu il primo preside della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, dal 1972 al 1977 e poi rettore. Ferrari aveva lavorato in America con il Premio Nobel Emilio Segrè”.

E per la matematica?

“Arrivarono professori dalla Normale di Pisa, allievi del grande Ennio De Giorgi, come Mario Miranda ed Enrico Giusti, e da Padova, come l’algebrista Giovanni Zacher. Ho avuto la fortuna di studiare con personalità davvero di spessore. Poi, dalla piccola università con professori celebri, al mondo sono andato, prima a Bologna, Trieste, poi negli Usa, in Germania e di nuovo in Italia a Milano, per allargare gli orizzonti”.

Oggi lei dirige il Cirm. Di cosa si tratta?

“Il CIRM è un centro di produzione e diffusione della ricerca matematica, unico nel suo genere in Italia, e simile a molti altri centri prestigiosi in tutto il mondo. Il suo obbiettivo è quello di favorire lo scambio culturale, libero e di alta qualità scientifica, attraverso l’organizzazione di workshop, scuole e convegni a cui partecipano matematici da tutto il mondo. Centinaia di matematici si ritrovano da noi ogni anno per affrontare una qualche tematica, e per discutere tra loro. Vede, ai matematici piacciono molti gli scambi personali e orali, magari con lavagna e gessetto. Le intuizioni più belle possono venire come una scintilla mentre si ascolta un collega che espone risultati recenti, durante una riflessione a due. La matematica infatti è un modo esplicito di ragionare: ci sono rigore, regole, ma c’è anche spazio per la fantasia, la creatività, il libero arbitrio… E’ interessante vedere come due matematici possono arrivare in modo diverso allo stesso risultato. Un Teorema matematico viene formulato in maniera universale, ma un ricercatore giapponese, ad esempio, può arrivare alla sua dimostrazione per strade diverse da quelle percorse da un europeo, sia nella forma che nella intuizione; la dimostrazione riflette l’ambiente culturale nella quale è stata costruita”.

Riguardo alla matematica, Lei ebbe a dire: «Non ho mai dato troppo peso all’aspetto utilitaristico, ma ho sempre pensato che sotto questo ragionamento razionale ci sia la speranza che la fatica terrena avrà un senso superiore».

Chiariamo due cose: anzitutto non c’è solo la matematica, ci sono tante altre cose che non sono ad essa riducibili, ad esempio l’amore per il prossimo. Quando un uomo dà ad un altro il suo mantello, per coprirlo dal freddo, non lo fa per la matematica. Questo tipo di fatica terrena ha probabilmente un senso superiore; ma forse lo ha anche un impegno serio e rigoroso nella ricerca scientifica per il progresso umano. In secondo luogo la matematica, la scienza in generale, opera con ragionamenti basati sulla causalità; questo è ciò che sosteneva già Platone qualche migliaio di anni fa. Ci si chiede: qual’è la causa? L’uomo cerca sempre la causa, e poi a ritroso la causa iniziale. Euclide comincia i suoi libri con questa definizione: un punto è ciò che non ha parti. Prosegue quindi derivando altre definizioni e poi proposizioni. Partiamo da una causa iniziale, e questo suggerisce evidentemente un parallelo con la ricerca filosofica e religiosa di una Causa di tutto, di un’ Origine. Scienza e fede in questo senso sono due strade parallele, che non confliggono, mantenendo la loro autonomia. Certamente un uomo nella sua vita si deve porre la domanda: c’è o non c’è un fine ultimo dell’esistenza?”

Per voi matematici, le formule sono “belle”, godibili. Ma anche utili…

“C’è un’etica della matematica che ci educa a cogliere con rigore una verità contingente, e c’è anche un’estetica: la bellezza è anche ordine, armonia, proporzione… E poi c’è l’utilità della matematica, oggi alla base dello sviluppo scientifico e delle sue applicazioni tecnologiche. Oggi la lotta mondiale per la supremazia nella ricerca scientifica punta ad assicurarsi un buon esercito di matematici. Questa è la politica delle potenze emergenti del far east, come la Cina, il Giappone, la Corea del Sud: con notevoli investimenti finanziari per l’istituzione di centri di ricerca e di convegni nel campo della matematica queste nazioni diventano sempre più luoghi di scambi scientifici. Ho partecipato recentemente ad alcuni convegni in Asia e posso testimoniare che l’accoglienza è sempre in pompa magna, con rispetto per le nostre ricerche ma con un’ esplicita volontà di fare meglio. La Cina sta pensando di trasformare una splendida isola del Pacifico in un luogo di ricerca permanente”.

Nel Novecento l’Europa perse il proprio primato scientifico anche a causa del nazismo e del comunismo, che fecero fuggire in America i migliori cervelli. E oggi?

“Una lettura storica è forse più complessa di quella riassunta nella domanda: le leggi razziali del fascismo e del razzismo fecero indubbiamente fuggire alcuni tra i migliori nostri cervelli, anche una politica culturale autarchica ha prodotto molti danni. Oggi in Europa ed anche negli Stati Uniti si possono ripetere errori analoghi, causati da posizioni di rinnovato sapore autarchico. Le potenze asiatiche sopra menzionate da questo punto di vista si muovono molto meglio, e forse anche la Russia. Oggi i miei migliori allievi troverebbero subito una cattedra pagata profumatamente in Asia, mentre qui i finanziamenti alla ricerca crollano. Nel contempo, mentre cercano i nostri cervelli, i cinesi richiamano dagli USA i loro connazionali fuggiti durante la rivoluzione culturale. Come detto sopra non c’è solo una lotta per l’egemonia politica ed economica, nel mondo, ma anche per quella culturale, scientifica”.

estratto da un’intervista comparsa su La verità dell’8 luglio 2018

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

50 anni fa moriva Giovannino Guareschi il padre di Don Camillo e Peppone

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Cinquant’anni fa, nel 1968, moriva Giovannino Guareschi, il padre di don Camillo e Peppone.

Alla sua morte nessun messaggio giunge dalle autorità di governo, nessuno da uomini politici.

Solo tante calunnie, aspre e velenose, dai giornali più diffusi e da quelli di partito.

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Colui che aveva creato e diretto il settimanale più letto d’Italia, il “Candido“, lo scrittore italiano più tradotto al mondo, veniva dimenticato dall’Italia ufficiale, piena di fretta di seppellirlo, ma non dalla gente della Bassa, accorsa in massa al suo funerale.

Nella predica il parroco apre un libro del defunto, e legge. “Adesso vi racconto tutto di me: ho l’età di chi è nato nel 1908, conduco una vita molto semplice, non mi piace viaggiare, non pratico nessuno sport, non credo in tante fantasticherie. Ma in compenso credo in Dio“. Poi il parroco prosegue: ” Su questa terra noi piantiamo la croce di Cristo, del tuo Cristo che hai saputo far vibrare nei cuori e nelle coscienze degli italiani e di tanti altri milioni di uomini, soprattutto nell’ora della lotta“.

UNO SPIRITO GOLIARDICO – La fretta di seppellire Guareschi continua ancor oggi, nel volenteroso sforzo di farlo dimenticare, ad esempio eliminandolo dalle antologie scolastiche, in cui invece trovano spazio anche autori noiosissimi, che non hanno mai avuto vera fortuna presso il pubblico, ma solo presso l’onnipotente giudizio della critica. Ma chi era Giovannino Guareschi? Un uomo senz’altro eccezionale, sin dalla prima giovinezza. I compagni ricordano il suo spirito goliardico, la sua intraprendenza, la sua intelligenza vivace. Scrive di lui Cesare Zavattini, suo istitutore in quinta ginnasio: “Troppo spiritoso. La sua verve è spesso inopportuna. Le sue mancanze sono conseguenza d’irrefrenabili doti umoristiche. Veramente intelligente, ottiene per lo studio, con i minimi mezzi, i massimi risultati”. Finita la scuola, iscrittosi all’Università, più per partecipare alle feste studentesche che altro, si cimenta in una grande varietà di mestieri: elettricista, caricaturista, cartellonista, scenografo, custode di depositi di biciclette ecc.

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L’APPRODO AL GIORNALISMO – Finalmente riesce ad approdare al mondo del giornalismo: lavora dapprima per alcuni quotidiani emiliani, finché nel 1936 si trasferisce a Milano, con la moglie Ennia, per lavorare al Bertoldo, insieme ad Achille Campanile, Giovanni Mosca e Cesare Zavattini.

Dal 1940 collabora anche col Corriere della Sera. Fin dai primi anni di giornalismo Guareschi snobba le conventicole degli intellettuali e degli scrittori che si elogiano e si premiano a vicenda, e col suo stile semplice e pieno d’umorismo svillaneggia la retorica ufficiale. L’umorismo gli appare il nemico giurato di ogni retorica di regime, di ogni menzogna ufficializzata e consacrata: “Liberiamoci dalla parte peggiore di noi stessi, guardiamoci allo specchio e ridiamo della nostra tracotanza, del nostro barocco messianismo, della nostra retorica. Guardiamoci allo specchio dell’umorismo, così come ho fatto tante volte io, cittadino-niente, che, quando mi specchio e vedo sul mio viso un truce cipiglio, scuoto il capo e dico: Giovannino, quanto sei fesso!”.

LO SCONTRO CON IL FASCISMO – Nel 1942 Guareschi viene arrestato dai fascisti, “per aver comunicato al rione Gustavo Modena, Ciro Menotti, Castelmorrone ciò che in quel momento pensavo di tutta la faccenda. Si tratta di un episodio poco onorevole in quanto accade che io, la notte del 14 ottobre 1942 – riempitomi di grappa fino agli occhi in casa di amici- per tornare alla mia casa di via Ciro Menotti, che è lontana non più di ottocento metri, impieghi due ore. E in quelle due ore urlo delle cose che poi l’indomani trovo registrate diligentemente in quattro pagine di protocollo…Gli amici mettono in moto l’eterna macchina della camorra italiana in modo da sottrarmi alle giuste sanzioni della legge, e, per prudenza, mi fanno richiamare alle armi“.

Sembra insomma, chiosa Guareschi,che per perdere la guerra ci sia assoluto bisogno della mia collaborazione“. Così finisce in Egitto, per alcuni mesi. Dopo l’8 settembre si trova di fronte alla grande decisione: collaborare coi fascisti e coi tedeschi, diventare partigiano o restare fedele al giuramento fatto al re.

DUE ANNI DI LAGER – Giovannino opta per la terza scelta, e la paga duramente, con due anni di lager, durante i quali rifiuta più volte l’opportunità di venir liberato in cambio di una collaborazione, anche solo di penna. Nell’atmosfera cupa ed angosciante del lager non si dà per vinto: organizza teatrini, inventa favole piene di speranza, promuove chiacchierate e discussioni tra internati, tenendo desto il desiderio di vivere di chi lo circonda. Chi scrive ha conosciuto persone che devono alla sua vitalità e alla sua forza di non essere sprofondate nella disperazione, e, forse, nella morte. “Non muoio neanche se mi ammazzano“, è il suo motto di quei giorni.

Ma lo sconforto prende talora il sopravvento anche in un animo fiero come il suo: “Le mie ore si annullano in questa sabbia, e ogni ora mi ruba una goccia di vita, un sorriso dei miei figli, e io vedo me stesso scendere gradino per gradino la scala che non si risale mai più. Questa noia che sa di catrame come l’aria di questa terra ostile…Un anno è finito. Un anno comincia. La noia continua, niente di nuovo”.

LA LIBERAZIONE E IL RITORNO – Finalmente arriva la liberazione, e Guareschi può tornare a casa: “Per ventiquattro mesi ho calpestato sabbia di lager e la sabbia non dà suono, e così il mio passo ha perso la sua voce. Ora ritrovo sulle lastre del porticato la voce del mio passo. …Non ho notizie dei miei da troppo tempo. La guerra è passata lì vicino: li ritroverò tutti? Qualcuno? Nessuno? E proprio e solo adesso, quando l’avventura è finita, ho paura e mi sfascio sulla riva del fosso, come uno straccio….Quando arrivo davanti a casa mia sta schiarendo e io rimango seduto sulla sponda del fosso e aspetto che il sole si sia ben levato e intanto guardo le finestre chiuse e soffro come non ho mai sofferto neanche lassù. Perché lassù si aveva un po’ l’idea che tutto si fosse fermato, a casa nostra, e soltanto al nostro ritorno la vita avrebbe ripreso il suo naturale corso. Poi, a un tratto, sento una voce gridare qualcosa: ed è la mia voce e io ne sono terrorizzato e attendo con gli occhi sbarrati che tutte le finestre si aprano e conto le teste che spuntano fuori: una, due, tre, quattro. Ne manca una, la più piccola. Allora lascio il sacco in riva al fosso e corro dentro e, sperduta in un enorme letto, trovo la signorina Carlotta che dorme. E dico “Cinque!”, anche se la prima cosa che vedo non è una testa, ma un sederino rosa…Ennia è più magra di me. E’ un sacchetto d’ossa tenute insieme soltanto dal desiderio di farsi ritrovare viva da me al mio ritorno“.

L’ITALIA DIVISA – Ma il ritorno tanto desiderato si tinge presto di scuro. Non c’è, ad accoglierlo, un paese unito, desideroso di rialzarsi, di ricominciare. Non c’è uno spirito comunitario, un sentimento di fratellanza, come quello che si era creato tra compagni di lager, nell’ora del dolore, della nostalgia e della speranza: “gli italiani non hanno imparato niente dalla guerra. E’ triste: nelle guerre imparano qualcosa soltanto i morti“.

Infatti l’Italia è divisa dall’odio di classe, dal veleno di un’altra ideologia, non meno terribile di quelle sconfitte. Alla guerra mondiale si è sostituita la guerra civile, il rancore e l’odio tra compaesani e connazionali. Guareschi ricorda soprattutto, come segno evidente di questo clima appestato, il riso di disprezzo di una ragazza seduta su una panchina: “Ogni tanto, tra una raffica e l’altra di riso, urla qualcosa sui miei baffi, sui miei capelli. E io che rido tanto degli altri e che non mi arrabbio se qualcuno ride di me, per quel riso non mi offendo: mi sgomento. …La ragazza non ha nessuna ragione. Non sa nemmeno chi sono: a lei non piacciono i miei baffi e i miei capelli, perché un uomo che li porta di quel genere è uno degli altri. Un rappresentante della classe odiata che bisogna impiccare“.

NASCE IL CANDIDO –  Di fronte a tutto ciò Guareschi ricorre ancora all’unica arma che conosce, la sua penna, e fonda, nel dicembre 1945, il “Candido”: il giornale che svelerà, puntualmente, le stragi comuniste (poi riscoperte da Giampaolo Pansa) specie in Emilia Romagna ed in Toscana; che denuncerà il passaggio in massa degli intellettuali fascisti al comunismo; che consacrerà le figure di Peppone e di don Camillo, destinate a rimanere nell’immaginario collettivo per molti anni. Bisogna leggere queste storie, piene di umorismo leggero, di umanità, ma anche profondamente storiche, per capire l’atmosfera di quegli anni: “L’ambiente in cui i miei personaggi operano è il mio paese. E’ la Bassa. Alla Bassa, dove il sole d’estate spacca la testa alla gente, e dove, d’inverno, non si capisce più quale sia il paese e quale il cimitero, basta una sciocchezza come una gallina accoppata a sassate o un cane bastonato per mettere due famiglie in guerre perpetua…Alla Bassa, dove le strade sono lunghe e diritte, da una parte c’è l’alba e dall’altra il tramonto, piacciono i tipi con una fisionomia precisa, facili da amare e facili da odiare“.

LE ELEZIONI DEL 1948 – “Candido” diviene così il giornale che, insieme ai Comitati civici di Luigi Gedda, segna la sconfitta dei comunisti e la vittoria della Dc nel 1948. Ben più di De Gasperi, col suo aspetto “secco e funereo”, ben più degli uomini di partito, contano, in questa splendida campagna elettorale, le vignette e i manifesti elettorali di Guareschi, e l’azione solerte ed instancabile dei ragazzi delle parrocchie. Giovannino Guareschi, monarchico, cattolico, destrorso, antifascista e reduce da due anni di lager in Germania, si trova quindi a combattere ancora una volta per la libertà, e lo fa, ancora una volta, senza risparmiarsi. Ma pur risultando vincitore non reclama alcuna prebenda, né alcun onore: vuole tenersi libero, non vuole legarsi a nessun carro, a nessun partito, a nessun padrone. Così, pochi anni dopo, nel 1953, nel suo diario può scrivere: ” Con Candido contro lo strapotere Dc“.

guareschi (Agenzia: email) (NomeArchivio: 2734455y.JPG)

LA DELUSIONE DELLA DC – Giovannino vede già le bustarelle, il rinnegamento dei principi a vantaggio delle poltrone, i nepotismi vari e finiosce per inimicarsi Luigi Einaudi, per una vignetta irriverente, ed anche Alcide De Gasperi. Il processo intentatogli da quest’ultimo è una sorta di farsa, alla fine della quale Guareschi finisce in galera: “per rimanere liberi- scrive- bisogna a un bel momento prendere senza esitare la via della prigione”. E ancora: “monarchico in una repubblica; di destra in un paese che cammina decisamente, inflessibilmente verso sinistra; sostenitore dell’iniziativa privata in tempi di statalismo, assertore di italianità in tempi di antinazionalismo; cattolico intransigente in tempi di democristianismo, io non sono stato- come poteva sembrare- un indipendente, bensì un anarchico. Non un uomo libero, ma un sovversivo. E perciò è giusto che mi venga tolta la parola e la libertà“.

LA GALERA – Anche in questa occasione Guareschi rifiuta sconti e amnistie di sorta. Rimane in galera sino alla fine, poggiando sulla sua incredibile fiducia nella Provvidenza: “completa è la mia fiducia nella Provvidenza che, per essere veramente tale, non deve mai essere vincolata da scadenze. Mai preoccuparsi del disagio di oggi, ma aver sempre l’occhio fisso nel bene finale che verrà quando sarà giusto che venga. I giorni della sofferenza non sono giorni persi: nessun istante è perso, è inutile, del tempo che Dio ci concede. Altrimenti non ce lo concederebbe“. Lo aiuta, anche, il suo senso dell’umorismo, la sua capacità di divertirsi, almeno un po’, in ogni circostanza. In galera scrive versetti simpatici, disegna, decora l’asse del cesso con un originale “merdometro”, costituito dalla fotografia dell’odiato Scelba.

In un bollettino inviato agli amici, sulle sue condizioni, scrive: ” Cos’ero, or son due mesi, appena entrato? /Un fuorilegge, un povero spostato:/ adesso grazie alla prigione / marciando sto verso la redenzione./ La squadra è già passata/ a batter l’inferiata./I ferri sono a posto, niente buchi nel muro./ E io mi sento più sicuro”. Negli ultimi anni della sua vita Guareschi assiste al cambiamento culturale dell’Italia.

L’ITALIA CHE NON GLI PIACE  – Non gli piace affatto il nuovo mondo che sta nascendo: “Tra i grattacieli del miracolo economico soffia un vento caldo che sa di cadavere, di sesso e di fogna“. Sono gli ultimi anni, in cui, dopo tanta sofferenza, l’umore si fa, talora, acido, amaro. Per lui l’attuale generazione di italiani “più che una generazione è una degenerazione”: si alimenta coi nuovi miti della bellezza fisica ad ogni costo e ad ogni età, coi divi della tv, col benessere materiale che ammalia anche gli uomini del passato. Guarda sconsolato certe anziane signore di città, che non sanno più invecchiare: “ Hanno gli occhi dipinti di verde o di blu e i seni convenientemente sistemati: il seno destro è stato passato sulla spalla sinistra, il sinistro sulla destra, quindi ambedue sono stati incrociati sulla schiena, come i tubolari dei corridori ciclisti, per venire annodati solidamente sull’uno e sull’altro fianco“.

Uno dei motori di questi cambiamenti sociali e culturali è senz’altro la televisione: “la tv col suo incessante martellare, condito con piacevoli musichette e divertenti spettacoli di varietà, crea nelle famiglie problemi, bisogni, o addirittura necessità praticamente inesistenti. Così come crea dal nulla dei valori e degli idoli. Crea una mentalità, un costume, un linguaggio“, si insinua nelle case, interrompendo il dialogo, raffreddando il confronto, ingessando, condizionando, omologando le personalità.

DON CAMILLO E I GIOVANI D’OGGI – In questi anni nasce così l’ultimo capolavoro: “Don Camillo e i giovani d’oggi“. E’ uno sguardo, sereno, divertente, ma realistico, sull’evoluzione dei costumi, dei rapporti famigliari e della Chiesa. Don Camillo non è più alle prese con i veri comunisti, alla Peppone, ma col malcontento misto a noia dei giovani, dei cappelloni alla Veleno e delle ragazze emancipate come Cat. Soprattutto, in questo breve romanzo, compare la figura di Don Chichì, che rappresenta il nuovo pretino standard: con la sua mezza voce, i suoi mezzi termini, la mania del dialogo sopra ogni cosa, lo sperimentalismo liturgico, stile “tavola calda di Lercaro”… E’ don Chichì, visto come il prete che tradisce Chiesa e Vangelo, il vero, ultimo “avversario” di Guareschi, non i giovani che stanno per scatenare il ’68.

A loro si rivolge, paternamente, temendo solo che siano ingannati, che riempiano il loro vuoto di violenza spacciata per ideale: “(O giovani) diffidate di chi vi sorride e vi dà importanza eccezionale. Vuole rifilarvi un giornale, un libro, un disco, una rivista pornografica, un intruglio gasato, una chitarra, un allucinogeno, una pillola, una scheda elettorale, un cartello, un manganello, un mitra. Protesto perché sono stato giovane e buggerato come saranno immancabilmente buggerati i giovani d’oggi…”. Il 1968 è anche l’anno della morte di Guareschi, a Cervia, nella sua amata terra.

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