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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Cosa resta dell’anima? Tutto, come ai tempi di Socrate e di Agostino

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L’origine dell’uomo non è, come spesso i libri di scuola o riviste divulgative tentano di far credere, qualcosa di chiaro e ben conosciuto.

Il biologo e genetista Edoardo Boncinelli, famoso per essere il “Dawkins italiano” (con riferimento al celebre biologo ateo autore del libro L’Illusione di Dio), nel suo Le forme della vita. L’evoluzione e l’origine dell’uomo (Einaudi, 2006) spiega perchè la preistoria umana è ancora, per molti aspetti, un mistero insondato, una “provincia inesplorata“: “Abbiamo sin qui esposto il nocciolo della teoria neodarwiniana… Sin dall’inizio si è chiarito che questa teoria spiega benissimo certe cose, meno bene altre, e pochissimo altre ancora. Quello che è successo prima della esplosione del Cambriano e gli eventi che hanno portato all’ evoluzione della specie umana esulano un po’ da ciò che la teoria spiega bene“.

A un certo momento– continua Boncinelli- però è avvenuto qualcosa che almeno ai nostri occhi appare eccezionale”. Cosa è accaduto? La comparsa dell’uomo.

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Boncinelli spiega poi che ci sono due facoltà, la coscienza di sè e il linguaggio –cioè proprio le facoltà che distinguono l’uomo dall’animale e che interessano filosofi e teologi-, di cui non comprendiamo l’origine, perchè risultano “quasi spuntate dal nulla“.

Ma, sta qui la domanda filosofica: in che sensodal nulla”, le facoltà che fanno sì che l’uomo sia l’uomo?

Coscienza e linguaggio, elementi distintivi umani, sono i segni della sua natura spirituale, ed hanno quindi un’ origine non materiale (come è sottinteso in una visione in cui esista un Dio Creatore, puro Spirito, che infonde l’anima spirituale, “dal nulla“, in un corpo animale creato; qui “dal nulla” significa dunque “non dalla materia”), oppure sono avvenimenti casuali, non voluti, derivanti da una materia che però, ordinariamente, non li possiede?

Può la coscienza nascere dall’in-coscienza e il linguaggio, questo potentissimo strumento che permette all’uomo di leggere la natura e di dominarla, dall’a-fasia?

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Boncinelli non si rende conto di dire cose che fanno a pugni tra loro. Da una parte, nei suoi libri, attacca ogni concezione che abbia a che fare con il sacro (“appena compare la parola sacro smettiamo di ragionare“), dall’altra nella sua ricognizione scientifica si rende conto di non poter spiegare, in un’ottica materialistica, assolutamente nulla: non l’origine dell’universo (“dal nulla di materia”, come sembrerebbe dal Big Bang?); non l’origine della vita; non le caratteristiche peculiari dell’uomo, coscienza e linguaggio, cioè ciò che ci rende non solo oggetti ma anche soggetti; non solo sottoposti alle leggi fisiche, ma anche liberi; non semplici automi, ma creature dotate di coscienza morale, domanda di senso, domanda di Bene e di Giustizia.

IL MISTERO DELL’UNIVERSO – In un’intervista tutta incentrata sulla sua “fede nella scienza”, Boncinelli ammette: “E siamo così arrivati al punto, all’autentico mistero dell’universo. Non la morte ma neppure la vita. Bensì la coscienza. E’ la comparsa della mia consapevolezza di esserci e la conquista della mia identità il vero problema al quale per ora, al di là delle chiacchiere, non ha mai messo mano nessuno” (La Verità, 11 agosto 2017).

Tralasciamo ora una semplice obiezione (la vita stessa è ancora un mistero: non ne conosciamo l’origine nè, in senso pieno, l’essenza); mettiamone a fuoco una seconda: cosa vuole dire “mettere mano” alla coscienza? Si tratta di qualcosa di misurabile, di pesabile con la bilancia? Se così fosse, questa coscienza dovremmo incontrarla, prima o poi, e non resterebbe un mistero insondato. Ma se la coscienza, come il pensiero, la volontà, la libertà, dice spirito, anima, come si può metterci sopra la mano?

Concludiamo concentrandoci sull’ ammissione di Boncinelli: la nostra coscienza è il mistero dell’universo.

Parafrasando il titolo di un suo testo, Quel che resta dell’anima, si può allora affermare: dell’anima resta proprio tutto, non è cambiato nulla dall’epoca di Socrate, quell’ uomo così affascinato dal sacro, dal “mistero dell’universo” che chiamava “anima”, da affermare: “conosci te stesso (cioè la tua anima, ndr), e conoscerai l’universo e gli Dei“.

Nonostante tanti secoli di scienza sperimentale, Boncinelli non me ne voglia, non cambia nulla neppure rispetto al pensiero di sant’Agostino, il quale ricordava all’uomo l’impossibilità, causa la sua natura umana, di accedere completamente al Mistero, cioè a verità non irrazionali, ma superiori alla ragione umana perchè divine, e lo invitava anche a rientrare in se stesso, per poter così accedere al luogo intimo dell’incontro con il Divino stesso.

Didascalia: l’immagine in alto illustra molto bene il concetto espresso da Boncinelli con l’espressione “quasi dal nulla”. Ciò che distingue l’uomo dalla scimmia, coscienza e linguaggio, non è un mutamento solamente fisico, non solo perchè tutte le forme intermedie tra scimmia e uomo non esistono e non sono mai esistite, ma anche perchè non è cambiando la curvatura della schiena e il numero dei peli che si creano coscienza, linguaggio, pensiero umano. C’è, accanto ad una evidente parentela, anche una evidente alterità tra animale ed uomo, e questa alterità evidente, ma non misurabile con strumenti scientifici, sperimentali, non “sta” in una semplice evoluzione fisica.

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

9 Novembre 1989: 30 anni fa cadeva il muro di Berlino

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In questi giorni celebriamo i 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, ma i ricordi si possono fare in tanti modi: si può ricordare tutto davvero, oppure solo quello che interessa (può essere utile fare gli “smemorati”); si può persino appropriarsi del passato, per strumentalizzarlo ancora una volta, adattando quello che si vuole ricordare alle esigenze politiche-partitiche del momento.

Mi spiego meglio: in questi giorni si sente spesso parlare del muro di Berlino, ma assai di rado di chi lo ha voluto e di quello che c’era dietro quel muro e dietro quella cortina di ferro: i gulag da cui prese esempio Adolf Hitler; un sistema repressivo inaudito, paragonabile solo a quello nazista, che portò allo sterminio di milioni e milioni di persone, in tempo di pace; la repressione di milioni di cittadini che venivano sacrificati con ogni scusa, persino se erano sempre stati comunisti.

Talora si scherza, in modo macrabro, ricordando che il maggior sterminatore di comunisti fu… il comunista Stalin, con le sue purghe, piccole e grandi, durante le quali, come ricorda nel suo Stalin (Mondadori, Milano, 1988) Gino Rocca, già giornalista de L’Unità e di Repubblica, circa 5 milioni di cittadini finirono negli ingranaggi della polizia politica, negli anni 1937 e 1938.

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Si fa una storia smemorata quando si dimentica di dire che il comunismo non ha interessato un paese di 50 milioni di abitanti per vent’anni, come è successo per esempio al fascismo, ma miliardi di persone, generando, secondo una cifra assai prudenziale, 100 milioni di morti (è la cifra proposta dal team guidato da S. Courtois ne Il libro nero del comunismo del 1997, mentre il Nobel russo A. Solzenitsyn, in Arcipelago gulag, parla di 66 milioni di vittime tra il 1917 ed il 1959 nella sola Unione Sovietica; si ricordi che le carestie provocate in Ucraina dalla politica agricola di Lenin, nel 1920-21, e a da quella di Stalin, nel 1932-33, causarono, da sole, 11 milioni di vittime!).

Proporre una storia strumentale è anche fingere che tutti i muri siano uguali!

In questi giorni sentiamo spesso paragonare il muro di Berlino “ai tanti muri che esistono anche oggi”. Di modo che il muro di Berlino diviene una semplice scusa per parlare di attualità secondo la propria faziosità politica.

Si tratta di una falsificazione, di marca sinistra, volta a sminuire lo sterminio prodotto dall’utopia comunista: anzitutto perchè quei muri – come quello tra gli Usa e il Messico, voluto da Clinton, Bush, Obama, prima ancora che da Trump– non imprigionano ma “difendono” (come tutti i muri di confine, le palizzate, le frontiere … sempre esistiti); in secondo luogo perchè fermare qualcuno che entra non è lo stesso che rinchiudere il proprio popolo, costringendolo alla fame e alla disperazione.

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Ma torniamo al comunismo: sotto tutti i regimi comunisti del Novecento abbiamo avuto campi di concentramento e persecuzioni di massa.

Eppure il marxismo-leninismo prometteva un mondo di giustizia, eguaglianza, di pura felicità!

Si insegnava ai bambini, nella Germania comunista: “Lenin ha spiegato che quest’epoca in cui non esisteranno più le lacrime ha un nome: non si chiama Natale nè primavera. Tenete a mente questa parola difficile: si chiama comunismo” (citato da E. Neubert, I crimini politici nella RDT, in Il Libro nero del comunismo europeo, Mondadori, Milano, 2006, p. 381).

Eppure 3,5 milioni di tedeschi, prima del muro del 1961, scapparono da tanta felicità! E altrettanto fece un altro milione, dopo la costruzione del muro. Nonostante la Stasi e il terrore.

Sì, l’utopia marxista-leninista prometteva che una volta instaurata la perfezione comunista, persino le chiavi, come le icone e i simboli religiosi, sarebbero finite nei musei, a ricordo di un lontano passato; profetizzava la morte dei tribunali, delle galere ecc… perchè l’uomo avrebbe cessato di essere come l’ “egoista borghese”, affamato di beni e proprietà privata.

A tanta promessa, trascinare il paradiso in terra, come notava Dostoevskij parlando dei socialisti del suo tempo, è sempre seguito l’inferno: più galere, più polizia segreta (Ceka, NKVD, Kgb, Stasi, Securitate, UB…), più muri o cortine di ferro per intrappolare.

E più suicidi!

Nel film Le vite degli altri, ambientato proprio nella Germania comunista prima del crollo del muro, si ricorda che negli anni ’70 e ’80, Russia, Ungheria e Germania dell’est, tutti e tre paesi comunisti, avevano il primato mondiale dei suicidi, benché i regimi, che pure catalogavano tutto, nascondessero le cifre relative al disastroso fenomeno. Infatti erano stati proprio molti teorici del socialismo a profetizzare che, una volta instaurata l’eguaglianza economica e materiale, alcolismo, prostituzione, furti ed anche suicidi, sarebbero spariti.

Il sociologo Marzio Barbagli, nel suo studio sul suicidio nella storia (Congedarsi dal mondo, Il Mulino, Bologna, 2010) rammenta che in URSS “nel 1924-25 vi fu un forte aumento dei suicidi”, non solo tra gli avversari del comunismo, ma “tra gli iscritti al partito”, tra coloro che professavano la fede del regime.

Stalin – il quale aveva affermato a gran voce “La vita è diventata più bella, la vita è diventata più allegra”- condannò il fatto, spiegando che il suicidio era il mezzo più semplice per lasciare il mondo, tradendo il paese e sputando “per l’ultima volta sul partito”. “In ogni caso, continua il Barbagli, il governo smise di pubblicare statistiche e studi sull’argomento”.

Stermini dunque, suicidi, ma anche boom degli orfani, disgregazione familiare ecc… : questo ha creato il comunismo nella storia, ovunque, spingendo uomini di ogni classe sociale e di ogni credo a cercare la fuga a costo della vita, a bruciarsi vivi, come Jan Palach e i suoi amici praghesi, a farsi schiacciare dai carri armati sovietici o cinesi, pur di cercare una via di scampo.

Ma allora perchè del comunismo si parla ancora così poco, o in modo così ambiguo?

Vorrei elencare brevemente alcuni motivi.

Il primo: l’URSS ha vinto la guerra mondiale; si è potuta sedere sul tavolo degli accusatori, e non degli imputati! Ha goduto quindi il favore di tanta storiografia servile, e ne ha prodotta una propria, rigidamente controllata.

Il secondo: la formidabile gerarchia del partito ha permesso molto spesso di tenere segreti che altri non avrebbero saputo custodire. Ha anche imposto ad artisti, letterati, scienziati che vivevano all’interno della cortina, di essere sempre “apostoli” del comunismo, soprattutto nelle relazioni con il mondo libero. Sono esistiti una “scienza comunista”, un'”arte comunista”, un “romanzo comunista”…

Il terzo: ogni volta che diventava evidente l’insucceso, si sono trovati capri espiatori da demonizzare: i “trotskisti”, i “fascisti”, i “destristi”, i “controrivoluzionari”, i “clericali”, addossando così sempre ad altri ogni colpa.

Il quarto: i comunisti sovietici sono riusciti a mettere a libro paga, sin dal principio, intellettuali, giornalisti, scrittori del mondo libero. Valerio Riva nel suo L’oro di Mosca, così come Isidoro Gilbert nel suo El oro de Moscù e tanti altri, hanno svelato, raccogliendo materiali d’archivio, quanti miliardi sono affluiti costantemente dal PCUS verso questi intellettuali a libro paga.

Al di là dei soldi, poi, va considerata l’immensa abilità propagandistica di personaggi come il comunista tedesco Willi Münzenberg, che negli anni Venti e Trenta, attraverso il suo impero editoriale in Occidente, ha compiuto un capolavoro, ribaltando il postulato bolscevico: “non più il rivoluzionario contro il resto del mondo, ma il resto del mondo contro il fascista”; il Bene contro il Male. E’ stato lui a capire l’importanza di “costruire il comunismo con mani non comuniste”, arruolando di continuo intellettuali, scrittori, editori in battaglie direttamente o indirettamente filo-comuniste (vedi Martino Cervo, Willi Munzenberg, il megafono di Stalin, Cantagalli, Siena, 2013). Tra queste battaglie, anche le grottesche “marce della pace” organizzate nel dopoguerra dai vari partiti comunisti europei, impegnati a presentarsi per ciò che non erano!

In generale, come nota la storica Anne Applebaum, nel suo La cortina di ferro. La disfatta dell’europa dell’est (Mondadori, Milano, 2016), la direttiva era chiara: “il termine ‘fascista’ sarebbe stato usato, in puro stile orwelliano, per definire quegli antifascisti che erano semplicemente anche anticomunisti. E ogni volta che la definzione venne ampliata, seguirono arresti”.

Il quinto: molti di questi “intellettuali” si sono messi volontariamente al servizio dell’utopia per una deformazione mentale tipica della categoria.

Smaniosi di poter aiutare “l’anima del mondo a cavallo” del loro tempo, di cambiare il mondo con la loro penna e secondo i loro schemi mentali, di sentirsi impegnati e influenti, giornalisti di tutta Europa, ma soprattutto italiani, hanno lavorato per costruire una storia secondo la loro prospettiva.

Un solo fatto, a dimostrarlo: nella nostra Italia, con il crollo del fascismo, moltissimi di coloro che avevano collaborato con riviste e rivistine del regime, da Eugenio Scalfari a Giorgio Bocca, da Vasco Pratolini a Renato Guttuso ecc., passeranno, una volta finita la guerra, non alla Dc, o ai partiti liberali, ma al Partito comunista (Paolo Buchignani, Fascisti rossi. Da Salò al PCI, la storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-53, Mondadori, Milano, 2007).

Pronti a imporre la loro narrazione, anche a costo di negare l’evidenza (come per esempio ai tempi delle “sedicenti Brigate rosse”!).

Articolo tratto da «La Verità» 

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Ecco perché saranno i popolari a ricostruire la nuova Europa

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L’anno in cui viviamo, il 2019, è ricco di anniversari.

In particolare occorre ricordare che sono passati 100 anni esatti da due avvenimenti fondamentali per la nostra Italia: la nascita del Partito popolare di don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi e quella dei Fasci italiani di combattimento di Benito Mussolini.

Nello stesso anno, dunque, nascevano due realtà politiche del tutto antitetiche.

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Il partito popolare era infatti di ispirazione cattolica, avverso alle ideologie politiche dominanti basate su alcune idee di Hegel.

Infatti se il filosofo tedesco aveva esalto lo Stato, mettendolo al di sopra di tutto, i popolari volevano invece sottolineare l’importanza dell’individuo, della famiglia e delle società intermedie, anteriori allo Stato stesso.

Per il medesimo motivo temevano Stati eccessivamente accentratori, negatori delle particolarità locali e propensi ad avventure belliche, nazionaliste ed imperialiste.

Questa visione poneva i popolari in opposizione sia al nascente fascismo, considerato una forma di statolatria (adorazione dello Stato) pagana, sia al socialismo e al comunismo: don Sturzo e De Gasperi biasimavano, in entrambi, il culto della violenza, l’ateismo, i caratteri ideologici e poco realistici, la vocazione a cancellare la libertà in nome dell’ideologia…

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Nel 1902, su La voce cattolica, De Gasperi invitava i giovani trentini ad essere patrioti, buoni italiani, ma non nazionalisti; li invitava altresì a non dimenticare le loro radici cattoliche, preferendo Dante, san Tommaso, Raffaello, Michelangelo, Manzoni, a D’Annunzio, Zola, Marx e Nietzsche, e in generale alla contemporanea filosofia tedesca.

Solo 6 anni più tardi, nel 1908, con l’arrivo a Trento di Benito Mussolini al servizio del partito socialista e di Cesare Battisti, De Gasperi ebbe modo di ripetere le sue convinzioni nei numerosi scontri, soprattutto attraverso i giornali, con il futuro duce, ammiratore di Machiavelli e dei già citati Marx e Nietzsche.

Allo scoppio della I guerra mondiale la differenza tra popolari e fascisti divenne ancora più evidente: i primi erano schierati per la neutralità e ritenevano il conflitto un’ “inutile strage“, secondo l’espressione del papa Benedetto XV, mentre Mussolini passò dalla neutralità assoluta, in pochi mesi, all’elogio incondizionato della “guerra rivoluzionaria” che avrebbe messo finalmente a tacere il “militarismo tedesco“.

Paradossalmente Mussolini, imbevuto di filosofia tedesca, vedeva nella Germania, con cui si sarebbe poi alleato, con ben poca coerenza, nella seconda guerra mondiale, il pericolo maggiore per l’Europa!

Finita la guerra, nel 1919, Mussolini continuò a predicare la sua visione del mondo. Scriveva ad esempio: “Noi che detestiamo dal profondo tutti i cristianesimi, da quello di Gesù a quello di Marx, guardiamo con simpatia straordinaria a questo riprendere della vita moderna, nelle forme pagane del culto della forza e dell’audacia“.

Lo scontro con i popolari, stretti tra i socialisti e i fascisti, fu inevitabile.

Infatti, sebbene la storiografia di sinistra abbia spesso privilegiato il racconto delle incursioni fasciste contro le sedi del PSI, furono i popolari il vero avversario di Mussolini, che aveva ben capito le loro potenzialità.

Nato da pochi mesi, infatti, il Partito popolare, alle elezioni del 1919 ottenne il 20,53 % ! Per questo Mussolini decise da una parte di corteggiare la Chiesa, con un atteggiamento ambiguo e machiavellico, pronto ad ogni inganno, dall’altra fece organizzare pestaggi, minacce e in qualche caso anche omicidi di popolari e di sacerdoti che vedevano nel fascismo un pericolo analogo a quello socialista 

Possiamo passare così, con un balzo, dal 1919 al 1929, anno del Concordato (o Conciliazione) tra il regime e la Chiesa.

Fino a questa data l’ex socialista Mussolini ha trovato nel Vaticano uno dei suoi principali avversari, ed egli stesso, come si è già detto, ha fatto la guerra soprattutto ai popolari di don Sturzo e De Gasperi.

Nel 1929 però la Chiesa si vide tendere la mano da Mussolini, dopo avergli fatto opposizione.

Pio XI un po’ lo temeva, un po’ ritenne giusto essere realisti (il regime era già affermato, sembrava orientato alla pace, e l’alleanza con Hitler non era neppure pensabile), un po’ credette che il duce desiderasse davvero un armistizio: invece Mussolini voleva fare bingo. Lo avrebbe detto chiaramente in più occasioni.

Ad esempio nel 1934 il duce dichiarò che la Conciliazione era stata per lui un’operazione politica volta a “spuntare politicamente le armi in mano agli avversari”. Pio XI, pur in ritardo, lo aveva già capito: infatti aveva scritto, nel 1931, ben due documenti ufficiali, Non abbiamo bisogno e poi Dell’educazione cristiana della gioventù, in cui attaccava frontalmente la statolatria fascista.

Per concludere si può notare un fatto poco considerato, su cui mi soffermo nell’intervista citata in precedenza: benchè Mussolini sia spesso presentato come l’antitesi del socialismo, questa lettura è superficiale e forse, strumentale, perchè dimentica, tra le altre cose, che egli è stato per anni un leader della sinistra che ha dato forza al PSI, facendo crescere il prestigio e i lettori del quotidiano socialista l’Avanti, e che anche in epoca fascista egli non ha mai rinnegato del tutto il socialismo (ciò gli ha procurato l’appoggio di alcuni vecchi leader del partito e del sindacato, “convertiti” al fascismo dalle leggi sul lavoro, sulle pensione, le assicurazioni… insomma dal welfare mussoliniano. Tra questi “convertiti” anche Nicola Bombacci, fondatore del PCI!).

Tornando ai fatti, dopo il 1945 gli italiani – in maggioranza contrari sia al comunismo sia al fascismo (che infatti non andò al potere con i voti, ma con la marcia su Roma, pur avendo solo una manciata di deputati) – si affideranno ai popolari di De Gasperi, Adenauer e Schuman: gli italiani, i tedeschi e i francesi vedranno in loro i più coerenti avversari delle ideologie che avevano devastato l’Europa con due guerre mondiali.

Saranno i popolari a ricostruire l’Europa – nonostante la demonizzazione che i partiti di sinistra e i media, spesso al soldo dell’ “oro di Mosca”, faranno delle Democrazie cristiane europee – fondando l’Europa unita, attraverso cui volevano costruire la pace e la libertà dall’Unione Sovietica.

Quei padri, oggi, non sarebbero affatto contenti di vedere un’ Unione che avrebbe dovuto essere federativa, e che invece appare molto simile ad un super Stato centralista, opaco, lontano, e non solo geograficamente, dal popolo (vedi: http://www.libertaepersona.org/wordpress/2019/05/la-critica-di-pera-e-benedetto-allunione-europea-odierna/).

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Fiume, Istria e Dalmazia: il prezzo pagato per l’ingiustificata autonomia trentina

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Ricorre il centenario dell’impresa fiumana capeggiata da Gabrielle D’Annunzio.

Le terre al di là dell’Adriatico sono sempre state abitate da genti latine, cuore pulsante durante il periodo della Repubblica Serenissima di Venezia.

I mistificatori di professione, raccontano però un’altra storia, portando come prove il numero superiore di cittadini slavi rispetto alla presenza latina, così volendo dimostrare che l’italianità pretesa è fuori luogo, non giustifica l’azione d’annunziana, che però giustificherebbe foibe ed esodo.

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Di fondo c’è una verità, però viene omesso il motivo per il quale la popolazione slava ha preso forza su quella latina. Il motivo è da cercare in una legge imperiale emanata dall’imperatore asburgico Francesco Giuseppe il 12 novembre 1866. Il verbale della riunione recita testualmente:

Sua maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno” [cfr. Luciano Monzali, “Italiani di Dalmazia”, Firenze 2004, p. 69; Angelo Filipuzzi (a cura di), “La campagna del 1866 nei documenti militari austriaci: operazioni terrestri”, Padova 1966, pp. 396].

Altro capitolo dimenticato, il plebiscito mancato, che avrebbe evitato la mutilazione di Fiume, Istria e Dalmazia dal resto dell’Italia. Quel plebiscito fu impedito da Alcide Degasperi.

Il governo americano avrebbe voluto un referendum plebiscitario per la cessione di Fiume, Istria e Dalmazia alla Iugoslavia. Degasperi si oppose, perché se avesse concesso il plebiscito agli italiani di Pola, Zara e Ragusa, avrebbe dovuto concederlo anche all’Alto Adige.

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Il risultato dei plebisciti avrebbe certamente sentenziato che le terre di Istria, Fiume e Dalmazia sarebbero dovute rimanere con l’Italia, mentre l’Alto Adige molto probabilmente sarebbe passato all’Austria, con la conseguenza che non avrebbe potuto giustificare l’autonomia speciale di cui gode oggi il Trentino, alla faccia del “Los von Trient” (”L’esodo dei 350 000 Giuliani Fiumani e Dalmati” ediz. DIFESA ADRIATICA di Padre Flaminio Rocchi;  professor Gianni Oliva; professor Michael Gehler; professoressa Stadlmayer).

Il prezzo pagato per l’ingiustificata autonomia trentina, furono Fiume, Istria e Dalmazia.

Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, con messaggio netto e chiaro afferma: “Le foibe e l’esodo, gli orrori commessi contro gli italiani del confine orientale, non furono una ritorsione contro i torti del fascismo, come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato a insinuare. Furono, invece, il frutto di un odio che era insieme ideologico etnico, e sociale (secoloditalia.it 10/02/2019)”.

Il sommo poeta Dante le menzionò anche nel canto dell’ (Inferno, IX, 112-116):

Si come ad Arli, ove il Rodano stagna, Si com’ a Pola presso del Quarnaro, Ch’Italia chiude e i suoi termini bagna, Fanno i sepolcri tutto ‘l loco varo; Così facevan quivi d’ogni parte, (Inf. e. IX, 112-116).

 

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana 

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