Connect with us
Pubblicità

La Sfera e lo Spillo

Calcio & economia. Intervista a Luigi dell’Olio

Pubblicato

-

Luigi dell’Olio è pugliese di nascita, ma milanese d’adozione. Una laurea in giurisprudenza è il buon viatico per coltivare la passione del giornalismo.

Nella professione si occupa prevalentemente di temi economici e finanziari, legati al mondo delle imprese e agli investimenti.

E’ un giornalista professionista (dal 2006), scrive per La Repubblica e Private.

Pubblicità
Pubblicità

Stimato ospite nelle tv locali, analizza con sapienza aspetti legati al risparmio ed è buon conoscitore delle vicende calcistiche.

Di seguito riportiamo l’intervista gentilmente rilasciata alla nostra rubrica “La sfera e lo spillo”.

-Il calcio romantico del passato non esiste più. Le sfide dialettiche giocate con ironia e sagacia tra Gianni Agnelli, Peppino Prisco e Dino Viola sono ormai una chimera, un lontano ricordo. Assistiamo a uno spostamento del baricentro finanziario (non solo nel mondo del pallone) con i cinesi, emiri che imperano a suon di petroldollari. Qual è, a tuo parere, il futuro del calcio continentale?

Pubblicità
Pubblicità

“Il calcio è ormai nella top ten dei settori più importanti dell’economia italiana: considerando non solo stipendi, ma anche merchandising, diritti tv e diritti per lo sfruttamento dell’immagine, si arriva a circa 13 miliardi di fatturato annuo. Con queste cifre che girano c’è poco spazio per il romanticismo ed è inevitabile che si estremizzino le situazioni: anche un errore di gioco o di valutazione diventa una questione di Stato. A maggior ragione quando va a impattare su società quotate. Detto dell’Italia, contiamo sempre meno a livello internazionale, sia perché è finita l’era dei presidenti mecenati che rimettevano decine di milioni di euro all’anno (persino la Juventus si autofinanzia), sia perché i Paesi emergenti hanno scoperto che il calcio può essere una straordinaria pedina nello scacchiere della geopolitica. Un esempio per tutti il Qatar, proprietario del Psg: l’acquisto con cifre monstre di Neymar (222 milioni di cartellino, ma spesa totale di 560 milioni considerando anche l’ingaggio e le commissioni agli intermediari) sembra inquadrarsi in un tentativo di rilancio dell’immagine, appannata dalle tensioni con altri Paesi del Golfo che lo accusano di sostegno al terrorismo islamico”.

-In dettaglio, la nostra serie A sta diventando un campionato periferico e secondario per importanza e fatturato. Vi sono sostanziali differenze con gli altri tornei europei (Premier League, Bundesliga e Liga)?

“Un dato può aiutare a fotografare la situazione in cui siamo: nel mercato di gennaio i club di Premier League hanno speso 452 milioni di euro, quelli della Serie A 25 milioni. Siamo dietro anche alla Bundesliga, alla Liga e ad altri sei campionati, sui livelli della Serie B inglese. Le cause sono tante e sarebbe complicato analizzarle in poche righe. In primis pesa la lunga crisi che ha colpito l’economia italiana e il già citato venir meno di mecenati nel calcio del nostro Paese. Poi l’incapacità di fare squadra tra i club: mentre altrove si lavorava sul brand Premier o Liga, da noi i presidenti erano in continua guerra tra loro per soffiarsi un pezzo di torta, mentre in Germania e Uk si affidava lo sviluppo del business a top manager provenienti da altri settori, da noi ai vertici del calcio salivano persone senza competenze economiche, frutto solo di compromessi al ribasso tra i potenti del settore”.

-Alcuni club italiani dal grande lustro sono passati negli ultimi anni in mano straniera. Si riesce a delineare con oggettività gli aspetti positivi e negativi nella gestione d’oltreconfine di queste blasonate società?

“Ogni operazione fa storia a sé, ma c’è un dato comune: se il patron è italiano e mostra disinteresse per il club o lo tratta come strumento solo per arricchirsi, ci può essere un movimento d’opinione che ne limiti l’operatività nociva. Lo stesso non può dirsi se è straniero”.

-A tale proposito, cosa pensi delle vicende strettamente finanziarie di Milan, Inter e Roma?

“Sono situazioni molto diverse tra loro, ma accomunate (e la questione riguarda tutti i club europei) dalla presenza del Fair Play Finanziario. L’Inter ha una proprietà molto solida e che ha già speso tanto (100 milioni di euro lo scorso anno solo tra Joao Mario, Gabigol e Gagliardini, altri 80 quest’anno tra Vecino, Borja Valero, Dalbert e Skriniar), ma ha firmato un Settlment Agreement con l’Uefa che prevede il pareggio di bilancio fino al 2018/19. Finora il risultato è stato centrato anche grazie a nuovi interventi di Suning (tipo 12 mln per sponsorizzare i campi della Pinetina dove il club si allena, cifra assolutamente fuori mercato), ma adesso la qualificazione alla Champions League diventa fondamentale. Anche il patron della Roma Pallotta è un uomo facoltoso e solo negli ultimi due anni ha messo nelle casse giallorosse 94 milioni di euro, ma la società continua a fatturare metà della Juventus (175 milioni), mentre solo la rosa costa 150 milioni. L’ultimo bilancio si è chiuso con un rosso di 42 mln e, complice il settlment agreement in corso con l’Uefa, serviranno altre cessioni in estate. Anche perché andranno riscattati Defrel e Schick. Quanto al Milan vi è un enorme punto interrogativo sulla proprietà e sulla sua solidità…”.

-Tra le big, la Juventus è quella che possiede un taglio indiscutibilmente internazionale frutto delle vittorie sul campo ma anche per i successi del management. Le strategie vincenti del club della Continassa possono essere da stimolo e da traino per l’intero movimento del belpaese?

“Sì, ma bisogna correre perché gli altri non sono fermi. Lo stadio è fondamentale per far crescere la Roma (ad esempio), ma da quanti anni se ne parla inutilmente?”.

-Evocando uno schema importato da altri Paesi, è verosimile coinvolgere, almeno in parte, il tifoso nella gestione finanziaria di una squadra di calcio, abbracciando il concetto di “azionariato popolare” come extrema ratio?

“No, è un modello in crisi ovunque”.

-Il futuro del calcio nostrano passa da nuovi modelli economici e sportivi; lo stadio di proprietà, la questione aperta dei diritti televisivi, le scuole calcio. Quali saranno in prospettiva le alternative forme di finanziamento?

“In primis la capacità di vendere meglio i diritti tv nel mondo. Poi il merchandising, che per decollare necessita di un duro contrasto ai falsi (maglie e gadget). Quindi stadi di proprietà e club proposti sul mercato come brand”.

-Cosa pensi dei manager stranieri nelle stanze dei bottoni e nei consigli d’amministrazione, riprendendo l’idea dei dirigenti esteri nella reggenza dei musei italiani?

“Ce ne sono già parecchi, dall’Inter alla Roma, dalla Lazio al Milan. In un mondo globalizzato, non possiamo chiuderci in noi stessi”.

Emanuele Perego www.emanueleperego.it www.perego1963.it

Pubblicità
Pubblicità

  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

  • Pubblicità
    Pubblicità
  • Pubblicità
    Pubblicità

Archivi

  • Pubblicità
    Pubblicità

Categorie

di tendenza