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Io la penso così…

Spopolamento delle valli, un fenomeno in crescita. – di Filippo Bianchi

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Spett. Le Direttore,

Nelle settimane scorse e stata data molta notorietà allo ormai desolante e triste spopolamento delle vallate trentine, in conseguenza della poca fruibilità delle stesse in quanto carenti di servizi essenziali.

Non ultima le cronache giornalistiche hanno riportato ampiamente attraverso anche lettere di cittadini preoccupati (caso Vallarsa) che un domani anche i pochi rimasti a viverci debbano poi essere costretti ad andarsene, quando magari i propri cari saranno passati a miglior vita.

Bene, cosa si potrebbe fare, mi sono chiesto da cittadino, per quanto meno provare a rilanciare le attivita economiche e quindi creare del vero lavoro, e per vero intendo non quello sussidiato da contributi pubblici, ma bensi creato e generati da piccole aziende e esercenti pubblici.

Et voila: perché non ospitare squadre di calcio, o di volley, o di pallamano, o di rugby, o di scherma e chi più ne ha più ne metta. Società italiane o estere.

Lo sport da sempre oltre a fare bene come pratica salutista, diventa creatore sociale di relazioni umane, cosa non da poco per la società individualistica odierna.

Benefici: una squadra di 20 giocatori mediamente a uno staff che gli sta a pressi di almeno altre 150, 200 persone, tra preparatori, fisioterapisti, dirigenti, uffici stampa.

E ovvio che questa gente se viene a soggiornare per motivi sportivi necessita di cibo, alberghi, autobus funzionanti, ecc…

Avendo spirito di iniziativa ne beneficerebbero tutti, albergatori, tabaccai, benzinai, contadini, ecc..

Ulteriori benefici anche per le casse pubbliche in termini di introiti di cassa generati da iva, ecc…

Sono iniziative che se ben studiate da punto di vista di budget di spesa, possono essere uno straordinario volano di crescita economica e di promozione turistica per le vallate e per la provincia di Trento e potrebbero frenare o limitare lo spopolamento, a cui ahimè se non si pone un freno, sara nei prossimi anni un fenomeno in continua crescita

Filippo Bianchi 

Io la penso così…

Fusione casse rurali: «governance inadeguata, palese incompetenza e grave carenza etica» – di Nadia Pedot

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Gentile Direttore,

con alcune riflessioni personali mi preme contribuire al confronto che in queste settimane si è animato a partire dalla controversa fusione tra la Cassa Rurale di Lavis-Mezzocorona-Valle di Cembra e quella di Trento.

Ciò che è andato in scena al PalaRotari il 22 novembre è cosa nota e dettagliatamente riportata da più voci e differenti sensibilità.

E, se “la votazione è stata, nei modi e nelle forme, un atto osceno” al punto – forse – da configurarsi come ipotesi di reato, sarà eventualmente stabilito nelle sedi opportune.

Certamente si è aperta una frattura nel Paese entro la quale malumore, tensione e conflitto non accennano a rientrare.

Non sono socia della Cassa Rurale – già di Mezzocorona – ma il mio bisnonno nel 1902 ne fu uno dei suoi fondatori.

La storia della mia famiglia è quella di una “famiglia cooperativa” di piccoli produttori agricoli ed è questo l’humus in cui è germogliata la mia adesione ideale e formale al movimento cooperativo che si è tradotta in un concreto spirito di servizio, prima nel direttivo dell‘Associazione Giovani Cooperatori Trentini e poi brevemente in quello dell’Associazione Donne in Cooperazione.

Ho assistito nell’ultimo decennio a scontri accesi, a forzature polemiche e fratture di debolezza, ad assemblee affollate ed elezioni talvolta “citofonate” ed altre (poche, per la verità) del tutto impreviste benché intimamente molto caldeggiate.

Ma l’immagine resa ai soci al PalaRotari ha qualcosa di “inedito”: si è consumata l’hybris dei principi cooperativi.

Giusto il tempo di vita di una pagina di giornale sono valse le dimissioni, motivate e contrarie alla fusione, di Diego Paolazzi ed Elmar Mattevi, dal Consiglio di Amministrazione della Cassa Rurale di Lavis-Mezzocorona-Valle di Cembra.

Le criticità di informazione, ascolto e condivisione interna, il nodo rappresentanza e l’ipotesi di fusione con la Cassa Rurale Rotaliana e Giovo – con una mano di disponibilità allungata da questa proprio pochi giorni prima dell’Assemblea straordinaria – sono state inghiottite e soffocate insieme al dissenso che si è confrontato con una liturgia novecentesca di schedatura.

In un tempo dominato dalla virtualizzazione dei servizi, dalla digitalizzazione della comunicazione e dalla globalizzazione dei mercati, i soci si sono dovuti spostare in pullman (con rientro fiscalmente fissato) e mettere in fila, con carta d’identità alla mano, per farsi registrare manualmente su un file excel: nessuno ha ritenuto che, proprio in virtù di questi epocali cambi di paradigma, con anticipo e consoni adeguamenti di regolamento, si potesse mutuare – senza inventare nulla – da Banca Etica la formula di partecipazione dei soci “a distanza” e “in presenza”? Non solo.

Ogni eventuale opacità sull‘espressione di voto doveva essere preventivamente esclusa: se la struttura e i suoi soci devono rimanere “al passo con i tempi” è di rilevanza primaria la formulazione di nuove prassi per garantire partecipazione, trasparenza ed esercizio della democrazia.

Mi fermo, e con questo mi avvio alla conclusione, sul binomio trasparenza e classe dirigente.

In seno all’Assemblea ordinaria del 3 maggio scorso, i soci della Cassa Rurale di Lavis-Mezzocorona-Valle di Cembra erano stati “rassicurati”.

I rumor attorno alla fusione con Trento erano usciti “dalla stanza dei bottoni” ma a maggio la questione venne liquidata come una eventualità residuale e comunque remota nei tempi: in poco più di un semestre l’affare è stato “cotto e mangiato”.

La malizia è negli occhi di chi guarda, spesso, ma non sempre: a maggio la governance non aveva il polso della situazione o le dichiarazioni “rassicuranti” non erano in così buona fede.

Se il primo caso evidenzia una palese incompetenza, il secondo traccerebbe una carenza etica; ed entrambi sono sintomo di una governance inadeguata.

Il che, con “la diligenza del buon padre di famiglia”, dovrebbe corrispondere ad un’uscita di scena (auspicabilmente) veloce, defilata e definitiva.

Invece la storia, quella dei fatti senza nostalgie, ci ha ampiamente dimostrato che competenze, merito e onore (sic!) sono accessori retorici di facciata, buoni per ogni stagione e tutti i convegni, che nella nella realtà premiale di selezione della classe dirigente restano ancelle di appartenenza, fedeltà e silenzio.

All’hybris la sua nemesis: che sia già qui il tempo per una dolce riappropriazione dell’etica? C’è addirittura chi ne ha costruito una banca…

Nadia Pedot  – Maestra Cooperatrice 2015

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Io la penso così…

Simboli di Natale da abolire, no ai presepi. Ma di cosa stiamo parlando? – di Flaviano Bolognani

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Spett.Le Direttore,

la festa del Natale si è sempre festeggiata anche a scuola e nessuno si è mai lamentato.

La nascita di Gesù, cioè di un bambino in una grotta fredda, è vista per tutti i bambini come una specie di favola, inoltre la storia non nega l’esistenza di Gesù e, sia per i musulmani che per gli ebrei, Gesù è esistito.

Nella scuola dell’Infanzia c’è molta gioia, a prescindere dal credo religioso.

Tutti i bambini collaborano per mettere il muschio, il cotone per la neve, statuine, pecorelle, le lucine con grande entusiasmo. Per loro è davvero un momento fatato, ricco di emozioni e di sorprese, di mistero,di magia e di gioia. Il Natale è bello, è fatto di coccole, di calore, di giornate passate in famiglia e i bambini sono bravissimi a cogliere e a far rivivere la poesia.

Dimentichiamoci degli adulti navigati che si credono troppo saggi per proporre di togliere il presepio a tutti i bimbi nelle scuole. Per quelli l’Avvento non nasconde alcuna sorpresa, sempre meno credenti e fedeli, poco degni di quel Bambino che nasce per salvarci tutti.

Mi piace quanto scritto da una mamma mussulmana residente in Italia: “In questi giorni ho sentito molto parlare di presepe, no presepe, sì presepe, da mussulmana do il mio modesto parere, avete creato un sacco di polemica e non capisco il perché! Personalmente non mi da fastidio ne presepe, ne crocefisso perché non disturbano la mia fede come spero che nemmeno il mio credo dia fastidio a nessuno, io faccio una proposta che può mettere d’accordo tutti. Lasciamo festeggiare, divertire i nostri bambini in tutti le feste sia quelle cristiane, mussulmane ed ebraiche. Solo così si vive in pace e le culture si avvicinano, concentriamoci invece su problemi seri e concreti.

Personalmente ritengo che non solo stiamo gradualmente distruggendo la nostra cultura e le nostre tradizioni, ma stiamo dando a chi immigra ogni motivo per ridere di noi.

Un popolo che non rispetta se stesso non avrà il rispetto di nessuno.

Il presepe fa parte delle tradizioni tipiche delle famiglie cristiane che amano prepararlo durante il periodo natalizio.

Chiamato anche presepio, sin dal Medioevo simboleggia la nascita di Gesù attraverso la rappresentazione di tutti i personaggi e i posti descritti nelle Sacre Scritture, come la grotta, con il bue e l’asinello, la stella cometa, i pastori con i loro greggi e i Re Magi.

La tradizione del presepe ha avuto origine proprio in Italia e risale all’epoca di San Francesco d’Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la rappresentazione vivente della Natività. Nel 1400 si diffuse l’uso di collocare nelle chiese, grandi statue permanenti che rappresentavano la nascita.

Questa tradizione fu ben presto recepita a tutti i livelli della società, specie all’interno delle famiglie per le quali la rappresentazione della nascita di Gesù, con le varie statuine e gli elementi tratti dall’ambiente naturale, diventò un rito irrinunciabile.

Ora il Natale si avvicina, il mio augurio è che possa portare a tutti pace e amore nei nostri cuori.

Flaviano Bolognani

Sotto il presepio di Vigo Cavedine, realizzato come 50 anni fa

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Io la penso così…

Trento, in Piazza Duomo l’albero di Natale senza il presepe – di Carla Gardumi

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Spett.le direttore,

vorrei segnalare la desolazione assoluta della piazza Duomo a Trento e del resto del centro storico che la circonda!

Nel pomeriggio di ieri ci siamo recate, mia sorella ed io, trentine doc, nel centro storico della nostra amata città, Trento per l’appunto, ed abbiamo potuto constatare la pochezza notevole ed anche l’assenza delle decorazioni natalizie e di luci nelle vie del centro, che dovrebbero testimoniare l’allegrezza e la spettacolarità della città addobbata in attesa del grande evento del Natale!

Noto che in piazza Duomo, cuore storico di Trento, si erge nel centro di essa un albero di Natale su cui sono state appese alcune palle di Natale ed una illuminazione, comunque adeguata, mentre la base del medesimo è circondata da non ben definiti pannelli colorati di verde…non ho parole!

Vorrei suggerire che sarebbe opportuno decorare meglio ed in maniera consona alla Santa Festa la base di questo povero albero, che dovrebbe comunicarci l’atmosfera festosa e Santa del Natale.

Ma non finisce qui! La piazza Duomo è completamente sgombra e vuota, senza alcun addobbo che ci possa dire che arriverà il Santo Natale, un vero deserto di comunicazione, nulla che ci porti un messaggio di gioia e di pace in attesa del Bambino Gesù!

Ma Trento non è forse pubblicizzata dai media locali come città del Natale?

Non parliamo poi delle luci decorative sui palazzi che circondano la piazza: dove sono finite?

L’anno scorso la piazza Duomo era un tripudio di luci, installate sopra i vari locali pubblici e negozi, che oltretutto illuminavano anche il nostro cammino sulla piazza, che ora si presenta assolutamente buia!

Devo dire ancora altrettanto delle vie del centro storico: misere illuminazioni distanti molto una dall’altra e installate solamente in alcune vie: forse che il nostro comune si è improvvisamente impoverito?

So di commercianti che non hanno avuto alcun contributo dal comune per abbellire le vie, nonostante aderissero all’Uopo in maniera concreta!

Ricordo che lo scorso Natale era una gioia per tutti camminare per le vie decorate ed illuminate, che creavano quella magica atmosfera che solo il Santo Natale ci sa trasmettere.

Ed il nostro amato presepe dov’è finito?

Esso costituisce per tutti noi il simbolo della Natività di nostro Signore Gesù e della Santa Famiglia Cristiana, facente parte integrante della nostra cultura cristiana, di cui siamo fieri paladini, condivisa pienamente anche dai nostri vicini Altoatesini che non hanno certo lesinato nel farne parte con i loro conterranei.

Chiudo questa mia con profonda tristezza, consapevole del vuoto che si è creato attorno a questa Santa ricorrenza, la Più attesa dell’anno.

Carla Gardumi – Trento

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