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Spettacolo

Il Casellante: quando chiamarlo «spettacolo» sarebbe riduttivo

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Il Teatro Sociale di Trento ha ospitato ieri sera giovedì 25 Il casellante di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale che sarà sul palcoscenico fino a domenica 28. 

Sul palcoscenico una variegata compagine di attori e musicisti capitanata da Moni Ovadia, Valeria Contadino e Mario Incudine si cimenterà nel raccontare un Camilleri lontano dall’amatissimo Montalbano, che attinge invece alla tradizione mitologica della cultura classica greca per raccontare la storia di una metamorfosi che trova nel dolore della maternità negata e nella guerra la sua forza motrice.

Dopo il successo ottenuto dalle trasposizioni per il teatro de Il birraio di Preston e La concessione del telefono, la collaudata collaborazione fra Andrea Camilleri e il regista Giuseppe Dipasquale porta sullo storico palco trentino uno dei ‘gialli’ più divertenti e allo stesso tempo struggenti del romanziere siciliano, ambientato in una Sicilia arcaica e al contempo moderna, travagliata dall’arretratezza economica, dalla guerra, dall’avvento del fascismo.

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Attraverso l’inconsueta struttura del melologo – un genere di composizione nel quale la recitazione più o meno libera viene accompagnata da una sincronica parafrasi strumentale – attori e musicisti, immersi nella stessa azione teatrale, racconteranno una vicenda metaforica che gioca sulla parola, sulla musica e sull’immagine.

Quella rappresentata da Dipasquale – che, tra l’altro, firma anche le scene – è una microsocietà ricca di superstizioni, leggende, miti e vittima della sua intrinseca tendenza a ritualizzare, esorcizzandolo, ogni accadimento lieto o tragico che sia.

Reso invalido da un incidente sul lavoro il casellante Nino Zarcuto, quando non sorveglia il (raro) traffico sulla linea ferroviaria che congiunge Vigata a Castelvetrano, arrotonda lo stipendio suonando il mandolino e duettando con il compare Totò nel negozio di barberia di Don Amedeo, frequentato anche dall’influente capomafia locale Don Simone.

Fare il casellante è un privilegio che garantisce uno stipendio sicuro e una piccola casa: le condizioni perfette per offrire alla moglie Minica un futuro sereno. Dopo tanti tentativi andati a vuoto (e grazie ai prodigiosi unguenti della ‘mammana’ del paese) la giovane Minica riesce finalmente a rimanere incinta. Ma la guerra si avvicina e la malasorte è in agguato:

mentre Nino è in carcere, accusato di aver messo in burla le canzoni fasciste, la donna viene violata da un uomo che oltre all’oltraggio compiuto le procura la perdita del bimbo che aspetta. Chi è stato? Uno dei militari di passaggio, o un amico che ha approfittato della sua assenza?

Il finale, a sorpresa come in ogni giallo che si rispetti, sfocia nel mondo del mito. Minica impazzisce per il dolore: rifiuta l’essere umano, si rifugia in un rapporto simbiotico con la terra, si trasforma lentamente in un albero – per poi, come un albero, rigenerare: i capelli in fronde leggere, le braccia verso il cielo come flessibili rami; il corpo si ricopre di corteccia; i piedi in radici. «Con Il casellante – sottolinea a questo proposito Pietrangelo Buttafuoco (de Il Foglio) – il canone del grottesco, orbo ormai di figli, ha generato una vera e propria immissione della tragedia greca chiamata a gemmare, in forza della scienza di poesia, in un innesto perfetto: nel vivo tronco della commedia. Valeria Contadino, in scena, ferma il cuore in gola agli spettatori. E’ la dea madre.»

Tuttavia, lungi dal coinvolgere unicamente la vicenda di Minica, sono vari gli elementi che ne Il casellante sono soggetti a metamorfosi: il paese dilaniato dalla guerra, gli stessi movimenti dei personaggi, il narrato che scivola dal piano comico al drammatico. Il tentativo (velleitario e al contempo ingenuamente comprensibile) è quello di reagire al violento sradicamento della guerra regredendo ad una precedente realtà contadina, placida e calma, ormai perduta. Così Il casellante, parafrasando Fabiana Raponi su Teatrionline.it, riesce nell’impresa mai scontata di immergere «immediatamente la platea nell’inconfondibile mondo dello scrittore, fra contraddizioni e paradossi»

Nonostante i drammi si scaglino sulle teste dei personaggi con la stessa violenza delle bombe sganciate dagli aerei che sorvolano Vigata, Il casellante rimane comunque uno spettacolo dove non solo ci si commuove, ma si ride, si canta e si fa musica dal vivo: dalla grande tradizione siciliana dei barbieri-musicisti passando per la rivisitazione delle canzoni fasciste, la ‘colonna sonora’ della piéce a cura del polistrumentista (nonché protagonista) Mario Incudine rappresenta sicuramente un valore aggiunto ad un’opera già di per sé completa ed organica.

Nell’allestimento, che vede affiancati nello sforzo produttivo Promo Music e Teatro Carcano, Moni Ovadia disegna con disinvoltura ben sei personaggi: il narratore, l’aiutante del casellante, il barbiere, il giudice, un gerarca e perfino una buffa mammana.

Anche la scenografia dominata dal suggestivo carrello-triciclo e i curatissimi costumi di Elisa Savi, nonché il saggio disegno delle luci di Gianni Grasso contribuiscono a scandire il ritmo di questa fiaba un po’ agrodolce che prende corpo tra le piazze di paese, le chiacchiere degli avventori e le manifestazioni di una bruta violenza senza possibilità di redenzione.

Dopo la prima di ieri sera, il sipario del Teatro Sociale si alzerà nuovamente venerdì 26 e sabato 27 gennaio alle ore 20.30, mentre domenica 28 gennaio la recita inizierà alle ore 16.00. Come di consueto, la rappresentazione de Il casellante sarà accompagnata nel pomeriggio di venerdì 26 gennaio presso lo spazio ridotto del Teatro Sociale dal «FOYER DELLA PROSA», incontro di approfondimento critico curato da Claudia Demattè e Giorgio Ieranò che il Centro Servizi Culturali S. Chiara propone in collaborazione con il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento.

La partecipazione è libera e aperta a tutti e l’appuntamento, al quale interverranno Moni Ovadia, Mario Incudine e Valeria Contadino, è fissato alle 17:30. La discussione sarà introdotta dal professor Giorgio Ieranò dell’Università di Trento.

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