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Trento

Minori allontanati, nonostante la comprovata capacità genitoriale, la bambina continua a stare lontana dai suoi cari.

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Logica vorrebbe che la bambina di una donna morta sia affidata a un membro della sua famiglia dopo che questi è stato ritenuto idoneo a crescerla. Invece, quanto sta accadendo a una famiglia, non posso fare nomi, va al di là di ogni umana comprensione.

LA VICENDA

Era il 7 dicembre 2015 quando una 39enne, madre di una bambina, fu travolta e uccisa da due automobili mentre stava attraversando la strada. Quattro settimane prima quell’incidente – molto probabilmente causato dalla nebbia – alla donna le era stata tolta la figlia di 3 anni e collocata in un istituto. Il motivo? La 39enne aveva avuto problemi di droga ma si stava curando in una comunità.

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Un mese dopo la morte della donna, la bambina viene affidata a una coppia senza figli. Di conseguenza, la sorella della vittima, sposata e già madre di due bambini di 4 e 7 anni, chiede di potersi prendere cura della nipote e così la famiglia viene sottoposta a una CTU (Consulenza Tecnica d’Ufficio).

L’esito? Sì, la donna e la sua famiglia sono idonee a crescere la figlia della sorella che non c’è più in modo sano. A questo punto, la tutrice della piccola chiede un altro CTU e lo psicologo (che già aveva dato il parere favorevole alla famiglia della sorella della madre) sostiene che la bambina si è così affezionata alla nuova famiglia da ritenerla la migliore scelta possibile per la sua crescita. Insomma, anziché optare per la famiglia di ‘sangue’, il Tribunale conferma l’affidamento alla coppia che non ha niente a che fare con la famiglia della piccola.

LA BATTAGLIA DELLA SORELLA

In un’intervista rilasciata a un quotidiano locale nel settembre dello scorso anno, la sorella ha parlato di “crudeltà verso di noi e la bambina” perché non si possono “spezzare per sempre i legami con la sua vera famiglia, dato che non possiamo nemmeno vederla.

Potremmo fare ricorso in Tribunale, almeno per le visite, ma i tempi burocratici che si prospettano, potrebbero far slittare la decisione per anni e anni”. Ed effettivamente è così: il 15 gennaio scorso doveva svolgersi l’udienza sulla questione delle visite ma è stata spostata a febbraio. Legittimi, quindi, gli interrogativi della donna: “Se ci hanno ritenuti idonei ad occuparci della nostra nipotina, perché allora non possiamo farlo? La famiglia di origine non vien prima di tutto e l’affidamento non è una soluzione temporanea in attesa che il minore possa tornare in famiglia?

Mi appello anche alla coppia cui è stata affidata la bambina: sapevano che poteva rientrare a casa e stare con noi, perché ostacolano un ricongiungimento sacrosanto?“. La famiglia della 39enne e della bambina, però, hanno scelto di non arrendersi e stanno facendo di tutto per ottenere il suo affidamento. Non solo sta combattendo sul piano legale ma anche su quello pubblico, con apparizioni sulle TV locali e nazionali, come Canale 5 e Italia Uno (anche Le Iene si starebbe occupando del caso).

La famiglia della bambina non chiede altro che crescerla: “Non c’era bisogno di affidare la bambina a un’altra famiglia – ha detto la sorella nel novembre scorso a una testata giornalistica – noi siamo in tanti. Io e mio marito ci siamo fatti avanti per l’adozione, siamo stati ritenuti idonei dallo psicologo nominato dal tribunale, e vogliamo che la piccola venga a vivere con noi“. La famiglia ha perfino organizzato una fiaccolata e ha scritto al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Ho raggiunto telefonicamente la signora, durante i trenta minuti, tanto è durata la nostra conversazione, e sono emersi fatti che, effettivamente, hanno dell’incredibile. Nonostante l’ammissione, da parte dell’Assistente Sociale, dell’errore, la bambina continua ad essere lontana dai suoi cari, “a questo punto– esclama la signora – ci dev’essere per forza qualcosa sotto, è impossibile che, nonostante le evidenze, non si riesca a risolvere il problema”.

IL COMMENTO

Storie paradossali e tristi come quella appena raccontata dimostra la necessità di un’accurata riforma dei servizi sociali. E’ inaccettabile che lo Stato, nonostante sia stata certificata la capacità genitoriale della famiglia della sorella della madre defunta della piccola, abbia decretato l’allontanamento dal suo nucleo originario.

E la colpa non è della coppia a cui è stata affidata la piccola (non ha figli e si sarà giustamente affezionata) ma dei servizi sociali che hanno determinato più vittime: la bambina, la sua famiglia originaria e quella affidataria. Ora la parola passa alla Magistratura, infatti l’udienza è stata spostata al 26 febbraio prossimo.

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Trento

Accoglienza migranti: alle cooperative sociali 3,9 milioni ogni anno

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Presentate ieri dal presidente della Provincia Maurizio Fugatti al consigliere del gruppo Fassa Luca Guglielmi, le tabelle che riportano nel dettaglio gli importi annui erogati per l’accoglienza dei migranti gestita da cooperative e onlus che ammontano complessivamente a 3,9 milioni di euro all’anno.

A tale somma si aggiungono i servizi dei centri di accoglienza: Trento, Rovereto, Garniga e Piazza Dante, lotti ancora in fase di scadenza.

Nelle tabelle non figurano invece i costi relativi a corsi di lingua italiana, cancellati dopo l’entrata in vigore del Decreto di Sicurezza con effetto dal 1 gennaio.

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Stop con decorrenza dal 1 aprile anche per il servizio di orientamento ed accompagnamento lavorativo gestito dalla coop Arcobaleno (95.885 euro iva esclusa).

Sospensione da fine febbraio anche del servizio di supporto psicologico che permetterà di ridurre la spesa la spesa a poco più di 39 mila euro per il 2019.

Nell’ambito dei programmi di protezione internazionale sono stati stanziati 110 mila euro l’anno, per la mediazione linguistica e culturale 132 mila euro nonché 210 mila euro per il supporto sociale.

Per quanto riguarda il progetto di accoglienza straordinaria che coinvolge attualmente 132 adulti e 17 bambini, con il passaggio al progetto di accoglienza ordinaria dello Sprar l’accesso sara riservato esclusivamente ai titolari di protezione e minori stranieri non accompagnati, per una spesa annua complessiva di 1,3 milioni di euro.

All’accordo quadro per le valli sono invece destinati poco più di 2 milioni di euro, che verranno erogati sulla base del numero di migranti effettivamente presenti sul territorio.

Secondo l’osservatorio del Cinformi, al 20 gennaio in Trentino erano accolti 1.345 profughi (518 distribuiti nelle valli), di cui 720 in appartamento e 625 in strutture collettive con più di 11 posti letto.

Per quanto riguarda la lista degli enti che si sono aggiudicati la gestione dei servizi si riportano: Centro Astalli, Città aperta scs, Arcobaleno scs, Kaleidoscopio scs, Atas Onlus Trento, Samuele scs, Progetto 92 scs, Appm onlus, Punto d’approdo scs onlus e Consorzio lavoro ambiente società cooperativa.

Il costo è in netta decrescita rispetto agli anni scorsi.

Nel 2017 infatti i costi per l’accoglienza erano stati di ben 11 milioni di euro. 

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Trento

Tentato omicidio Caldonazzo: Ivan Hörmann condannato a 3 anni e 6 mesi

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Era il 9 gennaio 2018 quando Ivan Hörmann, 49enne di Mezzolombardo, veniva arrestato dopo avere fatto incursione nello studio dei commercialisti Rinaldo e Christian Pola a Caldonazzo, facendo esplodere 3 colpi di pistola. (qui articolo)

Le pesanti accuse carico di Hörmann, tuttora detenuto, sono: tentato omicidio, lesioni, sequestro di persona e porto abusivo di arma.

Il processo a suo carico si chiude ora con una condanna tutto sommato contenuta: 3 anni e 6 mesi di reclusione.

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Il pm Pasquale Profiti aveva chiesto 5 anni di reclusione, da considerarsi comunque pochi rispetto ai 14 possibili per questo tipo di reato.

E’stato grazie alla difesa dell’avvocato Andrea de Bertolini, che si è appellato alle attenuanti generiche e alla semi infermità mentale, oltre agli sconti di pena per il rito abbreviato, che la condanna si è ridotta ulteriormente.

Hörmann aveva dichiarato di non aver sparato con l’intento di uccidere ma spinto dalla convinzione di essere perseguitato: con il suo gesto voleva attirare l’attenzione ed essere ascoltato.

Causa scatenante lo sfratto dal suo appartamento di Mezzolombardo dove risiedeva da ben 19 anni che aveva acquistato diventando socio di una cooperativa edilizia poi fallita.

Da qui la disperazione che ha portato l’uomo alla reazione violenta, commessa nei confronti di chi non aveva responsabilità alcuna.

Allora furono i Carabinieri ad evitare quella che poteva diventare una strage.

I militari erano infatti riusciti a mettere in sicurezza tutti i possibili obiettivi che l’arrestato poteva colpire dopo il primo attacco a Caldonazzo

Quel giorno l’imputato, che come comprovato dalla perizia della psichiatra Maria Caldarola, non risultava essere nel pieno delle proprie facoltà mentali, sparò tre colpi: i primi due a terra ed un terzo nell’atrio dello studio.

L’accusa di tentato omicidio riguarda il terzo colpo: secondo le dichiarazioni della moglie di Rinaldo Pola, Lori Gasperi, Hörmann ha puntato la P38 verso di lei, che per schivare il colpo si è lanciata di lato.

La difesa avanza la tesi che non ci sia prova di volontà omicida, tesi non avallata però dal giudice.

Da qui la condanna definitiva a 3 anni e 6 mesi di reclusione, considerato anche che sempre secondo l’esperta la personalità dell’imputato presenta tratti ossessivi e persecutori e che di stress può rivelarsi socialmente pericoloso.

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Trento

Albanese armato tenta una rapina al Bar Ristorante Dolomiti in Corso Buonarroti

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Erano le 18.30 di ieri quando un uomo di nazionalità albanese armato di pistola scacciacani e con il viso coperto in buona parte da una sciarpa è entrato nel bar ristorante Dolomiti in Corso Buonarroti.

Il proprietario 57enne, Paolo Dal Pai, che in quel momento era seduto ad un tavolo in compagnia dell’unico cliente presente e stava controllando la contabilità, si è diretto verso il bancone per servire il nuovo arrivato, ignaro del fatto che questo fosse armato.

Dal Pai non ha avuto nemmeno il tempo di prendere l’ordinazione: l’uomo ha estratto una pistola puntandogliela alla testa ed intimandogli di alzare le mani.

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A questo punto il gestore del locale, che fortunatamente non si era fatto prendere dal panico, ha avuto la prontezza di approfittare di un momento di esitazione dell’aggressore per disarmarlo: con estrema lucidità è riuscito, con un rapido gesto a far sì che la pistola gli cadesse di mano.

Fondamentale si è rivelato poi l’apporto dell’unico cliente presente nel locale che è intervenuto per aiutare il Dal Pai ad immobilizzare il malvivente e riuscendo poi a dare l’allarme richiedendo l’intervento delle forze dell’ordine, mentre il gestore immobilizzava l’aggressore.

Quest’ultimo però ha più volte cercato di divincolarsi per darsi alla fuga ma fortunatamente, anche grazie alle segnalazioni di numerosi passanti, è tempestivamente intervenuta la Polizia e successivamente una pattuglia del Reparto prevenzione crimine a supporto dei colleghi.

L’aggressore e il malcapitato ristoratore sono stati successivamente interrogati sui fatti negli uffici della questura di viale Verona.

In seguito alla colluttazione in Dal Pai ha riportato graffi e ferite non gravi medicate successivamente presso il pronto soccorso dell’ospedale Santa Chiara dove è stato trasferito per verificare non solo le sue condizioni fisiche, ma piuttosto per valutare l’impatto dello sconcertante episodio a livello psicologico.

Dimesso in serata è stato poi accompagnato a casa dal figlio.

L’aggressore è invece stato trattenuto presso la questura per tutti gli accertamenti del caso.

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