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Trento

Vallarsa, chiusure delle ultime attività: un campanello d’allarme per l’Autonomia.

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Claudio Cia approfondisce l’argomento legato allo spopolamento della Vallarsa dichiarando: «è un campanello di allarme per la nostra autonomia»

La situazione della zona negli ultimi tempi è stata anche all’attenzione di numerosi suoi residenti che ci hanno scritto in proposito.

Sono in molti a chiedersi infatti le motivazioni che hanno portato al deserto attuale che c’è oggi in Vallarsa.

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Iniziamo dalla viabilità e infrastrutture: «La strada Provinciale 89 lato sinistro in alcuni tratti è rimasta ancora ai tempi in cui eravamo sotto l’impero austro ungarico e si circolava a cavallo»spiega un residente.

Nelle numerose e-mail arrivate in redazione si parla anche di tratti di strada pericolosi come quello tra la Valmorbia e Zocchio. Negli anni molte volte si è parlato Progetto di collegamento veloce per Trento: che fine ha fatto? Anche le idee per una cooperazione su più fronti con il vicino Veneto a scopo di incentivare attività o scambi sono finite nel dimenticatoio. 

Lo spopolamento riguarda i negozi e le attività commerciali che dopo la chiusura della Famiglia cooperativa è continuato annualmente. È stata  chiusa anche la stazione dei Carabinieri di Anghebeni.

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Per quanto riguarda le iniziative imprenditoriali a scopo turistico siamo allo zero assoluto, visto anche che negli anni sono via via scappati tutti coloro che hanno potuto cambiare attività e non sono più voluti rientrare nella valle.

Fra pochi giorni pare chiudano anche dei negozi a Obra e Camposilvano, 2 filiali della Cassa Rurale, quella di Raossi e di Sant’ anna, e poi probabilmente la casa di riposo grazie alla riforma Zeni.

«Mi raccomando, – scrive un altro residente – chiedete al Caro amico Geremia l’imperatore Gios, tanto osannato qui in valle, Vi dirà che va tutto bene e che è Rovereto il capofila degli interessi della valle. A Trento mi chiedo, sanno che esiste la Vallarsa, o forse perchè la gente non vota Patt, questo territorio è zona di nessuno, quindi da dimenticare. Se oggi siamo in questa situazione, certe persone si facciano parecchi esami di coscienza!»

Il consigliere provinciale Claudio Cia parla anche di «Tassello dell’inesorabile agonia dei piccoli centri di montagna: una storia che parla di spopolamento, di lavoro che non c’è, di lontananza della politica. Se noi vogliamo mantenere vivo tutto il territorio della provincia, allora dobbiamo evitare l’esodo dalla montagna: in tutto il corpo deve circolare sangue, altrimenti inizia ad andare in cancrena».
E ancora: «Siamo un territorio di montagna, anche se spesso pare che a Trento ci si dimentichi di questo: il 70% del nostro territorio è sopra i 1000 metri e solo l’8% è pianura, e perciò dobbiamo fare una politica che tenga conto di questa condizione. L’operaio, l’artigiano, il contadino, non rimane nel proprio paese se non può viverci, se non ha un lavoro, un reddito, un certo standard di vita. Se noi non creiamo le condizioni perché queste persone possano stare nel loro territorio, prima o poi si sposteranno tutti in città, che certamente non potrà dare risposte a tutti».
Cia mette il dito nella piaga: «se la gente scappa via li non puoi mantenere un negozio. E quando va via l’ultimo negozio va via anche un pezzo di cultura, perché un negozio non è solo distribuzione di generi alimentari, ma è anche un punto di incontro sociale, dove si ritrovano gli abitanti, gli anziani, i turisti. In tutti i paesi c’è bisogno di un bar, di un ristorante, di una cassa rurale (non un bancomat, che con quello non si può parlare), di un ufficio postale, di un asilo, di una casa della cultura per tutte le associazioni».
Va ricordato che il Trentino ha 538 mila abitanti, siamo una realtà piccola, però abbiamo quasi 6 milioni di turisti, con 9,5 milioni di pernottamenti nella stagione estiva e 6,7 nella stagione invernale. Ci definiamo, a ragione, una realtà turistica. Se la gente del posto se ne va, anche i turisti non hanno più motivo per venire. Non vengono a vedere solo un lago, un prato o qualche albero, senza strutture primarie e secondarie: loro vogliono girare, vogliono vedere la festa del paese, una malga, assaggiare i prodotti tipici del posto, vogliono vedere le tradizioni e la cultura locale, camminare tra le nostre montagne. E tutto questo può essere garantito solo da chi quel territorio lo abita quotidianamente e lo mantiene con amore.
«Noi abbiamo il grande vantaggio dell’Autonomia,  – conclude Claudio Cia – che ci permette di fare leggi che tengono conto della nostra realtà. In questo caso pare proprio che la politica non abbia saputo riconoscere il problema, concentrando attenzioni sul fondovalle, quando invece dovrebbe essere la città a fungere da volano per il resto del territorio. L’auspicio è che la politica provinciale possa ritarare le proprie priorità, garantendo attenzione a chi tiene vivi i nostri paesi e presidia le zone più difficili, per tornare a fare una politica per il territorio, una politica veramente autonomista. La politica provinciale non può ridursi ad una fantasia filosofica, ma deve essere uno strumento concreto per dare risposte ai problemi della propria gente. Certo che per risolvere i problemi, bisogna prima saperli riconoscere».

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