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Trento

Essere insegnante o essere educatore? La voce della Vicepresidente del C.N.I.S. di Rovereto

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Il primo vagito della neonata Associazione Coordinamento Nazionale Insegnanti Specializzati (C.N.I.S.) di Rovereto è stato forte e chiaro: erano più di 30 gli insegnanti, educatori, genitori, provenienti anche da fuori regione, che hanno partecipato al seminario l’ABC della matematica: le cose che contano per il benessere a scuola.

Il primo evento promosso dall’Associazione guidata dal Presidente Alessandro Laghi, che ha aperto la giornata formativa dell’11 novembre 2017 raccontando di come si sia ‘innamorato’ della professoressa Daniela Lucangeli, Presidente della sede nazionale dell’Associazione C.N.I.S., vedendo un suo breve video, in cui finalmente ha sentito che “c’erano parole per descrivere la sofferenza e la fatica dei bambini, che come operatori intercettiamo ogni giorno, ma che c’erano anche strumenti per sostenerle e per alleviarle.”

Ad accogliere la nuova nata c’era anche Cristina Azzolini, Vicesindaco e Assessore all’istruzione, formazione, ricerca e promozione delle pari opportunità del Comune di Rovereto. “Sono molto contenta che nella città della Quercia nasca un’altra realtà che vuole confrontarsi con tutte le problematiche che riguardano l’aspetto educativo in collaborazione con le scuole, con IPRASE e con tutto quello che in città già esiste. La sfida più grande di oggi è che la crescita della persona, del desiderio di crescere e di rapportarsi in maniera costruttiva con sè, con gli altri e con la realtà deve avvenire all’interno delle discipline. Ognuno di noi educatori deve guardare al bambino nella sua completezza.”

Altre due donne hanno preso, poi, la parola: la dirigente dott.ssa Chiara Ghetta, felice di “essere presente e di essere parte di una comunità”, e la dott.ssa Olivia Olivo contenta “di poter ospitare il primo seminario per il valore delle due formatrici ( la dott.ssa Adriana Molin e la dott.ssa Silvana Poli, del gruppo della prof.ssa Daniela Lucangeli) e del pensiero educativo al quale appartengono, per il momento formativo traversale, per il tema affrontato, la matematica, che è un interessante e affascinante linguaggio, e infine per il fatto che quando si parla di difficoltà si parla di risorsa, di trovare l’eccellenza.”

Tra gli insegnanti presenti anche Michela Comai, Vice Presidente del C.N.I.S. Di Rovereto e maestra presso l’Istituto Comprensivo Rovereto sud.

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Fin da piccola Michela ha la passione per l’insegnamento, un sogno che si realizza subito dopo il diploma.

Negli anni il suo essere maestra (prima alla scuola dell’infanzia e poi alla scuola primaria, allora scuola elementare) si è trasformato, grazie alla continua e costante ricerca di quel qualcosa che le permettesse di arrivare a ogni singolo bambino, aiutandolo ad apprendere.

Si è formata nei vari ambiti della didattica e della pedagogia, ha studiato e tutt’ora studia vari metodi di insegnamento (da quello Rapizza a quello di Camillo Bortolato), ha seguito i corsi con la grafologa Rita Pellegrini e tanti altri per aiutare i bambini in difficoltà nell’apprendimento.

Il suo modo di insegnare è divenuto un intreccio di più metodi, le sue lezioni hanno un ritmo preciso che parte dal canto iniziale e tutto passa dall’esperienza diretta, dal fare poche cose e dal lavorare per analogia.

Nelle sue classi lo spazio è strutturato in modo che si costruisca giorno dopo giorno la relazione di classe, la competenza sociale e nella sua didattica, grazie all’Associazione Grande Quercia di Rovereto, ha introdotto i diritti umani. Un mondo fa rima con noi è stato il primo progetto portato nella scuola primaria di Volano in collaborazione con la Fondazione Kennedy (della quale Michela è Ambasciatrice del progetto educativo globale sui diritti umani ‘Speak Truth to Power’), al quale poi è seguito lo spettacolo sul popolo della Siria con la classe prima della scuola primaria Dante Alighieri.

A Michela, in doppia veste di Vicepresidente C.N.I.S. Rovereto e insegnante, abbiamo rivolto alcune domande.

Michela, cosa le è rimasto di importante, cosa si è portata via, del Convegno Nazionale dell’Associazione C.N.I.S. tenutosi a Monza l’aprile scorso?

Il focus di quelle giornate al Convegno era tutto incentrato sulla parola Ben-essere, stare bene a scuola. Come è possibile? La parola chiave è un legame emotivo tra bambino e adulti significativi, questa è la radice per uno sviluppo psicologico sano. La qualità del legame di attaccamento con l’insegnante influenza gli esiti evolutivi del bambino.”

Da dove prende spunto per la sua didattica?

Negli anni ho cercato di pormi di fronte ai miei alunni con un atteggiamento più attento e osservatore per comprendere se quello che ogni giorno faccio è quello di cui ha bisogno ciascuno di loro. La ricerca continua e la consapevolezza che non si è mai arrivati penso siano il motore. Quando ci si pone in un atteggiamento interrogativo spesso ti vengono incontro le risposte che poi ognuno può mediare, modificare, fare proprie a seconda della realtà con cui ha a che fare. Ho trovato valide risposte alle mie domande nella pedagogia montessoriana, nel metodo analogico proposto da Camillo Bortolato, nel Cooperative Learning come strategia didattica, nel pensiero della prof.ssa Lucangeli, tutti approcci che tengono conto di come funziona il bambino e partono da lì e non da dove ci si è preposti di arrivare.”

Che cosa ha di rivoluzionario l’approccio della prof.ssa Lucangeli?

Le sue ultime ricerche hanno di rivoluzionario! Un bambino le ha chiesto: ‘Ora che mi hai aiutato a togliere gli errori puoi togliere il fatto che mi fanno male?’ Da qui è partito un suo nuovo studio sulla “warm cognition” da sempre affascinata ‘dal rapporto tra cervello e mente e tra cervello e anima ha cercato di indagare le emozioni legate all’apprendimento’. Il cervello, come lei dice, ‘è una struttura straordinaria ove in millesimi di secondo vi sono milioni di miliardi di connessioni che mettono in moto una trasformazione di ciò che siamo stati e di ciò che saremo.’.

Quando l’emozione incide nell’apprendimento? Questo fondamentalmente lei si è chiesta, quanto il mio essere giudicante può ostacolare il mio insegnamento e creare dolore? Quanto un sorriso o una carezza possono creare quell’alleanza affinché il bambino si senta capito e accolto anche nell’errore? Perché ogni bambino ha bisogno di essere sostenuto e visto per quello che è e non solo per quel che deve saper fare.”

Quali sono le tre cose che l’hanno colpita della formazione appena svolta?

Tre cose fondamentali a cui deve tendere un insegnante: interessarsi alle differenze come opportunità di porsi domande e cercare soluzioni; comprendere il ‘come’, come il bambino impara, quali sono i processi cognitivi che mette in atto per poter dare la risposta giusta; chiedersi ‘cosa’ posso fare come insegnante per ogni bambino. L’insegnante deve essere un osservatore attento a cogliere le richieste che gli vengono portate incontro.”

La prof.ssa Daniela Luncangeli afferma che non si apprende solo con la testa ma si apprende anche con le emozioni, cosa ci può dire in merito?

Chi ‘insegna’ non può limitarsi a trasmettere informazioni che gli alunni dovrebbero mettere dentro e imparare per poi restituirle, ma un bambino mentre impara deve poter sperimentare emozioni positive, di fiducia, in cui provare a fare. Daniela Lucangeli afferma che l’apprendimento avviene attraverso ‘un meccanismo fondamentale che è il da dentro a dentro. Il da dentro a dentro, dice Fischer, neurofisiologo di Harvard, rappresenta la capacità dei nostri neuroni di prendere quello che sai tu, collegarlo a quello che sono io – non so, ma sono io – selezionare le informazioni, buttare quelle non pertinenti e ricollegare in nuovo sapere che non è più quello che è entrato, ma è qualcosa di completamente arricchito di me che si riprodurrà entrando nel circolo. É l’intelligenza sociale, in cui nessuno di noi è intelligente senza l’altro. E l’intelligenza sociale è questo flusso che non è intelligenza, ma intelligere: cioè PORTO DENTRO, TRASFORMO E RICOSTRUISCO, ARRICCHITO DI ME’.”

La prof.ssa Daniela Lucangeli parla dell’importanza di tenere presente l’unicità del bambino; come fa lei nella sua didattica a fare questo?

Cercando ogni giorno lo sguardo di ognuno, di ogni mio alunno. La classe è una pluralità di piccole unicità, ognuno porta la sua storia, la diversità del suo mondo, ma un solo grande bisogno, quello di essere guardato e accolto nel rispetto della propria integrità. Pensare e progettare un ambiente idoneo nel quale il bambino può sperimentare e divenire sempre più autonomo favorisce un’osservazione più attenta da parte dell’insegnante che può cogliere le reali esigenze del bambino in quel contesto.”

Questo significa lasciare il terreno dell’insegnamento per divenire educatore?

Il metodo più efficace è quello che tende allo sviluppo dell’autonomia del bambino nel rispetto delle sue modalità di apprendimento, che lo aiuta a far da solo. Allora deve essere messo nelle condizioni di poterlo fare attraverso un ambiente pensato perché il bambino possa sperimentare e mettersi in gioco in un luogo che gli offre il confronto con l’altro, il conflitto, il superamento della difficoltà, il poter ‘sostare’ in una relazione. Il compito a cui siamo chiamati noi insegnanti è quello di guardare al talento di ognuno, al potenziale nascosto che ogni bambino cela.

Vuol dire guardare al bambino nella sua interezza, come ad un individuo completo.

La stessa prof.ssa Lucangeli lo evidenzia nel suo pensiero, che trova riferimento nei quattro pilastri dell’educazione presentati in un rapporto per l’UNESCO dalla Commissione Internazionale per l’Istruzione per il ventunesimo secolo presieduta da Jacques Delors.

Secondo la relazione l’istruzione deve essere organizzata su quattro principi fondamentali:

  • imparare a sapere: conoscere, mostrare curiosità e ricerca verso l’ambiente;
  • imparare a fare: sviluppare abilità pratiche in un lavoro di squadra mettendo a frutto ciò che si è imparato;
  • imparare a vivere insieme: sviluppare una comprensione per gli altri;
  • imparare a essere: sviluppare la propria autostima.”

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