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Italia ed estero

Africa: l’avventura umana di Padre Kizito

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Barba e capelli bianchi, occhi profondi.

Il fondatore della realtà africana Koinonia Community è arrivato a far conoscere i suoi progetti anche nel nostro territorio grazie alle collaborazioni nate con l’Associazione Il canale e con l’Associazione Grande Quercia e al Servizio di Cooperazione Internazionale.

Abbiamo rivolto alcune domande a Padre Renato Kizito Sesana.

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Padre Kizito, quando l’Africa è arrivata nella sua vita?

“L’Africa è arrivata dopo la chiamata che ho sentito ad andare e vivere la mia fede al di fuori del contesto di chiesa tradizionale da cui provengo. Dopo aver terminato gli studi di perito meccanico e un paio di anni di lavoro in una conosciutissima fabbrica di moto di grossa cilindrata (le moto erano una passione) ho deciso di entrare in un istituto missionario. Ho scelto i Comboniani quasi per caso, ma è stata una scelta che poi si è rivelata provvidenziale perché fin dal primo momento che ho messo piede in Africa, nel 1971, mi sono sentito a casa mia, fra la mia gente. Nel frattempo ero stato ordinato sacerdote nel 1970 e mandato subito a lavorare a Nigrizia, e il primo viaggio in Africa fu semplicemente un viaggio di documentazione, che mi portò in Congo-Brazzaville, Gabon, Camerun e Ciad, tutti paesi in cui i Comboniani allora non erano presenti.”

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Come è nata l’idea di creare una comunità?

“Quando sono stato mandato in Zambia, nel 1977, ho lavorato per tre ani in una bellissima missione rurale, dove il vescovo stava promuovendo le piccole comunità di base. Però facevamo poco per i giovani, e cosi ho maturato poco a poco il desiderio di dedicarmi alla formazione dei giovani leader. Poi, a Lusaka, nella capitale mi sono trovato da solo a gestire un poverissima parrocchia di periferia e ho trovato naturale chiamare alcuni giovani cristiani a fare comunità intorno a me, nella casa parrocchiale. Quella di una convivenza quotidiana mi è parsa adagio adagio la strada giusta da seguire per la formazione dei laici provenienti da un contesto completamente tradizionale. Dava loro la possibilità di assimilare i valori cristiani e a me una conoscenza più profonda del mondo da cui provenivano. Da allora in poi qualsiasi altra attività abbia fatto, l’ho sempre fatta insieme ad una comunità di laici, che a poco a poco si è strutturata ed è diventata la Koinonia Community.”

Su quali principi si fonda Koinonia Community?

“Koinonia si autodefinisce come una comunità che vuole promuovere una vita più fraterna e comunitaria e una cultura di pace. Dà la preferenza ai ‘piccoli’, agli emarginati e indifesi. Attraverso i suoi programmi per la difesa dei diritti dei bambini Koinonia serve soprattutto i bambini di strada a Nairobi (Kenya), Lusaka (Zambia) e la popolazione dei Monti Nuba, in Sudan .

Le attività di Koinonia sono focalizzate sui bambini e giovani. Per accompagnare i bambini nella loro crescita, Koinonia realizza progetti con un approccio che tocca tre dimensioni: il bambino, la famiglia e la comunità locale. I bambini vengono avvicinati in strada e invitati nelle case di prima accoglienza, si cerca di ristabilire il contatto con la famiglia di origine e poi il bambino viene indirizzato e accompagnato per il rientro in famiglia quando possibile, oppure viene ospitato per tutto il tempo necessario, anche fino ai 18 anni e oltre, nelle case residenziali.

La comunità circostante (alla famiglia di origine, alla strada dove il bambino viveva, al centro di prima accoglienza o alla casa residenziale) viene coinvolta in tutto il processo. Tutti i bambini devono frequentare la scuola, di solito la scuola elementare pubblica più vicina, almeno fino alla classe ottava (terza media).

Koinonia si ispira al Vangelo, ma tutti sono liberi di praticare la religione di propria scelta (a volte c’è una scelta dipendente dalla famiglia di origine) e frequentare la chiesa cristiana che preferiscono. Recentemente un amico che è stato con noi per qualche settimana mi diceva: “al rientro in Italia se mi chiedono cosa fa Koinonia dirò semplicemente che trapianta bambini. Si, mi è sembrato di essere in un vivaio, dove piantine che erano a rischio di morire per mancanza di nutrimento e di cure, vengono amorevolmente curate per riprendere forze, e fiorire. E che fiori ho visto!”.”

Di cosa ha più bisogno la popolazione africana?

“C’è bisogno di libertà, di spazi di crescita, della visione di sviluppo integrale della persona umana. Il Vangelo apre a questa visione. In Africa c’è un grande senso religioso e la presenza di Dio è sentita con forza nella vita di ogni giorno, ma ci sono anche tradizioni negative. Gesù spalanca agli africani un mondo nuovo, senza costringerli a rinunciare alla positività delle loro tradizioni. Si, perché se l’Africa ha bisogno, ci può anche dare molto, come il senso dell’importanza delle relazioni umane, dell’accettazione degli altri, della comunità.”

Qual è la maggiore difficoltà che ha incontrato nel concretizzare i suoi progetti?

“I ‘miei progetti’ sono sempre nati da istanze che mi hanno proposto gli amici africani e che poi si sono uniti a me per realizzarli… E’ stato faticoso iniziarli e portarli avanti, perché è nella natura delle cose che realizzare il nuovo costi fatica e costi ancor più fatica farlo accettare. La difficoltà più grande è stata superare le obiezioni di chi nella società, come nella chiesa, dà più importanza alle regole che non alle persone, e cerca di impedire il nuovo con ‘ma si è sempre fatto così’, ‘c’è il rischio che questa cosa venga fraintesa’, ‘non ti fidare perché quello è un gruppo di bugiardi’ o ‘la legge non lo prevede’. Per esempio una iniziativa che abbiamo fallito è stata quella del giornale di strada. A Nairobi abbiamo cominciato a pubblicare un mensile da vendere in strada lasciando il profitto a giovani adulti senza lavoro. La gente lo comperava ma il fallimento è venuto dagli innumerevoli ostacoli creati dalla burocrazia e dal taglieggio delle guardie municipali. La mentalità legalista, le gelosie, la corruzione, in sintesi le piccole meschinità umane che ci sono a tutte le latitudini.”

Quale la maggior ricchezza degli africani?

“Nella cultura tradizionale africana la persona si sente parte di una grande corrente di vita, che parte da Dio, passa attraverso gli antenati, arriva al presente ed è aperta a generare il futuro. E’ l’energia che ci sostiene tutti e che genera vita nuova. Già essere vivi è una grande ricchezza. Su questa visone i cristiani sono capaci di innestare la visione cristiana, che genera vita nuova, a tutti i livelli. Una vita che è eterna.”

Cosa l’ha portato a stabilirsi in Africa fino a scegliere di diventare cittadino keniota zambiano?

“Dal 71 al 76 ho viaggiato in Africa per raccogliere documentazione e scrivere articoli per Nigrizia. Poi, come dicevo, nel 1977 sono andato in Zambia, dove ho lavorato in continuità per quasi dieci anni. Qualche mio confratello scherza, dicendo che ‘a Kizito la Zambia stava stretta’, ma è un fatto che dalla Zambia poi sono stato destinato in Kenya, da dove mi sono impegnato molto anche per Sudan e Sud Sudan. L’Africa mi ha scelto, e io ci sto bene. La Zambia resta il primo amore e ci torno sempre, almeno quattro volte all’anno perché i progetti che vi ho avviato continuano. Quando un ragazzo, che ho battezzato nel 1980 e che è diventato oggi il direttore dell’Immigration Office, mi ha detto che con la nuova costituzione zambiana avrei potuto prendere la cittadinanza senza rinunciare a quella italiana, non ho perso l’occasione.”

Che cosa non abbiamo capito di questo popolo?

“Non abbiamo capito molte cose e l’incomprensione viene da lontano. Radicata in una cultura di metodica violenza e di negazione dell’umanità dell’africano, che è iniziata quando gli europei hanno voluto giustificare quel crimine di proporzione immensa che è stata la tratta degli schiavi, che ha fatto decine di milioni di morti in quei più o meno tre secoli in cui è durata. Crimine che è continuato in forma diversa nell’epoca coloniale e che continua tuttora con il razzismo e il saccheggio delle risorse umane e materiali. La pretesa superiorità dell’uomo bianco ha fatto crescere un muro d’incomprensione.

Quale superiorità? La superiorità degli inglesi che hanno ingannato i popoli africani con trattati che sono stati i primi a non rispettare e che hanno represso uccidendo almeno 400.000 kenyani negli anni cinquanta del secolo scorso in risposta alla legittima richiesta d’indipendenza di questo popolo? O quelle dei tedeschi mentre compivano il genocidio del popolo Herero in Namibia nel 1904?

O degli Italiani che sono stai i primi a usare i gas asfissianti sulla popolazione civile in Ethiopia e hanno poi torturato e massacrato circa 2000 monaci cristiani nel monastero di Debre Libanos nel 1937? O ancora dei politici italiani che incitano oggi a lasciar morire in mare i migranti? E questo è solo un primo elenco di fatti inoppugnabili che mi vengono in mente….

Non si può capire se non c’è disponibilità a trattare gli altri come persone umane alla pari. Da cristiani diremmo che non ci si può capire se non si accetta l’altro come fratello.”

Secondo lei noi trentini come potremmo aiutare il popolo africano?

“Camminando insieme a loro. Camminare insieme sapendo di avere un destino comune. Gli africani sono straordinari compagni di viaggio.”

 

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