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Trento

Domani l’aquila di San Venceslao alla Polizia di Stato per Foti e Martini

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Nel primo pomeriggio del 30 settembre 1967, la stazione ferroviaria di Trento veniva scossa da un forte boato e dal lacerante urlo delle sirene. Si trattava della drammatica cornice ad un gravissimo attentato, sventato dal coraggio e dall’abnegazione di due semplici Servitori dello Stato, ovvero il Brigadiere del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza – così si chiamava allora la Polizia di Stato – Filippo Foti e la Guardia scelta Edoardo Martini.

Avvisati della presenza di una valigia sospetta a bordo del treno Monaco – Roma “Alpen Express”, i due poliziotti ritiravano la valigia dal treno e cercavano di allontanarsi dai luoghi più affollati della stazione. In pochi secondi la bomba scoppiò, lasciando solo i brandelli dei due corpi che, con il loro sacrificio, avevano evitato una strage di ben più vaste proporzioni, posto che l’ordigno sarebbe dovuto scoppiare a tempo nella tratta ferroviaria fra Trento e Verona e con il treno in movimento.

Erano gli anni caldi del terrorismo sudtirolese di stampo pangermanista e neonazista e gli attentati in Alto Adige/Südtirol, ma anche in Trentino, in Veneto ed in altre realtà regionali dell’alta Italia, si susseguivano lasciando una lunga scia di sangue, prevalentemente versato dalle Forze dell’Ordine. Si narra che il più anziano dei due poliziotti cercò di dissuadere l’altro cercando di allontanarlo da quello che sarebbe stato da li a poco il luogo della tragedia. Ma il più giovane volle rimanere al suo posto. Così morirono entrambi salvando numerose vite umane. 

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Venerdì prossimo 29 dicembre, a cinquant’anni esatti di distanza da quei fatti orribili, la Presidenza del Consiglio della Provincia autonoma di Trento ricorderà il sacrificio di Foti e Martini, ma anche di tutte le donne e gli uomini delle Forze dell’Ordine e della Magistratura caduti nell’adempimento del loro dovere, attribuendo, in memoria dei due Agenti, l’alto riconoscimento dell’”Aquila di San Venceslao”, nella scultura del maestro Othmar Winkler, alla Questura di Trento, tramite il Questore di Trento dott. Massimo D’Ambrosio e quindi a tutta la Polizia di Stato. La cerimonia pubblica si terrà alle ore 17.30 in sala Depero, a palazzo della Provincia a Trento.

In occasione della festa di San Michele Arcangelo Patrono della Polizia di Stato, l’Arcivescovo Monsignor Lauro TISI, alle ore 16.00, come da tradizione, celebrerà la Santa Messa presso l’Abbazia di S. Lorenzo. La messa sarà preceduta da un momento commemorativo, nell’anno in cui ricade il 110° anniversario della fondazione della Polizia Ferroviaria, cerimonia che avrà luogo alle ore 15.15 con la deposizione di una corona, presso la lapide all’interno della Stazione ferroviaria, per ricordare il sacrificio della Guardia di P.S. Edoardo Martini e del Brigadiere Filippo Foti, Medaglie d’Oro al Valore Militare morti  appunto nel 1967 per sventare un attentato terroristico.

L’ATTENTATO – Trento, stazione ferroviaria, marciapiede 2, ore 14.15 del 30 settembre 1967. L’Alpen Express, già in ritardo di mezz’ora, rimane fermo perché dalla precedente stazione di Bolzano è arrivata una telefonata che sulla reticella di uno scompartimento è stata abbandonata una valigia verde dagli angoli metallici.

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E’ sospetta. Due agenti, Filippo Foti e Edoardo Martini, della polizia ferroviaria di Trento, si incaricano di prelevarla e di portarla il più lontano possibile per evitare, semmai, una strage tra i passeggeri e tra la gente ferma sulla pensilina.

I due, svelti, attraversano i binari dirigendosi ai margini della stazione in zona di sicurezza. Sono le 14.44 e quella maledetta valigia zeppa di esplosivo scoppia tra le loro mani. Quello che sono costretti a vedere i primi che accorrono in mezzo al polverone sollevato dallo scoppio è tanto orribile da non essere nemmeno riferibile.

A Trento, ma in tutta la regione, si torna cosi a tremare di paura per il terrorismo di marca, anche questa volta, – tutti ne sono convinti – sudtirolese. C’era stata si, qualche mese prima la strage di Cima Vallona in provincia di Belluno quasi a cavallo con quella di Bolzano.

Erano morti in tre e questa volta il terrorismo aveva assunto strategie della peggiore specie: abbattuto un traliccio e ucciso un alpino che ne era a guardia, i terroristi avevano fatto saltare in aria poche ore dopo i militari che erano intervenuti sul posto ad indagare. E molto tempo prima ancora c’erano stati una serie di attentati tra cui una bomba al bagagliaio della stazione ferroviaria di Trento (senza vittime) e una, con il morto, a Verona.

Ma era acqua passata anche perché Roma e Vienna, diplomaticamente, non erano più molto distanti. Quanto al suo caratteristico spirito costruttivo, poi, la popolazione di Trento aveva finito di rimboccarsi le maniche dalla sciagura dell’alluvione dell’anno precedente e la vita era ripresa senza piagnistei.

In estate era arrivato il Giro d’Italia e l’opinione pubblica si divideva più sull’utilizzo del miliardo e quattrocento milioni dello Stato, omaggiati alla città in ricordo dell’annessione all’Italia, che sulle ragioni del Loss von Trient (und Italien) degli altoatesini. In dirittura d’arrivo c’era poi il ‘pacchetto” che avrebbe sanato (e sanerà) gli appetiti dei sudtirolesi.

Insomma, c’era una tregua nella preoccupazione dei trentini la quale, dopo la tragedia della stazione, si trasforma in angosciante incredulità dipinta sui visi di tutti i presenti nell’impressionante affluenza ai funerali, incredulità che diventa da angosciante a sconsolata nell’ascoltare in Duomo l’omelia del vescovo che parla di perdono. Dalle prime indagini risultava che un giovanotto biondo aveva alloggiato la valigia su quella reticella e che poi era sceso alla stazione del Brennero.

Di qui i sospetti di due donne che avevano avvertito la polizia ferroviaria di Bolzano. Non molto altro si saprà. Di definitivo, poi, e quindi di condanne, assolutamente nulla. Sarà opera di ignoti. Ci si rende conto che le indagini procederanno a singhiozzo: aperte e chiuse, aperte e chiuse.

A distanza di 49 anni da quel tragico 30 settembre, in una quinta ripresa delle indagini sulla base di documentazione prima non considerata – ma anche questa volta tutto è avvolto nel condizionale – la bomba che strazia Foti e Martini non parla tedesco ma italiano, un italiano in codice, linguaggio da servizi segreti.

Non sarebbe che una delle prime tappe della strategia della tensione ordita da schegge impazzite delle istituzioni democratiche che hanno estrema libertà di movimento con le cui ‘imprese” si vuole tenere gli italiani con il fiato sospeso, inducendoli cosi a propendere per governanti di destra che usino il pugno di ferro. In altre parole, si tenta di fertilizzare il terreno per avventure.

Grazie addio l’obiettivo non viene raggiunto. Dopo la tragedia di Trento saranno molte altre le tappe di questa tensione che suggerisce, come obiettivo in subordine, l’esistenza di ‘opposti estremismi”.

Ci sarà piazza Fontana con tante vittime, ci sarà Brescia e ci saranno bombe anche a Trento, inizio ’71, che non fanno vittime soltanto per puro caso e per le quali molti anni dopo vi sarà l’assoluzione piena per (quasi) tutti. Rimane la sconsolata certezza che Foti e Martini sono stati uccisi da ignoti.

Le citazioni sono state prese dal corriere delle Alpi

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