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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Charlie Gard: quando l’impossibile diventa possibile ricordando Jerome Lejeune

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Il destino di Charlie Gard, il bambino inglese di 11 mesi affetto da una rara malattia genetica, sembrava segnato: i medici del Great Ormond Street hospital di Londra e i giudici avevano decretato l’obbligo di staccare la ventilazione artificiale, certi che non ci fossero più speranze.

L’opposizione dei genitori, decississimi a provare ogni cura possibile ed immaginabile, e soprattutto l’opinione pubblica di molti paesi, Italia in primis, hanno scongiurato, per ora, il decesso del bambino.

Permettendo così lo svilupparsi di domande molto interessanti: quando inizia l’accanimento terapeutico e come può essere definito? Il diritto a decidere delle cure di un bambino spetta ai medici e allo Stato, o ai genitori?

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Mentre infuriava il dibattito, Stefano Lorenzetto e Mario Giordano, giornalisti del quotidiano nazionale La verità, hanno lanciato una provocazione: perchè il Bambin Gesù di Roma, l’ospedale pediatrico romano del papa, non si offre di accogliere Charlie e i suoi genitori, dando loro l’ultima speranza?

Detto, fatto: Mariella Enoc, dirigente del Bambin Gesù di Roma, e don Carmine Arice, responsabile per la pastorale sanitaria della Cei, hanno preso sul serio la richiesta de La verità, e si sono offerti: “Charlie venga da noi, faremo il possibile”.

Non si è trattato soltanto di un gesto formale, quasi di cortesia. No, l’ospedale romano, una eccellenza in Italia e nel mondo, ha dimostrato che esistono protocolli per cure sperimentali che l’ospedale londinese aveva ignorato.

Di qui il comunicato dell’ospedale stesso che ha ammesso che “due centri di cura internazionali (il Bambin Gesù citato e il New York Presbyterian Hospital americano, ndr) e i loro ricercatori, nelle ultime 24 ore, hanno dato prove chiare a proposito dei loro trattamenti sperimentali, e quindi si è deciso, d’accordo con i genitopri del bambino, di esplorare queste possibilità“.

L’ospedale però, continuava il comunicato, “è vincolato dalla sentenza dell’Alta Corte britannica che impedisce di trasferire il bambino negli Stati Uniti” – cioè nella prima destinazione scelta dai genitori, prima che si offrisse il Bambin Gesù di Roma- o altrove.

Accade dunque che un caso ritenuto impossibile, diventa possibile. Che una condanna già emessa, viene di fatto rimangiata. Non si dice certo che Charlie guarirà sicuramente, ma si ammette che non erano state percorse tutte le vie mediche possibili, e che si erano di fatto esautorati i genitori ingiustamente.

Certamente la terapia proposta dai due ospedali è sperimentale, innovativa, non offre certezze, ma ci chiediamo: quante altre volte questo è già successo?

Quante volte è accaduto che una cura sperimentale, innovativa, dimostrasse di funzionare? E ancora: quando sperimentare farmaci nuovi, se non in presenza di casi come quello di Charlie?

Chi scrive ha visto con i suoi occhi la prima bambina con spina bifida operata in utero: quella bimba oggi sta piuttosto bene, e i medici che la hanno operata hanno dimostrato che mentre in Olanda i bambini con spina bifida vengono spesso soppressi con l’eutanasia, altrove questi stessi bambini, presi in tempo, possono stare molto meglio, oggi, e forse bene del tutto, domani. In ogni cura, in ogni sperimentazione, c’è una prima volta!

Tra una cosa e l’altra la nostra storia arriva così al lunedì 10 luglio, giorno in cui il giudice dell’Alta Corte, Francis, che aveva già deciso in favore della tesi dell’ospedale londinese (“non c’è più nulla da fare, occorre far morire Charlie”), ha accolto le prove in favore e quelle contro alla possibilità di cura.

Cosa deciderà Francis?

Bisogna considerare che la faccenda si è fatta complicata: l‘Inghilterra rischia una figuraccia internazionale, perchè i suoi medici hanno condannato a morte un bambino, contro il parere dei suoi genitori, dimostrando di non conoscere le possibili alternative; un ospedale italiano ed uno americano, intervenendo, hanno dimostratro che il verdetto inglese era quantomeno affrettato.

Il giudice inglese avrà il coraggio di riconoscerlo? Di ammettere l’errore dell’ospedale cui aveva dato ragione in prima istanza; di riconoscere il proprio errore (e del resto, quali le sue competenze, in campo medico, e quale il suo diritto, rispetto a quello dei genitori di Charlie?).

Non è assolutamente detto. I genitori di Charlie hanno lanciato l’allarme. Come riporta Filippo Savarese, direttore di CitizenGo, il 10 luglio “i legali dei Gard hanno chiesto di far slittare il processo a fine luglio per discutere la ricusazione del giudice. Mozione bocciata. Francis ha detto inoltre che attende evidenze sullo stato di salute cerebrale di Charlie. Se è irrimediabilmente compromesso come sostiene l’Ospedale o no, come dice la famiglia. In particolare ha chiesto i dati sulla circonferenza del cranio negli ultimi mesi, perché la madre del bambino contesta quanto affermano i medici, ovvero che la testa abbia smesso di crescere.

Questa china non mi piace per niente, perché il punto non è quanto sia compromessa la salute di Charlie, ma perché mai i genitori non dovrebbero avere il sacrosanto diritto di affidare il figlio a un ospedale coi controcoglioni come il Bambin Gesù e debba invece averlo un giudice che si è sempre occupato praticamente solo di certificare divorzi. Inoltre i legali dell’Ospedale hanno dichiarato di tenere il bimbo sotto effetto di morfina, novità di cui non si era avuta notizia. Una mossa che potrebbe voler avvalorare la “tesi dell’agonia”…”.

Vedrermo come evolveranno le cose, ma mi piace concludere con un aneddoto storico.

Jerome Lejeune, medico, padre della citogenetica e servo di Dio, nel suo Il messaggio della vita ricordava come ventun anni dopo la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo “un filosofo fece una proposta di legge per chiedere che ‘fosse finalmente proibito di asfissiare o comunque far morire dissanguati i malati di rabbia’. Questa proposta di legge non fu nemmeno discussa. Fu rimandata allo studio di una commissione, poi tutto finì in un cassetto e non se ne parlò più. Dodici anni dopo nacque un bambino di nome Louis Pasteur. La sua vita fu proprio la dimostrazione che a liberare l’umanità dalla rabbia e dalla peste non furono quelli che asfissiavano i malati di rabbia tra due materassi, o che bruciavano gli appestati nelle loro case, bensì quelli che hanno combattuto la malattia e rispettato il paziente”.

Anche solo da un punto di vista medico, è possibile il progresso nella medicina quando si preferisce, alle cure sperimentali, la morte certa?

a cura di Francesco Agnoli

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1 Comment

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  1. Sonia Severini

    30 luglio 2017 at 12:20

    Mio padre è morto nell’87 colpito da un cancro devastante allo stomaco e ai polmoni. Gli ultimi mesi era in ospedale, pieno di dolori, bisognoso dell’ossigeno. Non riusciva a respirare perchè i polmoni erano pieni di liquido. Un giorno il medico fece di tutto per estrargli tutto il liquido, operazione non facile. Ricordo la contentezza di mio padre quando poté di nuovo respirare, ringraziò il dottore, a sua volta emozionato, con una gioia tale come se lo avesse guarito dalla malattia. Anche noi familiari fummo contenti. Eppure sapevamo tutti – incluso mio padre – che la morte era vicina, quel momentaneo sollievo, diremmo oggi, fu “inutile”. La vicenda del piccolo Charlie Gard dovrebbe far riflettere molte più persone sul fatto che in Europa si sta sviluppando una forma di dittatura (contro la vita promuovendo aborto, eutanasia e distruzione della famiglia) che nulla ha da invidiare al Nazismo. Striscia nella società lentamente ma inesorabilmente, ammantata di buonismo (“non vogliamo far soffrire nessuno”), come del resto fece il nazionalsocialismo in Germania, che aveva promesso al popolo tedesco mari e monti. Qual è infatti la differenza tra stabilire che certe categorie di persone (ebrei, zingari, polacchi, sacerdoti, religiosi, omosessuali, malati psichici e handicappati) non erano degne di vivere e decidere che la vita non ha senso per persone in condizioni simili a quelle di Charlie? Il giudice ha tolto la patria potestà non a due genitori sciagurati, ma ad un papà e una mamma che hanno dimostrato il massimo dell’amore verso il loro piccolo. Poco importano le proteste, si andrà avanti. In Italia due milioni di persone in piazza non hanno impedito al governo di varare la legge sui matrimoni tra persone dello stesso sesso ed ora sull’eutanasia. Sono questi i problemi principali dell’Italia? Chi sta in alto semplicemente ignora la volontà del popolo, avvantaggiato anche dal silenzio di molti. Potranno in futuro i genitori scegliere ciò che ritengono giusto per i propri figli, o ci sarà un giudice che toglierà loro la patria potestà? I ricoverati in ospedale avranno così tanta fiducia nel riporre la propria vita nelle mani di medici che abbracciano tale ideologia? La felicità di una persona non deriva dal fatto che non è malata o handicappata, ma dal fatto che si sente amata.

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

«Dieci brevi lezioni di filosofia»: in uscita il nuovo libro di Francesco Agnoli

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Esce tra qualche giorno, per l’editore Gondolin, Dieci brevi lezioni di filosofia, di Francesco Agnoli, giornalista e scrittore trentino.

Nel giorno dei morti, riportiamo due pagine del libro, quelle in cui Alain Turing discute, in un dialogo immaginario con Tommaso d’Aquino, dell’immortalità dell’anima.

Nella storia delle macchine il fisico e matematico Alain Turing (1912-1954) è un nome imprescindibile.

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Nel 1931 l’autore di The bomb, una macchina elettromeccanica capace di decifrare il codice segreto tedesco Enigma, e l’ideatore della “macchina universale di Turing“, scrive un saggio, Nature of spirit per la madre di un caro amico defunto, Christopher Morcom.

In questo saggio Turing nota che “noi possediamo una volontà capace di determinare, probabilmente in una piccola porzione del cervello, possibilmente su tutto il cervello, l’azione degli atomi. Il resto del corpo agisce in modo da amplificare questa volontà“.

Esiste dunque una volontà umana, invisibile, immateriale, eppure efficace, che governa la materia, gli atomi.

Continua Turing:Personalmente ritengo che lo spirito sia in realtà eternamente connesso con la materia, ma di certo non sempre dallo stesso tipo di corpo. Un tempo ho creduto possibile che, alla morte, uno spirito entri in un universo completamente separato dal nostro, ma oggi considero materia e spirito così intimamente connessi che ciò sarebbe una contraddizione in termini. E tuttavia è possibile, anche se improbabile, che un universo del genere esista… Quanto poi alla connessione stessa tra spirito e corpo, io penso che quest’ultimo possa ‘attrarre’ e tenere unito a sè uno ‘spirito’ in virtù del suo essere un organismo vivente, e quindi che i due siano tra loro saldamente connessi finchè il corpo sia vivo e sveglio”, mentre “quando il corpo muore” accade che ciò che “consente al corpo di tenere unito a sè lo spirito se ne va anch’esso, e presto o tardi, forse immediatamente, l’anima trova un nuovo corpo“.

Francesco Agnoli

Infine, continua Turing, “quanto alla questione del perchè si abbia un corpo, e perchè non si voglia o non si possa vivere liberi come spiriti e come tali comunicare, probabilmente potremmo farlo, ma allora non ci resterebbe più assolutamente niente da fare. E’ il corpo che fornisce allo spirito le cose di cui occuparsi e le cose da usare“.

E’ evidente che Turing, al di là di molti dubbi, ha due idee ben chiare: lo spirito esiste ed è immortale; il corpo è ad esso “saldamente connesso“, quasi necessario. Almeno per l’uomo, si potrebbe aggiungere.

Proviamo ora ad immaginare un confronto tra Turing e Tommaso d’Aquino.

Anche per il filosofo medievale lo spirito umano è incorruttibile; anche per lui, nel solco di Aristotele, spirito e corpo non sono – come invece volevano l’orfismo, i pitagorici, Platone, le filosofie orientali e come dirà Cartesio-, due realtà ben distinte e dualisticamente separate, bensì due co-principi costantemente interagenti di un’unica sostanza, di quell’unico essere che è l’uomo.

In altre parole il corpo non ospita semplicemente un’anima, ma è materia vivificata e guidata dall’anima (e di conseguenza il cadavere, non animato, è altra cosa rispetto al corpo umano).

E la morte, allora? Ricordiamo Turing: egli non sa dove mettere lo spirito, una volta morto il corpo. In un “universo completamente separato dal nostro“, o in un “nuovo corpo“?

La prima soluzione gli sembra non sia logica, proprio in nome del profondo legame esistente tra spirito e corpo.

Ma la seconda, solo adombrata, è però contraddittoria con quanto detto in precedenza da lui stesso.

Immaginiamo ora che Tommaso provi a spiegargli la contraddizione: Caro Turing, ci unisce la comune credenza nell’esistenza dello spirito. Ora però facciamo un passo ulteriore: tu sostieni l’intima connessione, sostanziale e non accidentale, tra lo spirito, che è immateriale, personale, soggettivo, unico, e il corpo ad esso connesso: se anima e corpo sono così profondamente compenetrati e non meramente accostati, dovresti logicamente dedurre che il corpo non può essere un semplice contenitore dell’anima. Invece, in modo non coerente, separi lo spirito dal suo corpo, riducendo di fatto il corpo ad un mero contenitore, come i sostenitori della reincarnazione. Così però ricadi nello spiritualismo che hai negato, e che riconosce di fatto dignità soltanto allo spirito (perchè fa del corpo qualcosa di insignificante, impersonale, intercambiabile). Per comprendere la realtà dell’uomo dobbiamo tenere insieme immortalità dello spirito e sua intima connessione con il corpo, secondo il dettato biblico e il retto uso della ragione. Io credo che la risposta stia nella risurrezione dei corpi, un dogma cattolico estraneo sia alle filosofie materialiste sia a quelle spiritualiste. Infatti senza la risurrezione del corpo, l’anima umana rimarrebbe in una condizione per lei innaturale, data la relazione essenziale che ha con il suo proprio corpo. Risurrezione dei corpi significa dunque che l’unicità e la personalità di ogni spirito sta insieme, sempre, con l’unicità di ogni corpo, e che non esiste per me, per te, salvezza vera che non sia salvezza anche del corpo“.

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62 anni fa, la sciagura di Marcinelle (Belgio)

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Sono passati 62 anni dalla sciagura di Marcinelle (Belgio) dove 262 minatori, tra questi 136 italiani, perirono l’8 agosto 1956, nella miniera di carbone al Bois du Casiez. Tra i 136 Caduti italiani anche il perginese Primo Leonardelli.

Passate le prime ore di stupore, la mobilitazione fu generale.

La Croce Rossa, i Pompieri, la Protezione Civile, l’Esercito e la Polizia (ma anche semplici cittadini) unirono le loro forze.

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Nei giorni successivi arrivarono rinforzi di soccorso da Ressaix, Frameries, Beringen. Dalla Francia arrivò Emmanuel Bertieaux con delle apparecchiature di radiotelefonia, dalla Germania arrivò Karl Von Hoff con un laboratorio mobile per le analisi dei gas.

Le scuole dei dintorni furono convertite in mense e dormitori, le chiese in camere ardenti. E mentre in superficie l’assistente sociale G. Ladrière, “l’angelo del Cazier”, cerca di consolare le famiglie, nelle gallerie, Angelo Galvan “la volpe del Cazier” cerca i suoi compagni di lavoro. Galvan e i suoi amici soccorritori, tra molti pericoli, nel fumo, nel calore e nella puzza di bruciato e di morte cercarono, invano, eventuali superstiti.

La notte del 22 agosto, alla profondità di 1035m, svanirono le ultime speranze. Il giorno 8 agosto intanto la giustizia aveva avviato la sua inchiesta. Il 13 agosto furono sepolte le prime vittime. Il 25 agosto, il ministro dell’economia Jean Rey creò una commissione d’inchiesta, alla quale presero parte due ingegneri italiani, Caltagirone e Gallina del Corpo delle Miniere Italiane. Anche la confederazione dei produttori di carbone creò la sua inchiesta amministrativa. Queste tre inchieste dovevano fare “ogni luce” su cosa era accaduto nel pozzo St. Charles di Marcinelle il mattino dell’8 agosto 1956. Nessuna di queste istituzioni mantenne pienamente le sue promesse.

Nel quarantesimo anniversario della sciagura, vale a dire l’8 agosto del 1996, ebbi l’onore di rendere omaggio, in rappresentanza del Consiglio Provinciale e Regionale, con i Gonfaloni della Provincia e della Regione, assieme all’on. Mirko Tremaglia, segretario generale del Comitato Tricolore Italiani nel Mondo, a tutti i Caduti della sciagura della miniera di “Bois du Casiez “.

Per quanto riguarda il ricordo della sciagura di Marcinelle qui potete avere tutte le notizie nel merito

Nella foto, la delegazione del MSI-DN, con l‘on. Mirko Tremaglia, capo del CITM (ndr Comitato Tricolore Italiani nel Mondo), nel quarantesimo anniversario della tragedia. Tra gli altri, il sottoscritto (l’ultimo a destra).

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Marco Andreatta: «Verità per noi vuol dire togliere dall’oblio»

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Napoleone Bonaparte fu il primo statista ad essere profondamente interessato, sin da da giovane, alla matematica (in particolare alla geometria).

Durante gli anni della vita militare e poi del potere, ritenne che la matematica e la scienza potessero essere di grande aiuto per vincere le battaglie e per organizzare al meglio il suo Impero, mentre negli anni dell’esilio, quelli dell’impotenza, sembra che la matematica continuasse ad interessarlo per motivi filosofici, come un sostegno razionale alla fede religiosa ritrovata.

Anche oggi la matematica è nello stesso tempo terreno di discussioni filosofico-religiose e oggetto di attenzioni da parte del potere.

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In Cina e in Corea del Sud c’è una corsa ad accaparrarsi i migliori matematici, offrendo stipendi d’oro a matematici occidentali che vanno in pensione, assumono molti giovani. Si stanziano quantità di denaro che da noi sono impensabili, nella convinzione che anche da qui passi il primato economico-politico nel prossimo futuro“: lo afferma Marco Andreatta, matematico di prestigio internazionale, professore di Geometria all’Università di Trento, presidente del grande Museo delle Scienze della città, il Muse, e soprattutto direttore del Centro Internazionale di Ricerche Matematiche (CIRM).

Professore, come è iniziata la sua passione per la matematica?

“Non mi è chiarissimo. In una precedente intervista ricordavo che un qualche ruolo può averlo avuto anche la lezione di un giovane e brillante sacerdote che un giorno disegnò sulla lavagna non il solito triangolo con l’occhio al centro ma un magnifico cerchio e disse: così come capite che il cerchio non ha un punto di inizio e uno di fine, così potete anche capire che Dio è tutto, è inizio e fine al tempo stesso. Ero incerto tra la filosofia, la medicina, perchè mi allettava l’idea di poter fare qualcosa di concreto per il prossimo, e, appunto, la matematica. Alla fine ho scelto quest’ultima”.

E’ iniziata così l’avventura in una Libera Università giovanissima, quella di Trento.

“Sì, a Trento era nata da poco la celebre università di Sociologia, e Bruno Kessler, politico della Dc, decise di farvi sorgere anche una facoltà di scienze, piccola ma speciale, moderna ed avanzata, aperta alla comunità internazionale. Per renderla più appetibile offriva ai professori ottimi finanziamenti per laboratori e salari più alti che nel resto d’Italia. Tra i fisici, arrivò il professor Fabio Ferrari, che fu il primo preside della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali, dal 1972 al 1977 e poi rettore. Ferrari aveva lavorato in America con il Premio Nobel Emilio Segrè”.

E per la matematica?

“Arrivarono professori dalla Normale di Pisa, allievi del grande Ennio De Giorgi, come Mario Miranda ed Enrico Giusti, e da Padova, come l’algebrista Giovanni Zacher. Ho avuto la fortuna di studiare con personalità davvero di spessore. Poi, dalla piccola università con professori celebri, al mondo sono andato, prima a Bologna, Trieste, poi negli Usa, in Germania e di nuovo in Italia a Milano, per allargare gli orizzonti”.

Oggi lei dirige il Cirm. Di cosa si tratta?

“Il CIRM è un centro di produzione e diffusione della ricerca matematica, unico nel suo genere in Italia, e simile a molti altri centri prestigiosi in tutto il mondo. Il suo obbiettivo è quello di favorire lo scambio culturale, libero e di alta qualità scientifica, attraverso l’organizzazione di workshop, scuole e convegni a cui partecipano matematici da tutto il mondo. Centinaia di matematici si ritrovano da noi ogni anno per affrontare una qualche tematica, e per discutere tra loro. Vede, ai matematici piacciono molti gli scambi personali e orali, magari con lavagna e gessetto. Le intuizioni più belle possono venire come una scintilla mentre si ascolta un collega che espone risultati recenti, durante una riflessione a due. La matematica infatti è un modo esplicito di ragionare: ci sono rigore, regole, ma c’è anche spazio per la fantasia, la creatività, il libero arbitrio… E’ interessante vedere come due matematici possono arrivare in modo diverso allo stesso risultato. Un Teorema matematico viene formulato in maniera universale, ma un ricercatore giapponese, ad esempio, può arrivare alla sua dimostrazione per strade diverse da quelle percorse da un europeo, sia nella forma che nella intuizione; la dimostrazione riflette l’ambiente culturale nella quale è stata costruita”.

Riguardo alla matematica, Lei ebbe a dire: «Non ho mai dato troppo peso all’aspetto utilitaristico, ma ho sempre pensato che sotto questo ragionamento razionale ci sia la speranza che la fatica terrena avrà un senso superiore».

Chiariamo due cose: anzitutto non c’è solo la matematica, ci sono tante altre cose che non sono ad essa riducibili, ad esempio l’amore per il prossimo. Quando un uomo dà ad un altro il suo mantello, per coprirlo dal freddo, non lo fa per la matematica. Questo tipo di fatica terrena ha probabilmente un senso superiore; ma forse lo ha anche un impegno serio e rigoroso nella ricerca scientifica per il progresso umano. In secondo luogo la matematica, la scienza in generale, opera con ragionamenti basati sulla causalità; questo è ciò che sosteneva già Platone qualche migliaio di anni fa. Ci si chiede: qual’è la causa? L’uomo cerca sempre la causa, e poi a ritroso la causa iniziale. Euclide comincia i suoi libri con questa definizione: un punto è ciò che non ha parti. Prosegue quindi derivando altre definizioni e poi proposizioni. Partiamo da una causa iniziale, e questo suggerisce evidentemente un parallelo con la ricerca filosofica e religiosa di una Causa di tutto, di un’ Origine. Scienza e fede in questo senso sono due strade parallele, che non confliggono, mantenendo la loro autonomia. Certamente un uomo nella sua vita si deve porre la domanda: c’è o non c’è un fine ultimo dell’esistenza?”

Per voi matematici, le formule sono “belle”, godibili. Ma anche utili…

“C’è un’etica della matematica che ci educa a cogliere con rigore una verità contingente, e c’è anche un’estetica: la bellezza è anche ordine, armonia, proporzione… E poi c’è l’utilità della matematica, oggi alla base dello sviluppo scientifico e delle sue applicazioni tecnologiche. Oggi la lotta mondiale per la supremazia nella ricerca scientifica punta ad assicurarsi un buon esercito di matematici. Questa è la politica delle potenze emergenti del far east, come la Cina, il Giappone, la Corea del Sud: con notevoli investimenti finanziari per l’istituzione di centri di ricerca e di convegni nel campo della matematica queste nazioni diventano sempre più luoghi di scambi scientifici. Ho partecipato recentemente ad alcuni convegni in Asia e posso testimoniare che l’accoglienza è sempre in pompa magna, con rispetto per le nostre ricerche ma con un’ esplicita volontà di fare meglio. La Cina sta pensando di trasformare una splendida isola del Pacifico in un luogo di ricerca permanente”.

Nel Novecento l’Europa perse il proprio primato scientifico anche a causa del nazismo e del comunismo, che fecero fuggire in America i migliori cervelli. E oggi?

“Una lettura storica è forse più complessa di quella riassunta nella domanda: le leggi razziali del fascismo e del razzismo fecero indubbiamente fuggire alcuni tra i migliori nostri cervelli, anche una politica culturale autarchica ha prodotto molti danni. Oggi in Europa ed anche negli Stati Uniti si possono ripetere errori analoghi, causati da posizioni di rinnovato sapore autarchico. Le potenze asiatiche sopra menzionate da questo punto di vista si muovono molto meglio, e forse anche la Russia. Oggi i miei migliori allievi troverebbero subito una cattedra pagata profumatamente in Asia, mentre qui i finanziamenti alla ricerca crollano. Nel contempo, mentre cercano i nostri cervelli, i cinesi richiamano dagli USA i loro connazionali fuggiti durante la rivoluzione culturale. Come detto sopra non c’è solo una lotta per l’egemonia politica ed economica, nel mondo, ma anche per quella culturale, scientifica”.

estratto da un’intervista comparsa su La verità dell’8 luglio 2018

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