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Riflessioni fra Cronaca e Storia

A ottant’anni da un celebre falso: Guernica di Picasso

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Non molti giorni fa Repubblica pubblicò una fotografia di una manifestazione pubblica americana organizzata da gruppi ideologici affini, e che quindi doveva essere per forza di cose grandiosa ed imponente.

Detto fatto: si è trovata la foto di un’ enorme manifestazione di alcuni anni precedente e, grazie alla didascalia e ad un’opportuna ridatazione, si è offerta al lettore la versione dei fatti desiderata.

In poche ore, grazie alla rete, è comparsa la verità: Repubblica ha pubblicato una bufala, semplicemente cambiando didascalia e data ad una foto!

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Qualcosa di analogo è successo centinaia di volte, soprattutto durante le guerre: basta una fossa comune (ricordate Katyn o il Kossovo?), e poi l’attribuzione: “è stato X”. Magari X è assolutamente innocente, ma molta gente, causa la forza delle immagini, dirà: “eppure noi abbiamo visto!”.

Ma non solo foto. Anche i quadri possono servire ad ingannare.

Una delle balle spaziali più longeve è quelle che i libri di arte, di storia ecc. ci continuano a raccontare sul celeberrimo quadro di Guernica.

Cerchiamo di capire dove sta la menzogna, tenendo presente che il grande vantaggio di certa arte moderna è che ad un dipinto si possono attribuire mille significati diversi, permettendo così al pittore di fare sempre un figurone (che intelligente!) e ai critici di scrivere pagine e pagine di commenti, magari fondati sul nulla, comunque necessari per l’agognata pagnotta.

Ebbene, secondo la vulgata Guernica fu dipinto per commemorare un fatto storico, avvenuto il lunedì 26 aprile 1937: il bombardamento con bombe incendiarie, accompagnate da raffiche di mitra, di un un paesino inerme, in giorno di mercato. 1654 morti e 889 feriti su una popolazione di circa 7000 persone, a carico dei bombardieri nazisti.

La prima menzogna è già nella narrazione dei fatti. Scrive lo storico Arrigo Petacco: “Guernica non era una cittadina inerme: distava infatti pochi chilometri dal fronte, vi erano acquartierati tre battaglioni baschi ed era un importante snodo ferroviario che consentiva un rapido collegamento con Bilbao. Il mercato settimanale del lunedì era stato in realtà sospeso, e in previsioni di attacchi dal cielo, erano stati costruiti sette rifugi antiaerei che salvarono la vita a molte persone… I morti furono 126, i feriti 889. I giornali baschi dell’epoca non avvallarono mai le cifre diffuse dall’estero perchè tutti conoscevano i risultati reali del bombardamento“.

Saranno giornalisti italiani, tra cui Achille Benedetti del Corriere della Sera e Sandro Sandri de La stampa, inglesi ed americani come William Carney del New York Times, “a diffondere la prima versione taroccata del bombardamento di Guernica” (Arrigo Petacco, “Viva la muerte! Mito e realtà della guerra civile spagnola 1936-39″, Mondadori, Milano, 2006, p-140-143; Stefano Mensurati, “Il bombardamento di Guernica. La verità tra due leggende”, Ideazione, 2004).

Lo storico e giornalista Vittorio Messori annota che la versione romanzesca creata da alcuni giornalisti, fu colta al balzo da “due propagande: quella anarco-comunista, naturalmente; ma anche quella britannica, poiché il nuovo governo di Chamberlain doveva convincere l’opinione pubblica della necessità di affrontare grandi spese per il riarmo, vista la barbarie tedesca e la potenza delle sue armi” (Vittorio Messori, “Le cose della vita”, San Paolo, Milano 1995).

Sin qui la falsificazione dei fatti storici, in perfetta linea con quanto scriveva George Orwell: “Sono sempre stato convinto, fin da giovane, che nessun giornale racconta con fedeltà i fatti, ma è stato in Spagna che, per la prima volta, ho letto notizie di stampa che non avevano alcun rapporto con le vicende reali, neppure il rapporto che si presuppone esserci in una menzogna. Ho visto che si scriveva di grandiose battaglie quando c’era stata a malapena una schermaglia, e ho visto il silenzio assoluto quando cadevano centinaia di uomini” (George Orwell, “Ricordi della guerra di Spagna”, Roma, 2007, p. 27-28).

Orwell aveva ragione: poche pagine di storia sono state così falsate come quelle della guerra di Spagna.

Solo da pochi anni possediamo finalmente testi storicamente seri e attendibili. Tra gli altri ricordo “La grande paura del 1936. Come la Spagna precipitò nella guerra civile” di Giulio Ranzato (Laterza, Roma-Bari, 2011) e “Persecuzione. La repressione della Chiesa spagnola tra Seconda Repubblica e Guerra Civile (1931-1939)” di Mario Iannaccone (Lindau, Torino, 2015).

Recensendo sul Corriere della Sera il libro di Ranzato, Paolo Mieli ricordava una delle tante menzogne messe in giro da anarchici, comunisti e socialisti e che portarono alla persecuzione crudelissima raccontata per la prima volta in modo completo da Iannaccone: “E fu, poi, la «leggenda delle caramelle avvelenate». Nei mesi che precedettero il pronunciamento di Franco si diffuse la voce (ovviamente infondata) che suore e dame cattoliche andavano distribuendo tra i bimbi bonbon letali che avevano già prodotto un’ecatombe di bambini. Il deputato monarchico Juan Antonio Gamazo denunciò alle Cortes che una folla aveva aggredito monache e pie donne giudicate sospettate di aver provveduto a quegli avvelenamenti; misfatto per il quale le insegnanti di un istituto religioso erano state quasi linciate. Il deputato socialista Alvarez Angulo così rispose a Gamazo: «La colpa è vostra che avete mandato le donne con le caramelle». E le persecuzioni proseguirono nell’ormai consueta indifferenza delle autorità di polizia”.

Passiamo ora al celebre dipinto. Chi scrive ingenuamente immagina che a determinati fatti (bombardamento di un mercato, uso di bombe al fosforo, incendi, muri crollati, aerei che ronzano nel cielo…) corrisponda una narrazione compatibile.

No, ci raccontano sempre che il pittore Picasso, allora chiamato dalla Repubblica a dirigere il Prado, decise di denunciare i bombardamenti nazisti in modo simbolico: niente aerei, niente mercati, niente muri diroccati, per quanto tutto ciò costituisse uno spettacolo piuttosto inedito ed originale, ma un toro (il solito toro di molti dipinti di Picasso!), un cavallo morente, una donna che regge una lampada…

A prima vista Guernica appare come una giustapposizione di immagini poco connesse, la cui interpretazione è per forza di cose molteplice. Patrick O’Brien, in una meticolosa, celebrativa ed imponente biografia del pittore, ricorda che secondo alcuni “il toro è il fascismo, che teme la donna con la lampada… mentre il cavallo sarebbe il simbolo della Repubblica”; per altri “invece i ruoli sono capovolti e il cavallo, secondo un’interpretazione abbastanza sorprendente, rappresenterebbe il nazionalismo spagnolo“.

“Altri ancora- continua O’Brien- si sono rifatti ai primi lavori di Picasso per far luce sui simboli di Guernica, in particolare alle molte scene di corrida, e sono rimasti stupiti e al tempo stesso dispiaciuti dall’atteggiamento ambivalente di Picasso verso il toro e il minotauro, di volta in volta eroe o mostro: in Sogno e menzogna (un pamphlet antifranchista di Picasso, ndr) è il toro che affronta Franco, incornandolo a morte”.

Alcuni anni dopo il dipinto, fu proprio Picasso a spiegare che in Guernica l’amato toro delle amate corride, non va interpretato quale simbolo positivo in opposizione al franchismo, come in Sogno e menzogna, ma rappresenterebbe, al contrario, “la brutalità” del franchismo, del nazisfascismo, della guerra (Patrick O’Brien, Picasso, Tea, Milano, 1996, p. 377-378).

Suona tutto molto strano. Il già citato Petacco racconta che la tela di Guernica era in origine un quadro dedicato ad un torero ucciso, e che cambiò destinazione dopo che il governo repubbblicano commissionò al pittore un quadro “dal contentuo politico”. Del resto, chiosa Petacco, Guernica “consente le più diverse interpretazioni”.

Più prodigo di dettagli, Vittorio Messori, nel testo citato: “Da buon spagnolo, Pablo Ruiz Biasco y Picasso amava le corride. Fu, dunque, sconvolto dalla tragica morte di un suo beniamino, il famoso torero Joselito. Per celebrarne la memoria, mise in cantiere un’enorme tela di 8 metri per 3 e mezzo, che gremì di figure tragicamente atteggiate, a colori luttuosi. Finita che l’ebbe, la chiamò En muerte del torero Joselito. Correva però il 1937, in Spagna infuriava la guerra civile e il governo anarco-socialcomunista si rivolse a Picasso per avere da lui un quadro per il padiglione repubblicano all’Esposizione Universale in programma a Parigi per l’anno dopo. Il Picasso (che diventerà, non a caso, uno degli artisti più ricchi della storia) ebbe una pensata geniale: fece qualche modifica alla tela per il torero, la ribattezzò Guernica e la vendette al governo “popolare” per la non modica cifra di 300.000 pesetas dell’epoca. Qualcosa come qualche miliardo – pare due o tre – di lire di oggi, che furono versati da Stalin attraverso il Comintern. Contento Picasso, ovviamente; contenti anche i socialcomunisti, che di quel quadro di tori e toreri fecero un simbolo che è giunto sino a noi ed è continuamente riprodotto, con emozione, come simbolo della protesta dell’umanità civile contro la barbarie nazi-fascista. Stando a molti critici d’arte, Guernica è il più celebre quadro del secolo. E, ciò, grazie proprio alla “sponsorizzazione” da parte delle sinistre, a cominciare dai liberals occidentali: la tela picassiana ebbe una sala tutta per sé al Metropolitan Museum di New York e vide milioni di ’’pellegrini” sfilare in religioso silenzio”.

Oggi, per Wikipedia, Guernica è “una delle opere che meglio incarnano l’ impegno morale e civile” di Picasso.

Profumatamente pagato dal governo repubblicano e da Mosca, alla fine della seconda guerra mondiale Picasso, si iscrisse al partito comunista.

Purtroppo, però, non trovò mai il tempo per accorgersi delle brutalità dei regimi comunisti e per dedicare un quadro anche ad esse. Anzi, come fanno tutti quelli che hanno vinto una volta, ripetè la commedia.

Racconta Lucio Villari, su Repubblica del 9/12/1998, che nel dopoguerra Picasso trasformò un piccione in una colomba per la pace, ad uso del partito comunista allora impegnato a prensentarsi al mondo come un’ideologia di pace.

Racconta Villari, in un articolo intitolato “Il comunista Pablo Picasso e i comunisti italiani”: “Un caso provocò appunto la metamorfosi di un piccione in quella colomba della pace che, dal 1949 in poi, regalò a Picasso l’ amore e la riconoscenza di milioni di uomini. Il piccione (vivo) faceva parte di un dono di Matisse che Picasso aveva riprodotto in una litogafia. Nessuno avrebbe mai pensato, racconta Francoise Gilot, che per il piccione vi sarebbe stata “una carriera politica e artistica molto notevole”.

Fu Luis Aragon, esponente del partito comunista francese, a chiedere la litografia per il Congresso mondiale della pace che nella primavera del ’49 si svolse a Parigi. La colomba della pace sarà da quel momento”, per i comunisti italiani ed europei, “la testimonianza della coerente battaglia politica di Picasso; una autorevole presa di posizione da trasformare in medium propagandistico” (vedi anche Frances Stonor Saunders, “La guerra fredda culturale. La Cia e il mondo delle lettere e delle arti”, Fazi, 2004, p. 65).

Una carriera politica ed artistica molto notevole, per il piccione, dunque, come era già avvenuto per il toro. Quanto a Picasso, difficile non attribuire anche a lui quanto scriveva Orwell: “tra gli intellettuali, direi che i cambiamenti di opinione avvengono per effetto del denaro o in considerazione della propria posizione personale”.

(una riduzione di questo articolo è comparsa sul quotidiano La verità)

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3 Comments

3 Comments

  1. Antonio Bronzini

    20 maggio 2017 at 6:52

    il titolo è pretestuoso alla luce del contenuto dell’articolo. Infatti scrive “a 80 anni da un celebre Falso” ma nell’articolo non parla affatto di Guernica come di un falso, bensì come di un’inappropriata interpretazione che generalmente si dà all’opera, interpretazione che, tra l’altro, ammesso che sia vero quanto scrive l’autore dell’artolo, non sarebbe poi neanche così palesemente distorta. La questione, sintetizzando, è questa: la critica tradizionale vede in questo quadro l’orrore della strage e del bombardamento sulla città di Guernica, mentre in realtà Picasso non si riferiva a quell’episodio specifico (che di fatto fu di modesta entità) bensì simbolicamente alla violenza di tutto il fenomeno nazifascista nel suo insieme. E allora? Di fatto artisticamente parlando il senso, il messaggio dell’opera non cambia. Il messaggio di un artista, di un poeta è sempre universale, quand’anche si riferisca a un episodio particolare, come pure, mtatis mutandis, è sempre particolare, quand’anche parli di qualcosa di universale. Leopardi in “All’Italia” parla della battaglia delle Termopili e dei Greci, ma sta parlando di fatto del Risorgimento italiano. Se i simboli sono simboli, non devono necessariamente avere riscontro con la realtà, quindi che quel giorno a Guernica non ci fosse il mercato…poco importa.

    • Federico

      22 maggio 2017 at 18:52

      Bel commento.

  2. Antonio

    23 maggio 2017 at 8:54

    Forse il commentatore non ha capito il senso dell’articolo; infatti la questione è che quel quadro nacque non per Guernica, ma per la morte di un torero, e fu poi piegato ad esigenze ideologiche e pecuniarie.

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

«Le donne sono intuitive e multitasking, gli uomini logici e razionali»

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L’ Almanacco delle scienze del CNR, nel numero di marzo 2016 riportava un articolo sulle differenze tra il cervello dei maschi e quello delle femmine.

Elisabetta Menna, dell’Istituto di neuroscienze del Cnr, riassume così lo status delle ricerche: “Di differenze ve ne sono a livello sia strutturale sia funzionale. In generale gli uomini hanno più neuroni (materia grigia) e le donne hanno maggiori connessioni (materia bianca)”.

Ciò significa, per semplificare al massimo, che la percezione popolare della differenza tra maschio e femmina, riassumibile pressappoco in un concetto come questo: “le donne sono intuitive e multitasking, gli uomini logici e razionali”, non è peregrina.

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Non si tratta certo di utilizzare la scienza, oggi, come si faceva nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, quando un’ eccessiva fiducia nel metodo sperimentale, applicato agli uomini portarono a stabilire graduatorie molto rigide sulla superiorità del maschio sulla femmina.

Nel contesto materialista e riduzionista di allora, l’intelligenza, per usare una parola molto generica, doveva essere connessa non a qualche entità spirituale (la classica e ormai negletta “anima”), ma a fattori fisici ben documentabili e sperimentabili.

Si riteneva che l’uomo fosse studiabile, per citare Emile Zola, come “un ciottolo della strada”, non solo quanto alla sua corporeità, ma anche riguardo alle sue scelte.

E che l’intelligenza, trasformata in un’ entità sconnessa e isolata da educazione, passioni, emozioni, motivazioni…, fosse misurabile con opportuni test creati da psicologi, antropologi e psichiatri.

Per questo specialisti in fisiognomica, antropometria, frenologia e craniometria, tutte discipline che oggi consideriamo senza fondamento (pseudoscienze), ma allora ritenute il top del pensiero scientifico di contro alle vecchie “superstizioni religiose”, non avevano dubbi: come nel cranio di un uomo bianco stanno più pallini di piombo di quelli contenuti nel cranio di un nero, così il cranio dei maschi è più capiente di quello delle donne. E ciò ne dimostra la superiorità.

Ancora: poiché il cervello del maschio pesa di più di quello della femmina, possiamo stare tranquilli sulle conclusioni già desunte grazie a pallini e misurazioni effettuate con compassi di vario genere.

A queste convinzioni aderivano personalità come Charles Darwin, ne L’origine dell’uomo, o Cesare Lombroso, psichiatra di grido e fondatore dell’antropologia criminale, nel suo La donna delinquente, la prostituta e la donna normale.

Oggi sappiamo che le misurazioni con il bilancino degli scienziati materialisti ottocenteschi erano esatte, ma non tenevano conto del fatto che è tutto il corpo maschile a pesare di più.

Quanto al cervello femminile, oggi sappiamo che possiede le sue caratteristiche peculiari, originali, tra cui un maggior numero di connessioni tra i due emisferi (“Pur avendo le donne un numero minore di neuroni, tuttavia possiedono aree cerebrali con almeno il 10% di neuroni e connessioni in più…”; G. Maira, Sole 24 ore, 25/7/2014).

Ciò sta a significare, come scrivono lo psichiatra Tonino Cantelmi e lo psicologo Marco Scicchitano, nel loro Educare al femminile e al maschile (un ottimo mix di conoscenze scientifiche, esperienza, buon senso e buona filosofia), che decidere chi sia “superiore” o “inferiore” tra l’uomo e la donna, è come stabilire se a tavola sia più importante il coltello o la forchetta.

Uomo e donna sono dunque molto diversi tra loro, anatomicamente e fisiologicamente, e persino nel cervello: è proprio questo a renderli complementari.

Se è vero che un figlio nasce dalla relazione tra due persone con differente identità sessuale, un maschio e una femmina, è altrettanto vero che costoro non si completano soltanto perché uno fornisce lo spermatozoo e l’altra l’ovulo, ma anche perché persino i loro cervelli sono strutturalmente e funzionalmente differenti, complementari, come la loro psicologia.

Come a dire che solo con entrambi, cervello maschile e cervello femminile, si legge la realtà a 360 gradi. Il buon senso lo insegna e le neuroscienze lo confermano: camminando a braccetto, maschio e femmina, vedono più chiaro.

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

Andreas Hofer non trova pace: lo spirito cattolico e il tradimento dell’Impero che gli voltò le spalle

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Andreas Hofer non trova ancora pace.

Crescendo ho imparato che non vi sono nemici da combattere, ma verità da difendere.

Dovuta premessa per fugare ogni dubbio dall’idea che il mio approccio ad Hofer “diverso” dagli Schutzen sia pretestuoso, campanilistico, da tifoseria o addirittura anti Asburgico.

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Il casato degli Asburgo, fino alla rinuncia dell’imperatore Francesco II d’Asburgo del titolo di imperatore del sacro romano impero, scegliendo di mantenere solo il più modesto titolo di imperatore di Austria e Ungheria, trasmetteva il titolo di imperatori del Sacro Romano Impero, titolo che ha avuto origine dall’incoronazione di Carlo Magno, avvenuta la notte di natale dell’anno 800.

Dunque chi ha a cuore e trova nella classicità romana il proprio modello e riferimento valoriale, non può che abbracciare benevolmente il casato degli Asburgo. Certamente, come accadde nel periodo dell’impero romano, anche durante le reggenze degli Asburgo, non tutti gl’Imperatori furono all’altezza e degni dell’incarico ad essi affidato.

Ad esempio l’imperatrice Maria Teresa, con mano più energica rispetto ad imperatori che secoli prima l’avevano preceduta – vedi Corrado II e Massimiliano I – mise in atto una germanizzazione dei territori di lingua d’origine latina senza precedenti: Costa divenne Kostner, Ciampac divenne Kompatscher e così via.

Il figlio Giuseppe II nell’anno 1785 di propria iniziativa rinominò il Trentino in Tirolo meridionale. Il suo successore al trono, il fratello Leopoldo, fu illuminista massone come Giuseppe II, entrambi anti cattolici. Francesco Giuseppe (del quale si racconta che sia stato figlio di Napoleone) volle e firmò la legge anti italiana.

Così si espresse il Consiglio della Corona il 12 novembre 1866, «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno. Sua maestà richiama gli uffici centrali al forte dovere di procedere in questo modo a quanto stabilito».

Con questi precedenti, le accuse volte al governo Giolitti, conseguentemente alla legge del governo italiano volta all’italianizzazione dei territori del Trentino e dell’Alto Adige – nome cambiato da Napoleone – sono ingiustificate, in quanto rientrano nella spietata legge del contra e patior, “soffrire il contrario”.

Per tornare ad Hofer, la storia ineluttabilmente testimonia che fu un patriota, difensore della sua terra e dei principi religiosi cattolici, non fu mai anti italiano, perché l’Italia politicamente esiste dal 1861. Fu italiano geograficamente, in quanto la natura ha stabilito che le alpi segnassero il confine settentrionale della penisola italica, così come anche ricordato nella divina commedia dal sommo poeta Dante.

Hofer fu un eroe e martire cristiano, tradito da un suo compaesano Franz Raffl, e dal suo imperatore Francesco II d’Asburgo.

Quest’ultimo – mentre Andreas si accingeva ad esalare l’ultimo respiro – nel contempo a Vienna festeggiava il matrimonio tra Napoleone e Maria Luisa d’Asburgo. Hofer aveva dunque combattuto contro Napoleone, lo stesso che lo condannò a morte!

Sul patibolo furono queste le ultime sprezzanti parole di Hofer: “Franz, Franz, questo lo devo a te!“, con ciò riferendosi a Francesco I (rinunciando al titolo di imperatore del sacro romano impero il nome da Francesco II, cambiò in I), che era passato dalla parte di Napoleone.

Andreas Hofer era fervente cattolico sempre immerso nella preghiera, con una condotta di vita esemplare.

Riporto il seguente dettaglio di una sua ordinanza: ”Molti de’ miei buoni fratelli d’armi e difensori della Patria si sono scandalizzati che le donne d’ogni condizione coprano il loro petto e i loro bracci troppo poco ovvero con pezze trasparenti, ed in conseguenza danno occasione a stimoli peccaminosi, ciò che non può che sommamente dispiacere a Dio, ed a chiunque pensa cristianamente. Si spera che al fine di tener lontano il castigo di Dio, esse miglioreranno; in caso contrario dovranno ascrivere a sé stesse se in un modo loro sgradevole verranno lordate”.

Lo spirito cattolico che animava la battaglia di Hofer, contro lo spirito anticattolico della rivoluzione francese esportato da Napoleone, oggi alberga tra gli Schutzen?

Immagino che siano tutti cattolici praticanti, nessuno di essi è divorziato, risposato, nessuno utilizza contraccettivi, nessuno ha mai abortito o quant’altro. Sarà, ma Christian Kolmann delfino di Eva Klotz gay dichiarato (Alto Adige 17 aprile 2016), Claudio Tessaro de Weth, capitano onorario ed emerito della prima compagnia schutzen di Trento, intervistato in merito al Dolomiti pride di Trento, asseriva che i gay non erano un loro problema (Trentino 8 giugno 2018), fanno pensare che agli Schutzen di Andreas Hofer interessa una strumentale quanto inesistente rivendicazione di anti italianità, che nel martire ed eroe cattolico non è mai esistita.

Furono italiani coloro che cercarono di riscattare la vita di Andreas Hofer con 5000 scudi, frutto di una colletta popolare. Fu il vice Re d’Italia a chiedere a Napoleone la grazia per l’oste della Val Passiria.

Non vogliamo il rafforzamento della regione Trentino- Suedtirol, ma le distinzioni di questo matrimonio forzato. Con il Trentino ci hanno portato una sposa che non abbiamo scelto, con l’Italia come una suocera cattiva che viene coinvolta in questioni che non li riguardano” (Sven Knoll, Sud – Tiroler Freiheit).

Ps. A Mantova nei pressi del parco dedicato ad Andreas Hofer, adiacente a Porta Giulio Romano vi è un cartello informativo, che definisce Andreas Hofer indipendentista Tirolese.

Chissà, forse nel grossolano errore – che nessuno tra gli eruditi Schutzen mai deve aver notato -, si cela una verità: se Hofer fosse rimasto vivo, considerato il tradimento dell’imperatore Francesco I, avrebbe nuovamente impugnato le armi per chiedere l’indipendenza del suo Tirolo da quell’impero che gli voltò le spalle.

 

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana, referente per l’associazione Progetto Nazionale (foto sotto).

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Riflessioni fra Cronaca e Storia

«Dieci brevi lezioni di filosofia»: in uscita il nuovo libro di Francesco Agnoli

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Esce tra qualche giorno, per l’editore Gondolin, Dieci brevi lezioni di filosofia, di Francesco Agnoli, giornalista e scrittore trentino.

Nel giorno dei morti, riportiamo due pagine del libro, quelle in cui Alain Turing discute, in un dialogo immaginario con Tommaso d’Aquino, dell’immortalità dell’anima.

Nella storia delle macchine il fisico e matematico Alain Turing (1912-1954) è un nome imprescindibile.

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Nel 1931 l’autore di The bomb, una macchina elettromeccanica capace di decifrare il codice segreto tedesco Enigma, e l’ideatore della “macchina universale di Turing“, scrive un saggio, Nature of spirit per la madre di un caro amico defunto, Christopher Morcom.

In questo saggio Turing nota che “noi possediamo una volontà capace di determinare, probabilmente in una piccola porzione del cervello, possibilmente su tutto il cervello, l’azione degli atomi. Il resto del corpo agisce in modo da amplificare questa volontà“.

Esiste dunque una volontà umana, invisibile, immateriale, eppure efficace, che governa la materia, gli atomi.

Continua Turing:Personalmente ritengo che lo spirito sia in realtà eternamente connesso con la materia, ma di certo non sempre dallo stesso tipo di corpo. Un tempo ho creduto possibile che, alla morte, uno spirito entri in un universo completamente separato dal nostro, ma oggi considero materia e spirito così intimamente connessi che ciò sarebbe una contraddizione in termini. E tuttavia è possibile, anche se improbabile, che un universo del genere esista… Quanto poi alla connessione stessa tra spirito e corpo, io penso che quest’ultimo possa ‘attrarre’ e tenere unito a sè uno ‘spirito’ in virtù del suo essere un organismo vivente, e quindi che i due siano tra loro saldamente connessi finchè il corpo sia vivo e sveglio”, mentre “quando il corpo muore” accade che ciò che “consente al corpo di tenere unito a sè lo spirito se ne va anch’esso, e presto o tardi, forse immediatamente, l’anima trova un nuovo corpo“.

Francesco Agnoli

Infine, continua Turing, “quanto alla questione del perchè si abbia un corpo, e perchè non si voglia o non si possa vivere liberi come spiriti e come tali comunicare, probabilmente potremmo farlo, ma allora non ci resterebbe più assolutamente niente da fare. E’ il corpo che fornisce allo spirito le cose di cui occuparsi e le cose da usare“.

E’ evidente che Turing, al di là di molti dubbi, ha due idee ben chiare: lo spirito esiste ed è immortale; il corpo è ad esso “saldamente connesso“, quasi necessario. Almeno per l’uomo, si potrebbe aggiungere.

Proviamo ora ad immaginare un confronto tra Turing e Tommaso d’Aquino.

Anche per il filosofo medievale lo spirito umano è incorruttibile; anche per lui, nel solco di Aristotele, spirito e corpo non sono – come invece volevano l’orfismo, i pitagorici, Platone, le filosofie orientali e come dirà Cartesio-, due realtà ben distinte e dualisticamente separate, bensì due co-principi costantemente interagenti di un’unica sostanza, di quell’unico essere che è l’uomo.

In altre parole il corpo non ospita semplicemente un’anima, ma è materia vivificata e guidata dall’anima (e di conseguenza il cadavere, non animato, è altra cosa rispetto al corpo umano).

E la morte, allora? Ricordiamo Turing: egli non sa dove mettere lo spirito, una volta morto il corpo. In un “universo completamente separato dal nostro“, o in un “nuovo corpo“?

La prima soluzione gli sembra non sia logica, proprio in nome del profondo legame esistente tra spirito e corpo.

Ma la seconda, solo adombrata, è però contraddittoria con quanto detto in precedenza da lui stesso.

Immaginiamo ora che Tommaso provi a spiegargli la contraddizione: Caro Turing, ci unisce la comune credenza nell’esistenza dello spirito. Ora però facciamo un passo ulteriore: tu sostieni l’intima connessione, sostanziale e non accidentale, tra lo spirito, che è immateriale, personale, soggettivo, unico, e il corpo ad esso connesso: se anima e corpo sono così profondamente compenetrati e non meramente accostati, dovresti logicamente dedurre che il corpo non può essere un semplice contenitore dell’anima. Invece, in modo non coerente, separi lo spirito dal suo corpo, riducendo di fatto il corpo ad un mero contenitore, come i sostenitori della reincarnazione. Così però ricadi nello spiritualismo che hai negato, e che riconosce di fatto dignità soltanto allo spirito (perchè fa del corpo qualcosa di insignificante, impersonale, intercambiabile). Per comprendere la realtà dell’uomo dobbiamo tenere insieme immortalità dello spirito e sua intima connessione con il corpo, secondo il dettato biblico e il retto uso della ragione. Io credo che la risposta stia nella risurrezione dei corpi, un dogma cattolico estraneo sia alle filosofie materialiste sia a quelle spiritualiste. Infatti senza la risurrezione del corpo, l’anima umana rimarrebbe in una condizione per lei innaturale, data la relazione essenziale che ha con il suo proprio corpo. Risurrezione dei corpi significa dunque che l’unicità e la personalità di ogni spirito sta insieme, sempre, con l’unicità di ogni corpo, e che non esiste per me, per te, salvezza vera che non sia salvezza anche del corpo“.

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