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Il Punto da Bruxelles

Tra protezionismo e libero scambio: il settore agroalimentare europeo al bivio

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Quest’anno l’Unione europea compie sessant’anni. A marzo 2017 ricorre, infatti, il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, che istituirono la Comunità economica europea e che sono perciò considerati come uno dei momenti storici più significativi del processo di integrazione europea.

Sessant’anni: è tempo di andare in pensione? Non credo proprio. Tuttavia, il futuro del progetto europeo non è mai stato così incerto.

Gli ultimi sette anni sono stati un calvario. Con lo scoppio della crisi economica è calata la domanda, è aumentata la disoccupazione e alcuni dei 28 Stati membri, che andavano già male, si sono trovati in una situazione che ha messo a dura prova la coesione sociale.

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Come uscire dalla crisi? Riforme o rigore? Questo il dilemma che ha spaccato in due l’Europa. Servono entrambi, ma bisogna partire dalle riforme. La Germania deve buona parte del suo attuale successo alle riforme che ha fatto più di dieci anni fa. La Spagna ha scelto il rigore per uscire dalla crisi e ora va molto meglio. Una cosa è certa: non fare nulla equivale a condannare il proprio Paese alla sconfitta.

La crisi migratoria ha contribuito ad aggravare una situazione già difficile. Il problema di per sé sarebbe gestibile: sulla carta, un continente di 508 milioni di abitanti come il nostro, dovrebbe essere in grado di integrare 2 milioni di rifugiati. La verità è che manca la volontà politica per farlo. Il bilancio dell’Unione europea equivale a 140 miliardi di euro, corrispondente al 1% del Pil europeo. Basterebbe aumentarlo dello 0,1% per arrivare ai 15 miliardi sufficienti a risolvere almeno gli oneri finanziari legati ai flussi migratori. Ma i vari Stati membri non riescono a trovare un accordo. Di certo, non si può andare avanti a far gravare il peso dell’immigrazione solo su alcuni Paesi, come l´Italia, rifiutando di partecipare ai costi e alla ricollocazione dei richiedenti asilo.

Stiamo tornando all’Europa delle nazioni. Di fronte alla globalizzazione, la tentazione è di chiudersi su sé stessi. “Se il mondo diventa grande, la gente ha bisogno del piccolo”, disse il sociologo tedesco Max Weber. Non si tratta solo di un fenomeno europeo: la dinamica è la stessa che ha portato all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Chiudersi su sé stessi, però, non è un’opzione. Il mondo aperto, globale è la base non solo del nostro welfare economico, ma anche della pace.

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La politica agricola risente del vento nazionalista che soffia sul continente. Siamo a un bivio: dobbiamo decidere se aprire ancora di più la nostra agricoltura agli scambi internazionali, attraverso la negoziazione di trattati di libero scambio con il resto del mondo, o se, invece, rinunciare alle opportunità offerte dal commercio internazionale e ricominciare a innalzare barriere tariffarie e non.

Queste sono questioni politiche, non scientifiche. Io non sono un liberale spinto, ma credo comunque che, in un’Europa, dove, ad esempio, produciamo 12 milioni di tonnellate di mele e ne consumiamo 8, sia fondamentale considerare anche le esportazioni.

Le opportunità, in tal senso, non mancano. Basti pensare agli Stati Uniti, dove i prodotti alimentari italiani vanno molto di moda. Cedere alle sirene protezionistiche può solo danneggiarci. Non c´è niente di male, se in giro per il mondo gradiscono i prodotti alimentari europei e, di conseguenza, sempre più consumatori sono disposti a comprare i nostri vini, formaggi, prosciutti o le nostre mele, anche se costano di più di prodotti simili provenienti da altre parti del mondo.

Ad oggi, l’agricoltura europea è perfettamente in grado di soddisfare i bisogni dei nostri cittadini, sia in termini di quantità che di qualità. Il consumatore ha l’imbarazzo della scelta: il mercato offre, infatti, prodotti biologici, prodotti derivanti dall’agricoltura convenzionale e anche prodotti di massa a basso prezzo, per i quali la sicurezza alimentare è comunque garantita. Tuttavia, l’opinione pubblica è diffidente e manda segnali contrastanti: ad esempio, il 70% degli italiani dice di volere i prodotti biologici, ma solo il 3% li acquista.

A livello europeo, siamo chiamati ad adattare la Politica Agricola Comune (Pac) alle sfide del nostro tempo. Negli anni Sessanta, l’obiettivo era la quantità. Bisognava sfamare la gente e ci siamo riusciti con ottimi risultati. Ora, il grande obiettivo è raggiungere una produzione agroalimentare sempre più sostenibile.

Per riuscirci, è fondamentale aiutare chi fa davvero agricoltura, chi innova, chi fa agriturismo e agricoltura sociale.

La Pac, così come attualmente concepita, ha tanti aspetti positivi, ma anche un grande tallone d’Achille: non sempre premia chi effettivamente produce e sta sul mercato.

Si pensi ai fondi di investimento che acquistano migliaia di ettari di terreni, senza poi coltivarli, solo per ottenere i contributi europei. O a coloro che fanno a gara per affittare una malga sulle nostre montagne, solo per poter beneficiare dei cosiddetti ‘titoli Pac’, capaci di garantire anche 500 euro per ettaro ogni anno. Con la riforma della Pac, il nostro obiettivo dichiarato sarà abbattere questi squilibri e premiare chi veramente produce, concentrandosi sulle aziende agricole familiari, che devono essere il cuore dell’agricolture europea.  L´agricoltura deve essere un settore attraente anche per un giovane e la PAC deve, perciò, fare di tutto per convincere i giovani attivi, innovativi, ben formati nelle nostre scuole a fare agricoltura.

Piove sull’Europa e un po’ su tutto il mondo. Dobbiamo scegliere quale ombrello usare. L’alternativa è tra un protezionismo alimentato dagli egoismi nazionali, capace solo di innalzare muri, e una rinnovata spinta di apertura, innovazione, basata sulla qualità e sulla bravura dei nostri produttori, in grado di proteggere e diffondere il benessere conquistato da chi è venuto prima di noi.

A cura di Herbert Dorfmann, Europarlamentare eletto nel collegio del Trentino Alto-Adige

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