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Trento

Allarme lavoro: ecco i 5 settori che spariranno per colpa della tecnologia

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Chi lo dice che la tecnologia distrugge vecchi lavori e ne crea nuovi?

I meno ottimisti sono sicuri che la distruzione di posti di lavoro è certa, mentre la creazione di impieghi sostitutivi è un atto di fede e quindi addio alle autofficine e alle agenzie di viaggio.

Nell’arco di dieci, o al massimo vent’anni, saranno cinque i settori che verranno spazzati via dalla tecnologia.

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A svolgere l’analisi è il Financial Times.

Secondo il prestigioso giornale economico-finanziario a tramontare non saranno solo attività manuali ma anche professioni altamente qualificate nel terziario.

Il prestigioso Financial Times, bibbia dell’economia globale, scrive che entro dieci o vent’anni cinque settori economici saranno schiantati dalla tecnologia: spariranno, o quasi, le agenzie di viaggio (e fin qui la profezia è facile) ma anche i produttori di componenti industriali (un comparto essenziale dell’economia italiana), le officine auto, i venditori di polizze Rc e (addirittura) i consulenti finanziari.

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Un presidio di operatori umani resterà in ciascuno di questi settori economici ma ridotto all’osso. E la cosa notevole è che a tramontare non saranno solo attività manuali ma anche professioni altamente qualificate nel terziario. C’è da crederci? E quali saranno le conseguenze?

 

AGENZIE DI VIAGGIO – Negli Stati Uniti il loro numero si è quasi dimezzato dal 1990 a oggi, sostituite dalla compravendita di servizi turistici online, e secondo le previsioni del governo diminuiranno di un altro 12% entro il 2024. E la rivoluzione digitale non travolgerà solo i negozi indipendenti che presidiano il territorio ma anche i grandi tour operator, cioè i gruppi che vendono i pacchetti turistici tramite le agenzie; saranno costretti a cambiare attività in maniera sostanziale, e il top manager di un colosso del settore dice: «Dovremo sempre meno vendere viaggi e vacanze e sempre più possedere e gestire alberghi e navi da crociera».

LE STAMPANTI 3D – Ancora più devastante sarà l’impatto delle stampanti 3D: i produttori di componenti industriali rischiano di perdere il 60% del mercato entro dieci anni, perché le grandi aziende della meccanica potranno stampare quasi tutto in casa. Una brutta botta, ad esempio, per chi fabbrica componenti per auto in Italia (che spesso vengono esportati). Si salveranno – per un po’ – solo i produttori più sofisticati. E ancora non basta. Sempre nel comparto auto, il proliferare delle vetture elettriche farà crollare del 90% la richiesta di riparazioni in garage, perché la manutenzione dei motori elettrici è più semplice.

(La componentistica è un settore minacciato dalle stampanti 3D)

Tesi ardita o provocazione – Una tesi ardita, – riporta Luigi Grassia sul giornale la stampa economia –  quasi una provocazione, riguarda le automobili senza conducente: faranno sparire gli incidenti stradali e questo renderà inutili gli assicuratori di veicoli a motore. C’è da crederci? Per adesso le vetture che si guidano da sole fanno notizia proprio per il motivo contrario, cioè quando si sfasciano. Certo miglioreranno. Ma l’idea di base potrà mai piacere davvero? Milioni di automobilisti considerano un’intollerabile offesa alla loro identità virile anche solo l’idea del cambio automatico; e invece accetteranno di automatizzare tutto? Qualche dubbio è lecito.

(Con le vetture senza conducente spariranno le Rc Auto)

Sostituzione di impieghi  –  La quinta e ultima previsione riguarda la consulenza finanziaria: sarà sempre più affidata a siti web che gestiscono i portafogli dei clienti sulla base di algoritmi. Così una miriade di intermediari strapagati perderà la sua ragion d’essere. E va beh. E queste persone e tutte le altre che perdono il posto che cosa faranno? Altre professioni che nasceranno entro una generazione o due? E nel frattempo, giorno per giorno, che cosa si mangia?

Carlo Dell’Aringa, docente di Economia dell’impresa e del lavoro alla Cattolica di Milano, non si iscrive fra i guru che pensano che il passaggio sia indolore, ma ritiene che «nuovi lavori ci saranno sempre» e punta l’attenzione sul fatto che il mondo futuro sta già nascendo: «La “sharing economy”, o consumo collaborativo, è una realtà». Sì ma produce anche reddito? Stipendi? «Crea anche un fabbisogno di manodopera, ma soprattutto premia la capacità di iniziativa imprenditoriale. Certo così rischia di ampliarsi il divario fra chi ha queste capacità e chi non le ha. È un fenomeno di divaricazione e di polarizzazione sociale», dice Dell’Aringa. Enorme problema. Questa polarizzazione è sostenibile politicamente? O già si avverte una reazione di rigetto che farà saltare tutto? «Sono indispensabili politiche di redistribuzione del reddito. Non dico solo politiche di welfare ma proprio di redistribuzione. Però senza scoraggiare lo spirito d’impresa». Un equilibrio tutto da inventare.

 

(Siti web con algoritmi potranno prendere il posto dei consulenti finanziari)

Ricette sbagliate  – Domenico De Masi, docente di Sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma, sta per pubblicare un libro dal titolo provocatorio: “Lavorare gratis, lavorare tutti”. Dice che «il sistema attuale non è sostenibile. La nuova ondata della robotica distruggerà il triplo del lavoro che hanno distrutto le precedenti ondate di innovazione». De Masi ritiene che le ricette che propongono gli economisti e i politici vadano addirittura capovolte. «Non bisogna aumentare la produttività riducendo il personale. Il problema di oggi e di domani non è la produzione (ce n’è già troppa), il problema è la mancanza di consumi. Meno lavoratori significa meno consumatori. Invece il numero dei lavoratori (e dei consumatori ) deve aumentare. Bisogna ridurre a 35 o 36 ore l’orario di lavoro». E a chi obietta che in Francia non ha funzionato? «Ha funzionato benissimo, infatti la Francia ha 4 punti meno di disoccupazione rispetto a noi. Anzi ha funzionato così bene che quando si è prospettato il ritorno a 40 ore sono stati proprio i datori di lavoro a opporsi». De Masi dice pure peste e corna sul taglio delle tasse: «In tempo di crisi non devono diminuire, semmai devono aumentare per finanziare investimenti pubblici. Le tasse sono l’unico sistema per trasferire reddito dai ricchi ai poveri, che appena hanno un euro in tasca in più lo consumano. La lezione di Keynes è validissima. Purtroppo l’abbiamo buttata a mare».

 

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